Cuentos de fútbol

La notte di Siviglia

Francesco Vannutelli

«Ma questo è un assassino!», gridò il signor Smaïl guardando la riproposizione al rallentatore di Schumacher che si schiantava a tutta velocità contro Battiston. Un urto violentissimo, che mandò al tappeto il difensore francese spedendolo in un coma di due giorni. «Lo ha fatto apposta, si poteva tranquillamente fermare! Guarda la palla come era lontana!». Nel replay si vedeva con chiarezza il pallone schizzare lontano e Schumacher continuare la sua corsa incurante dell’avversario davanti a sè. Lo colpì al volto con l’anca, facendogli saltare due denti mentre crollava a terra svenuto. Per riprendere il gioco ci vollero quasi cinque minuti. I giocatori francesi cercavano di rianimare il compagno di squadra mentre la barella si avvicinava. Tutto lo stadio iniziò a fischiare quando Schumacher, incurante del francese incosciente, iniziò a palleggiare impaziente attendendo la ripresa del gioco. «Mi sa che il caldo gli ha dato alla testa», disse ancora il signor Smaïl osservando le immagini.
Poco prima il telecronista aveva detto che, quel giorno a Siviglia, si erano sfiorati i cinquanta gradi e la cosa aveva profondamente colpito Smaïl. Col passare delle ore la temperatura era calata, ma non quanto i giocatori avrebbero voluto. Alle 21, al momento del calcio d’inizio, il termometro sfiorava ancora i quaranta gradi. I giocatori boccheggiavano, il gioco era contratto e lento, un po’ per l’afa, un po’ per la tensione. Quell’8 luglio del 1982 si giocava la semifinale del campionato del mondo di calcio. Anche a Marsiglia faceva caldo, ma non così tanto. Smaïl sedeva sulla poltrona con una camicia a maniche corte, sorseggiando il tè freddo preparato da sua moglie e con la sigaretta sempre accesa in bocca. I suoi figli maschi sedevano a terra davanti al televisore, mentre la sua unica figlia metteva a posto la cucina con la madre. Dalla finestra, una piacevole brezza faceva dimenticare a tratti il caldo di quell’estate afosa, mentre i gabbiani in volo sopra il porto ricordavano ai bambini che il mare li aspettava anche il giorno dopo.
Smaïl era arrivato in Francia poco prima che in Algeria iniziassero le violenze del Fronte di Liberazione Nazionale. Aveva vissuto a Parigi per qualche anno, insieme ai suoi genitori, mentre l’insurrezione algerina si trasformava in una vera e propria guerra per l’indipendenza, poi si era trasferito a Marsiglia per lavorare e aveva trovato una donna da amare e con cui fare dei figli, mentre l’Algeria diventava un paese libero e indipendente.
Ripensando alla sua infanzia, nel wilaya di Bijaya, nell’aridità del predeserto, non avrebbe mai creduto possibile che si sarebbe ritrovato, trent’anni più tardi, davanti ad un televisore, dall’altra parte esatta del mar Mediterraneo, a tifare per la nazionale francese ai Mondiali. L’Algeria si era qualificata per la prima volta alla Coppa del mondo per quell’edizione. Inaspettatamente, aveva battuto la Germania nella partita d’esordio, con il gol vittoria del grande Lakhdar Belloumi. Avrebbe potuto passare il girone, l’Algeria, se Germania e Austria non si fossero accordate per garantirsi entrambe il passaggio nello scontro diretto dell’ultimo turno della qualificazione, con gli austriaci che avevano rinunciato ad attaccare dopo il vantaggio tedesco al decimo minuto.
Per il signor Smaïl tifare la Francia non era un problema. Era molto riconoscente verso la sua nuova patria, che lo aveva accolto e gli aveva permesso di costruirsi una vita. Aveva trovato lavoro come magazziniere. Faticava tanto, tutti i giorni, ma guadagnava quello che serviva per fare felici i suoi figli, e questo per lui era un dono di cui doveva ringraziare tutti i giorni Allah e la Francia. Sostenere, poi, Platini e compagni in quella semifinale contro la Germania gli sembrava non solo un dovere, ma un’ottima occasione di rivalsa per gli Algerini.
Dopo il primo tempo il risultato era fermo sull’1 a 1. L’infortunio di Battiston sull’uscita folle del portiere tedesco non aveva impaurito i francesi che avevano tirato in porta tutto il secondo tempo. «Papà vinciamo noi alla fine, vero?», gli aveva chiesto il figlio più piccolo a pochi minuti dalla conclusione. Smaïl aveva sorriso al bambino sentendogli dire “noi” parlando della Francia, e aveva annuito. Era il più appassionato di calcio, il suo ultimo figlio. Stava tutti i giorni in strada a giocare con chiunque avesse una palla, non lasciando mai in pace suo fratello più grande Noureddine e i suoi amici. Smaïl e sua moglie si erano decisi a portarlo in una scuola calcio, non voleva fare nient’altro. Pochi giorni prima della semifinale aveva sostenuto un provino per l’US Saint-Henri, la squadra più importante del quartiere, e l’allenatore si era detto impressionato dalle sue doti, «Siete sicuri abbia solo dieci anni? Dà del tu al pallone, sembra che abbia cinque o sei anni di più», aveva detto. Era stato tesserato per la stagione successiva, anche se la rosa era quasi al completo. Pur di trovargli un posto l’allenatore lo aveva iscritto come terzino sinistro, nonostante il bambino insistesse per giocare attaccante, al massimo centrocampista. Tornando a casa sulla Renault 12 del padre, infatti, non era per niente contento: «Io non voglio giocare in difesa. Io voglio fare gol, come Platini», continuava a ripetere.
Adesso, mentre iniziavano i tempi supplementari, il piccolo stava incollato al televisore, litigandosi lo spazio sul cuscino con i fratelli.
Tutta Marsiglia sembrò esplodere al primo tempo supplementare: la Francia aveva segnato due gol in otto minuti, prima con un gran tiro al volo di Trésor, poi con una conclusione da fuori di Giresse. Smaïl guardava i suoi bambini festeggiare come se fosse già tutto finito. Bastarono pochi minuti, però, per passare dalla gioia al terrore. Rummenigge, il pallone d’oro in carica, il più forte giocatore tedesco, tenuto in panchina dall’allenatore per un leggero infortunio, entrò in campo incurante del dolore e trascinò la sua squadra verso il pareggio, segnando il gol del 3 a 2 poco prima della fine del primo tempo. A fissare il 3-3 ci pensò Fischer, con una rovesciata imprendibile. Le due squadre andavano ai rigori.
Stielike sbagliò il terzo rigore per la Germania. Il libero del Real Madrid crollò a terra in lacrime mentre Ettori esultava per la sua parata. Smaïl disse ai suoi figli di non ridere vedendo quell’uomo dai baffi folti e neri piangere disperato. «Bisogna sempre avere rispetto per gli avversari, per il loro dolore. Dovete ricordarlo sempre. Soprattutto tu, Yazid». Smaïl amava chiamare il più piccolo con il suo secondo nome. Lo faceva solo lui. I ragazzi fecero di sì con la testa ubbidienti. Six sbagliò la trasformazione subito dopo il tedesco che rimase comunque a terra con le mani sul volto, sconvolto dal suo errore. Rummenigge e Platini segnarono gli ultimi due rigori della serie regolare, prima che Bossis fallisse il primo rigore a oltranza, decretando, così, l’eliminazione della Francia.
A Marsiglia calò il silenzio. La casa di Smaïl si scrollò via di dosso con un unico brivido l’adrenalina dell’incontro e i maschi di casa rimasero attoniti a guardare l’esultanza dei tedeschi.
Dalla cucina giunse l’invisibile voce materna: «Smaïl, ora che la partita è finita porta a letto il piccolo».
«Ma mamma non ho sonno!».
«Niente storie, hai sentito la mamma. Andiamo».
Smaïl si alzò dalla poltrona e prese in braccio il bambino. Salutarono i fratelli e le donne in cucina, poi andarono in camera da letto.
«Papà, però è ingiusto che abbiano vinto loro».
«Che vuoi farci, piccolo mio. Nel calcio succedono queste cose».
«Però noi eravamo più forti, vero?».
«Sì, eravamo più forti».
«Papà?».
«Dimmi».
«Platini è il giocatore più forte del mondo, vero?».
«Sì, figlio mio, è il più forte. Più forte di Belloumi».
«Io diventerò più forte di lui, papà, e vincerò il mondiale con la Francia».
«Va bene, ora però dormi».
Il bimbo chiuse gli occhi e si addormentò all’istante, dopo un lungo sbadiglio.
Smaïl diede un’ultima, lunga, occhiata a suo figlio addormentato.
«Dormi bene, Zinedine». Lo carezzò sul capo, poi spense la luce, lasciandolo al sogno di un mondiale da vincere con la maglia della Francia. La maglia del suo paese.


8 luglio 1982, Siviglia, Stadio Pizjuan

Germania – Francia 1-1 (3-3 dopo tempi supplementari; 8-7 dopo i calci di rigore)

Germania: Schumacher; Briegel, K. Förster, B. Förster, Kaltz; Breitner, Dremeler, Stielike, Magath, Littbarski; Fischer.
A disposizione: Hannes, Hrubesh, Mueller, Rummenigge, Hanres, Reinders, Allofs, Engels, Matthaeus, Hieronymus, Franke, Immel.
Allenatore: Jupp Derwall.

Francia: Ettori; Amoros, Bossis, Janvion, Tresor; Genghini, Platini, Giresse, Tigana; Rocheteau, Six.
A disposizione: Baratelli, Battiston, Lopez, Mahut, Girard, Lanos, Bellone, Couriol, Lacombe, Soler, Castaneda.
Allenatore: Michel Hidalgo.

Arbitro: Charles Corver (Ned)

Marcatori: Littbarski (G) 17’; Platini (F) 26’ rig.; Trésor (F) 92’; Giresse (F) 98’; Rummenigge (G) 102’; Fischer (G) 108’.

Rigori: Kaltz (G) gol; Giresse (F) gol; Breitner (G) gol; Amoros (F) gol; Stielike (G) parato; Rocheteau (F) gol; Littbarski (G) gol; Six (F) parato; Rummenigge (G) gol; Platini (F) gol; Hrubesch (G) gol; Bossis (F) parato.


30 Ottobre 2011




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Commenti



alle 18:33 del 31 Ottobre 2011

Mattia L. dice:

Davvero gradevole il colpo di scena finale... sembra che tutto stia andando spegnendosi e invece l'autore accende nuovamente la luce con quel nome, inaspettato come un fulmine a ciel sereno. Racconto davvero emozionante. Bravi.

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