Cronache da un altro mondo

Lasciateci soli

racconto di Paolo Rigo

Adrian si alza, scuote John: «Forza, alzati, dai».
Adrian non sorride mai di mattina, ma bacia John sulla guancia. Si spostano entrambi verso il bagno, piuttosto piccolo, di ceramica bianca con motivi floreali su ogni piastrella. Il blu dei fiori risplende alla luce del sole e si mischia ai riflessi del bianco. Adrian defeca e John si lava i denti. Stanno insieme da circa cinque anni. Ne hanno ventisei. Si vestono a turno, nel bagno non c’è molto spazio e si aiutano a vicenda, anche per una questione di equilibrio. I loro movimenti sono aggraziati e decisi: ricordano i passi di Nureyev, durante una vecchia tournée invernale in Francia.
Alle ore otto e cinque Adrian prepara la colazione, uova e toast per lui, che ha stomaco, latte e cereali per John. Sono entrambi biondi e alti circa un metro e ottantacinque. Adrian ha gli occhi appena più chiari di John. John ha un occhio di colore azzurro profondo e uno verde. A volte può succedere, si chiama eterocromia. Dopo aver fatto colazione salgono in macchina. Adrian guida per circa venti chilometri, lo fa tutte le mattine, e passando per le campagne arrivano in ufficio: lavorano assieme.

Josef Mengele nel 1942 salvò due gemelli tedeschi dallo scoppio di una bomba durante la campagna di Russia. Nel suo diario è scritto: «Rimasi impressionato dal modo in cui il primo gemello si era preoccupato della salute dell’altro: si era lanciato direttamente verso il fratello. La stessa cosa aveva fatto anche l’altro. È stata un’esperienza impressionante! Nessuno dei due voleva essere salvato per primo. E non per un atto eroico, ma per paura del dolore!»
Per il suo gesto eroico Josef Mengele, laureato in antropologia all’Università Ludwig Maximilian di Monaco di Baviera e in medicina alla Johann Wolfgang Goethe di Francoforte, fu decorato con la croce di ferro, una delle più alte onorificenze militari tedesche. Inoltre, fu promosso capitano delle SS e gli fu assegnato un incarico di tutto rispetto all’interno del reparto medico del Terzo Reich. Passò alla storia come «l’angelo bianco» di Auschwitz.

Cândido Godói è una città brasiliana dello stato del Rio grande del Sud. Gli abitanti sono circa settemila, la città è vicinissima alla frontiera argentina. Se dimenticate il fango, le case di paglia, gli animali allo stato brado e vi perdete in un pomeriggio assolato tra la luce piena e gialla nelle poche vie della città vi sarà senz’altro facile notare – fenomeno supportato anche da uno studio dell’Università di Cambridge – che il numero di gemelli nati nella minuscola cittadina brasiliana si attesta intorno al venti, venticinque per cento della popolazione. Fatti i dovuti conti, su settemila persone circa duemila sono gemelli. La cameriera dell’unica tavola calda, di origine tedesca, Janice, ha una sorella gemella, Florence. Entrambe sono alte e belle. La loro particolarità, come del resto per gran parte della popolazione di Cândido, è il colore della pelle, dei peli e dei capelli: tutto bianco. Due gemelle bianchissime e bionde. Una vera rarità in Brasile. Se vi fermate a parlare con Janice potreste ricontrarla appena usciti dal locale. Nessuno si accorgerebbe delle differenze.

Il fenomeno di Cândido Godói è stato osservato anche a Igbo-Ora, in Nigeria, e Kodinhi, un piccolissimo borgo indiano. In particolare, nel piccolo paese indiano la percentuale di gemelli si attesta intorno al quindici per cento della popolazione di trecentocinquanta abitanti. Come se non bastasse, c’è un ulteriore dato interessante che riguarda questa percentuale: circa il settanta per cento dei gemelli di Kodinhi è siamese. Purtroppo, vista la mancanza di uno studio scientifico del fenomeno e date le credenze indiane sui gemelli siamesi, non siamo in grado di stabilire se i numeri riportati si riferiscano a singoli individui o a due individui uniti tra loro.

La mattina del 16 marzo del 2007 la pioggia scende piano sul viso di John. Le gocce gli inumidiscono i capelli e creano un piccolo rigagnolo sul volto che si esaurisce sul petto dell’uomo. Gli occhi di John – soprattutto l’occhio verde di John – sembrano quasi risplendere con tutti i cristalli d’acqua che lo incorniciano. Adrian lo fissa, gli guarda il volto, lo trova bellissimo. Gli passa la mano sul viso, camminano verso l’ufficio, lo accarezza e lo bacia sulle labbra: «Sei bellissimo quando piove». Adrian e John si abbracciano per un lunghissimo secondo sotto i portici del grande edificio giallo della MGM.
In ufficio non si possono mostrare tenerezze. Il loro capo, il signor Baur, glielo ha sconsigliato: «Sono cose che turbano», ha detto proprio così, «fate come cazzo vi pare a casa, ma qui con i clienti no… turbano». Erano passati tre mesi da allora. Quel giorno John aveva pianto. Adrian si era informato circa la possibilità di fare causa al loro capo, ma a quanto pare la situazione era piuttosto complessa e, stando alle leggi vigenti in Tennessee, avrebbero potuto anche rischiare la prigione: da uno a tre anni. Di comune accordo evitarono di portare avanti la causa.
«Chi dobbiamo vedere oggi?»
«Gli Hensel».
«Oddio… una nuova puntata di Oprah o un documentario?»
«Oprah».
«Io le odio quelle stronze… sono così pesanti…»

Ogni mattina il capitano medico Josef Mengele, dopo aver fatto colazione con burro, latte e caffè, usciva dalla sua stanza, nell’ospedale di Auschwitz, e andava a fare il giro completo delle baracche. I più felici di vederlo erano gli zingari e i rom. Aveva un rapporto privilegiato con questo tipo di prigionieri. I bambini rom lo chiamavano «zio Josef». Quando ne aveva la possibilità, distribuiva loro caramelle e cioccolatini, merce rarissima in un campo di sterminio. Alcune SS storcevano il naso per questa sua “debolezza”, ma il grado di Mengele, o la sua fama, oppure solamente il fatto che fosse uno dei capi del campo, sedava ogni malumore. Terminato il giro, riceveva gli ufficiali e sottoufficiali nel suo studio, fino all’una meno un quarto. Dopodiché pranzava, circa quaranta minuti, da solo, rigorosamente da solo. Seguiva una dieta speciale di verdure e proteine assunte secondo una specifica tabella su base settimanale. All’una e mezza iniziava il suo servizio nell’ospedale del campo. Aveva molto lavoro da svolgere.

L’espressione «gemelli siamesi» è passata all’uso comune grazie a Eng e Chang Bunker. Sebbene, infatti, il fenomeno fosse già conosciuto presso gli antichi romani e Leone il Diacono, uno dei principali storici bizantini, avesse illustrato, all’interno dei suoi scritti, casi simili, riscontrati durante l’impero, la storia dei gemelli Bunker fu la prima ad avere un impatto mediatico internazionale. I Bunker, di cui si ignora il vero cognome, si trasferirono in America dal Siam – da cui viene l’aggettivo siamesi – nel 1829; lì incontrarono il produttore teatrale e circense John Hunter che li spinse a esibirsi in un tour internazionale come fenomeni da baraccone. Dopo circa quindici anni di spettacoli si stabilirono nella Carolina del Nord dove presero la cittadinanza americana e si sposarono con due sorelle. Queste però non erano gemelle.

«Sì a volte da noi nascono anche dei gemelli siamesi».
«Beh, più che a volte».
«Diciamo una nascita ogni decennio».
«Ed è così puntuale?»
«Più o meno sì».
Janice mi sorride, parla solamente portoghese e ha una conoscenza elementare dello spagnolo. Io non parlo portoghese, ma parlo spagnolo. La sorella di Janice, Florence, che non fa la cameriera ma l’agente assicuratrice nella città vicina, parla spagnolo, portoghese – per nascita – e inglese. Non mi sorride mai durante l’intervista. Non devo esserle particolarmente simpatico, mi dice che è presente solamente per fare un favore a Janice, che è timida e non parla bene spagnolo.
«E i luoghi comuni sui gemelli?»
«Tipo?»
«Che sentono dolore assieme, che hanno gli stessi gusti, e via…»
«Sono solo stronzate».
«Però a volte…»
«Sì?»
«A volte abbiamo i gusti completamente opposti, non è vero Florence?»
Janice dice che soprattutto riguardo agli uomini hanno dei gusti che sono agli antipodi. Ad esempio a Janice piacciono gli uomini non troppo alti con i capelli scuri e gli occhi chiari, dice «come usted, proprio come usted, posso darti del tu?»
A Florence, invece, piacciono gli uomini alti e biondi, ma soprattutto non le piacciono né i giornalisti, né gli scrittori. Sono dei perditempo. Janice invece afferma di apprezzare gli artisti, le piace come pensano. Gusti differenti.

Uno dei casi più rari di gemelli siamesi fu quello dei gemelli Rostov, in Russia, negli anni ’30 del secolo scorso. I fratelli Jacob e Josif nacquero intorno agli anni ’80 dell’Ottocento. Uniti per il bacino, esteriormente avevano due gambe, due mani e un pene a testa. La loro separazione risultava del tutto impossibile: infatti i polmoni erano in gran parte presenti solamente nel corpo di Jacob, mentre il fegato era condiviso, anche se, in realtà, si poteva considerare principalmente come un organo di Josif. I fratelli facevano lo stesso mestiere: taglialegna. Rifiutarono qualunque intervista e vissero fino all’età di sessantuno anni. Morirono durante una tempesta di neve. Avevano sposato due sorelle e vivevano in case separate distanti tra loro quattro chilometri: una settimana in una casa e una settimana in un’altra. Un giorno avevano litigato e così non si parlavano più da circa dieci anni, fatta eccezione per le comunicazioni indispensabili a sopravvivere. Josif amava fumare e questo danneggiava i polmoni e causava la forte tosse di Jacob, il quale da parte sua era un amante della vodka e aveva finito per far diventare Josif cirrotico. La sera della loro morte erano a casa di Josif, ma essendo scaduta la settimana, sarebbero dovuti tornare a casa di Jacob. Non si sa se decisero di affrontare la tempesta per la testardaggine di Jacob o di comune accordo. Di sicuro, però, c’è il fatto che Josif aveva delle difficoltà motorie dovute alla cirrosi. Jacob, anche quella sera ubriaco, si perse nella tempesta. Le mogli trovarono quello che restava del corpo una settimana dopo: per gran parte era stato mangiato dai lupi.

Anche i gemelli Bunker si sposarono con due donne diverse, le due sorelle Yates. A quanto pare fu Eng a fare la proposta per entrambi. Si sposarono lo stesso giorno. Fu per ambedue la prima relazione privata con un altro essere umano. Anche se, per dovere di cronaca, avevano frequentato per un breve periodo una sola donna, Sophia Alberg di Boston, la quale iniziò alle gioie del sesso i fratelli che fino a quel momento avevano dichiarato: «Noi non ameremo mai». La condizione agiata della Alberg creò uno scandalo e la ragazza venne costretta a ritirarsi in convento, mentre i due fratelli furono costretti a ritirarsi dalle scene. Visti i grandi guadagni nel mondo circense e il patrimonio familiare delle sorelle Yates, i Bunker comprarono un terreno in campagna, un appezzamento piuttosto vasto, dove fecero costruire due case identiche distanti tra loro circa cinquanta metri: vivevano tre giorni in una e tre giorni nell’altra. Ebbero in totale ventuno figli. Sebbene fossero nati in condizioni di povertà, fin dall’adolescenza godettero dell’affetto del re del Siam che li prese a corte come compagnia per i suoi figli. La loro convivenza potrebbe essere definitiva come perfettamente simbiotica, non vollero mai separarsi e quando nel 1874 Chang morì, Eng sopravvisse per un’altra settimana da solo. I nipoti ricordano quel breve periodo come il più triste della sua vita: aveva capito che sarebbe morto, non volle neanche provare a camminare da solo e passò gran parte del tempo su una carrozzella rudimentale.

«Posso farvi un’ultima domanda?»
«Sì».
«Cosa sapete dirmi del dottor Mengele?»
«Che qui non è mai venuto».
«Però è morto a pochi chilometri da qui».
«Sì, ma non è mai venuto qui…»
«Però, voglio dire: siete tutti bianchi e biondi, quasi tedeschi, e poi, sai? La questione dei tanti gemelli, e poi dei gemelli siamesi… cioè è una percentuale piuttosto alta la vostra».
«Non è mai stato qui».
Florence con una scusa va via, dice di avere un appuntamento di lavoro. Rimango nel locale a bere un rhum con Janice. Non parliamo di niente. Lei non capisce molto bene lo spagnolo, e io non lo conosco abbastanza per riuscire a fare una conversazione. Ci guardiamo un po’. Per qualche minuto più o meno. Janice sorride a ogni cosa che dico anche se non capisce, è molto carina, ma non può succedere nulla. Scommetto che in una macchina rossa, sulla strada provinciale, qualche chilometro più in là, Florence guida ed è di cattivo umore.

Ufficialmente la prima divisione di gemelli siamesi eseguita con successo in Europa avvenne nel 1965. L’operazione fu effettuata dai professori Solerio e Ciocatto sulle gemelle Foglia. Vennero assistiti da ventiquattro medici. L’intervento fu dichiarato straordinario per l’epoca.

Ogni giorno, dall’una e mezza fino alle otto meno un quarto, nello studio-laboratorio di Mengele, ad Auschwitz, entrava una nuova coppia di gemelli. Siamesi e non siamesi, per il professor Mengele non faceva alcuna differenza. Una mia amica, una dottoressa, definì il lavoro del dottor Mengele come «comparabile a quello di un bambino di cinque anni che gioca al dottore con le lucertole». Il dottor Mengele, alias l’angelo bianco, alias zio Josef, era probabilmente affetto da una sorta di doppia personalità e da delirio di onnipotenza. In un solo giorno, ad Auschwitz, fece uccidere i settecentocinquanta abitanti di un capannone dove si era verificata un’epidemia di pidocchi. E subito dopo disse: «Io sono il potere». Ogni notte ordinava a una donna prigioniera del campo di recarsi nelle sue stanza. Dopo averla seviziata per ore, la uccideva personalmente con un’iniezione di fenolo. Gli ultimi sei mesi ad Auschwitz, cosciente dell’impossibilità di portare a conclusione il piano nazista, a cui era dedito, decise di uccidere ogni carico di nuovi prigionieri direttamente nelle camere a gas. A essere risparmiati furono solamente i gemelli, i quali venivano puliti, nutriti e godevano di alcune concessioni particolari all’interno del campo: ad esempio vivevano in baracche più confortevoli, non potevano essere malmenati dalle SS e qualunque altro prigioniero li avesse toccati sarebbe stato ucciso. Secondo un recente calcolo, la probabilità di sopravvivenza di una coppia di gemelli ad Auschwitz era altissima rispetto a quella dei prigionieri normali.
Solo Mengele se ne poteva servire: in una sola notte di febbraio, uccise quattordici coppie di gemelli di origine zingara con i suoi esperimenti. Il suo scopo principale era quello di dimostrare un legame psicofisico tra i membri della coppia; altri obiettivi riguardavano la trasmissione dei geni. Gli esperimenti che passarono alla storia, grazie anche al resoconto dei sopravvissuti, furono incentrati, inoltre, sulla possibilità di far mutare i colori degli occhi, o almeno di uno solo; altri riguardavano la famosa campana iperbarica al cui interno veniva fatto entrare un solo gemello; l’altro, collegato a un elettrodo in un’altra stanza, impegnato in attività normali, quali il disegnare, il cantare, il mangiare, era il termometro per la misurazione del dolore e della compressione del gemello chiuso nella campana. Altri esperimenti riguardavano l’asportazione e importazione di organi tra gemelli, o ancora la cosiddetta sutura, cioè un’operazione chirurgica eseguita con lo scopo di ottenere una sintesi di due individui legati fra loro tramite una parte del corpo, una sorta gemello siamese artificiale, particolarmente utile su base militare.
In realtà, la disponibilità di gemelli siamesi nella Germania nazista fu piuttosto scarsa: infatti, per un’errata lettura dell’ordine dell’Ausmerzen le poche coppie vennero uccise volontariamente dagli infermieri fin dalla nascita. Mengele si disse sempre contrario all’uccisione, da piccoli, dei gemelli siamesi, dei nani, degli ebrei, e via dicendo: in questo modo non sarebbero potuti servire alla medicina. Alla fine della guerra, Josef Mengele riuscì a evitare il processo di Norimberga, cambiò nome e si trasferì dapprima in Brasile e poi in una zona sconosciuta posta sul confine del Paraguay. Alcuni sostengono che abbia continuato anche laggiù i suoi esperimenti sui gemelli. Paradossalmente alcuni suoi studi aiutarono la medicina contemporanea. Non fece neanche un giorno di prigione e morì d’infarto durante una nuotata nell’oceano Pacifico. Aveva quasi sessantotto anni.

«Mi dispiace, ma date le analisi, la vostra separazione non è chirurgicamente possibile. Nessun medico al mondo accetterebbe mai di separarvi: avete ben tre organi interni in comune, non è possibile. Uno dei due morirebbe. Forse entrambi».
Questo era quello che nel pomeriggio, nel suo studio bianco con le foto di diversi fratelli attaccate al muro, il dottor Righel, primario della prestigiosa Università di Chicago – allievo americano del luminare Soliero – e, probabilmente, il miglior chirurgo al mondo per le operazioni di divisione dei gemelli siamesi, aveva detto a John e Adrian Rutherfold, gemelli siamesi americani di ventisei anni. A sera erano in albergo, sul loro letto matrimoniale. John era appoggiato il più possibile su quello che era il corpo di Adrian. Erano passati cinque anni dalla prima volta che avevano fatto l’amore. La prima volta era stata sorprendente per entrambi. Nessuno si sarebbe mai aspettato di scoprire che entrambi provavano qualcosa di più della semplice gelosia familiare. Volevano sempre stare insieme, pur non volendo vivere così. L’incesto in America è punito fino a cinque anni di carcere. Vivere un incesto da fratelli siamesi era comunque troppo. Troppo per tutti. Tranne che per loro, si intende. Avevano gli stessi gusti. Si guardavano e si accarezzavano. Si guardarono e si accarezzarono fino alle quattro e mezza di notte.

«Tu sei sicuro di volerlo fare?»
«Sì… non riesco più a vivere così».
«Se lo faccio io, poi muori anche tu».
«Facciamolo assieme».
John e Adrian presero le pasticche di barbiturico insieme. Insieme, come insieme avevano fatto ogni altra cosa. Si guardavano insieme. Osservavano le stelle insieme. Mangiavano insieme. Guidavano insieme. Lavoravano insieme. Si lavavano insieme. Vedevano la tv insieme. Si masturbavano insieme. Morirono insieme un’ora dopo aver assunto i barbiturici. John disse solamente: «Adrian». Nessuno dei due pianse. Rimasero stretti il più possibile. Avevano fatto l’amore insieme per l’ultima volta. Erano passati cinque anni dalla prima volta che l’avevano fatto insieme. E non solo guardandosi. La luna risplendette sugli occhi di John, ma i colori erano spenti. Chiari ma spenti. Per un brevissimo attimo, sottile come un filo di seta, il colore verde dell’occhio sinistro di John passò all’occhio destro di Adrian. Era mattino: sul viso di Adrian sembrò disegnarsi un sorriso.


8 Febbraio 2012




Chiudi




Commenti



alle 16:50 del 8 Febbraio 2012

F. dice:

Bellissimo. Interessante, coinvolgente, poetico.
Complimenti.

alle 16:52 del 8 Febbraio 2012

Valerio N. dice:

Davvero niente male! Forse il racconto migliore di Rigo, fino ad ora (rivista compresa). Davvero riuscito il gioco di rimandi tra realtà e finzione narrativa... stimola la curiosità di chi legge. Le ripetizioni, raramente eccessive, danno un ritmo alla narrazione e i flashback lasciano intuire la realtà delle cose. E anche la lunghezza maggiore, arrivati in fondo a leggere, non pesa minimamente. Bene così!

alle 19:50 del 8 Febbraio 2012

Jules dice:

Mi è piaciuto moltissimo e per qualche strano motivo mi ha ricordato "Non lasciarmi" di Kazuo Ishiguro smile

alle 20:42 del 8 Febbraio 2012

Fabrizio dice:

Bellissimo, scritto in maniera impeccabile, equilibrato e commovente insieme.

alle 21:22 del 8 Febbraio 2012

Stefano dice:

Concordo con chi dice che è più bello tra racconti di Rigo, soprattutto per lo stile equlibrato che non rende affatto pesanti i salti nella narrazione.
Inquietante e poetico.

alle 22:48 del 8 Febbraio 2012

Ofelia dice:

Complimenti Paolo, veramente un ottimo lavoro. Racconto lineare e scorrevole con descrizioni accuratissime. Bravo!

alle 23:40 del 8 Febbraio 2012

Globus dice:

A parer mio il migliore racconto di Rigo fino a questo momento, assai maturo nella forma e nell'intreccio. Complimenti e a presto!

alle 8:22 del 9 Febbraio 2012

Paolo Rigo dice:

Grazie a tutti per i complimenti ma soprattutto per la lettura e per aver commentato.

alle 11:57 del 10 Febbraio 2012

OS dice:

Puntuale come un reportage, è descrittivo ed emozionante come fosse tratto da un romanzo.

Lascia un commento

Nome:

Indirizzo email:

Sito web:

Scrivi nella casella di testo sottostante la parola che appare nell'immagine (è un sistema per prevenire commenti automatici).


Ricorda i miei dati personali.

Avvisami quando verranno lasciati altri commenti.


© 2010 - 2012 flaneri.com – Tutti i diritti riservati. Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Roma – Autorizzazione N. 54/2012 del 15/03/2012