Angelica si alzò dalla scrivania, andò in bagno e vomitò. Era la terza volta dalla mattina. Ormai dentro non aveva più niente, si sentiva svuotata e debole, stanca, disabitata. Quando ebbe finito di rovesciare gli ultimi succhi giallognoli nella tazza del water tornò al suo posto fra l’indifferenza dei colleghi distratti dal dialogo neuronale con le rispettive interfacce multitasking.
Si collegò fulmineamente a facebook per verificare quanti mi piace avesse collezionato il suo ultimo post, controllò la posta in arrivo su yahoo e tornò a collegarsi a facebook scorrendo controvoglia la bacheca home. Faceva questo giro ogni trenta minuti, velocissima e ansiosa, coordinando il tic nervoso delle dita sul mouse come in un rito capace di salvarle l’anima due volte per tremilaseicento secondi di vita. Poi il telefono squillò. Dall’altro capo della cornetta la ragazza del front-office annunciò il dott. De Marchis con voce preoccupata.
«De Marchis? E che vuole?»
«È qui, ha chiesto di Rinaldi, dice che ha un appuntamento...»
«Cristo di Dio, come è qui? Non è vero! Non ha nessun appuntamento!»
«Lo so, lo so... ho provato a farlo presente ma non mi ascolta nessuno...»
«Dillo a WC».
«Già fatto... mi ha detto di mandarlo da te...»
«Cristo di Dio... fallo passare».
Angelica si lasciò andare lungo la poltrona di pelle nera, esausta. Dall’altro capo della scrivania Clara scostò lo sguardo dallo schermo un millisecondo e sorrise: «È De Marchis? Ma che vuole quello da te? Fagli dire che non ci sei», poi ripiombò nell’abisso virtuale delle sue otto ore.
Trenta secondi più tardi un ometto goffo fece il suo ingresso salutando gli impiegati. Il clima del piccolo ufficio cambiò radicalmente, la palude stagnante degli umori venne scombinata da una forte ondata di fastidio. Angelica si alzò e andò incontro al suo ospite con un sorriso sincero. De Marchis collegò l’audio al suo incessante monologo interiore cercando con occhi avidi l’approvazione dei presenti al suo stridulo saluto generale. Un senso di sospeso imbarazzo si trascinò attraverso la stanza.
«Dunque signora Angelica» disse dopo essersi accomodato «ho qui con me alcune correzioni delle bozze» ed estrasse dalla borsa un fascio di fogli stropicciati «se posso parlare con Rinaldi...»
Angelica considerò il viso dell’uomo, i baffi brizzolati tagliati stretti, la grossa montatura degli occhiali fumé, i capelli radi pettinati all’indietro. Tutto sembrava studiato per attirare la fiducia dell’interlocutore su quei dettagli e distogliere l’attenzione dalle bestialità di cui era capace quella bocca ornata da denti gialli malati, quella voce sfiatata che biascicava richieste lamentevoli senza senso. Si chiese cosa volesse realmente quell’uomo da lei, cosa lo avesse spinto a recarsi fin lì e quale fosse la strategia per liberarsene al più presto.
«Dottor De Marchis» cominciò a dire dolcemente «lei sa che sono io che mi occupo della sua pubblicazione, Rinaldi è solo il nostro coordinatore, e comunque in questo momento è fuori sede...» un risolino strozzato percorse l’ufficio e arrivò al telefono «mi scusi».
Dall’altro capo della linea si palesò la voce nasale del capo.
«È venuto De Marchis».
«Lo so dottore».
«Bene... ci parli lei, gli dica che io non ci sono... quando è andato via mi richiami».
«Va bene dottore».
Il capo abbassò bruscamente il ricevitore. Angelica se lo figurò storcere il naso in segno di disgusto, vigliaccamente barricato nei sei metri quadri del suo ufficio con parquet.
«Era Cantarnano?» De Marchis aveva capito tutto, quest’uomo è un piranha, pensò ammirata Angelica. «No, il dottor Cantarnano è via insieme a Rinaldi, staranno fuori per tutto il mese».
«Ah... bene, bene...»
Prima di varcare la soglia De Marchis si girò verso Angelica che lo aveva accompagnato per evitare che imboccasse a tradimento la strada dello studio di Cantarnano , come già era avvenuto.
«Signora Angelica mi raccomando di riportare quanto le ho detto al dottor Rinaldi senza omissioni, è questione di vita o di morte», abbassò il tono e si guardò circospetto intorno «il Santo Padre mi manda una mail tutte le sere...» poi fece un gesto con il dito come a dire mantenga il segreto «umh... ma lo sa che lei ha due minne da infarto? Si dice così a Roma, no? Da infarto...»
Le porte scorrevoli della metro B si chiusero sbattendo.
Angelica guardò a lungo una zingara con un ragazzino per mano che cantava Besame mucho dal fondo della carrozza. Il tipo alla sua sinistra stava raccontando l’uscita della sera prima con molta enfasi, era stato al cinema. Diocristo..., pensò lei, quel viscido di Martini fa la spia in ufficio per farsi amico WC... che schifo. Angelica diede un’occhiata carica di odio intorno a sé, lo zingarello stava attraversando il vagone agitando alcune monete di rame dentro un bicchiere cartonato McDonald’s. Si domandò perché non riusciva più a stare in mezzo alla gente. Se lo chiese chiaro e tondo, come se fosse un’altra persona. Perché non riesci più a innamorarti? Perché l’unico pensiero che ti fa felice è quello di startene a letto con gli occhi spalancati nel buio? Perché sprechi la vita così? Poi nel suo stomaco tornarono alla carica le parole che WC le aveva rivolto solo trenta minuti prima causandole un conato acido e silenzioso.
«Alcuni colleghi hanno fatto presente che passi molto tempo su internet, questo è il primo di due richiami ufficiali... poi l’Azienda è legittimata a emettere una lettera di licenziamento... Cantarnano è molto arrabbiato... ti avverto che da oggi sarai sotto stretto controllo...»
Angelica guardò la sua faccia riflessa nel nero del vetro. Al posto degli occhi c’erano due macchie scure. Sapeva benissimo che quella era solo una scusa, erano corse troppe questioni, troppo astio, Cantarnano aveva deciso di farla fuori, era toccato a Flaminia, a Emanuele, a Filippo e a un sacco di altra gente. Ora è arrivato il mio turno. In quell’ufficio aveva visto gente umiliata, sfruttata, offesa. Sapeva bene come potevano demolire l’umore delle persone. Sentì una rabbia puntuale infuocarle le vene, qualcosa la colpì al cuore, poi mille scosse le percorsero i nervi dalla testa ai piedi e riuscì solo a pensare adesso divento pazza, poi chinò la testa ronzante sul petto e alcune lacrime cominciarono a scendere. Da tre anni passava otto ore al giorno davanti al computer. Seimilaseicentoventiquattro ore epilettico-depressive stavano presentando il conto alle vibrazioni incontrollate dei suoi bulbi oculari. Ventitré milioni e ottocentoquarantaseimila battiti di ciglia tornarono a rovesciarsi nei suoi occhi limpidi spalancati sul pavimento del treno.
Mentre piangeva le tornò in mente che quella mattina, nella fila dell’edicola, le dita della mano le si erano aperte in uno scatto involontario e gli spiccioli erano caduti per terra. I presenti si erano girati a guardare, lì per lì aveva provato vergogna ma adesso a pensarci le risultava una cosa così divertente. Rise. D’improvviso si trovò a essere felice. In quel momento il tipo alla sua sinistra concluse il suo lungo excursus cinematografico con un gesto affermativo dell’indice: «…E alla fine invece siamo andati a vedere Napoletans». Angelica scoppiò in una risata doppia, feroce, dovette prendersi la pancia fra le mani e piegarsi.
Prima di scendere pensò che c’era ancora speranza, tutto le parve possibile, accessibile, con un po’ di fortuna. Si guardò un’ultima volta nello specchio nero mentre la carrozza rallentava e sussurrò: «D’ora in poi sarai felice, questo dolore non esiste, tutto sarà diverso ma devi essere forte» un attimo prima che le porte si spalancassero puntò l’indice sullo sterno del sé-riflesso «e se sprechi la vita è solo colpa tua».
Bello, mi piace questo spaccato
Il personaggio "WC" è decisamente intrigante. Il suo nomignolo inequivocabilmente allusivo, il suo piglio mafioso... Dovresti dargli più spazio! :D
Ci tengo a precisare che ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente causale (peppè peppè peppè...)
magicamente doloroso
Un bel racconto con bei personaggi ben descritti.
Ti amo, sia chiaro.
...triste pensare che sia tutto vero... ancora più triste pensare che dopo mesi sia ancora tutto così... ma tranquilli, sarà così fino a che il capo di quel posto rimarrà li... quindi fino a che "non finiranno le mosche da mangiare"... e se il racconto da spazio ad una soluzione, ad una via di redenzione, beh, l'unica è semplicemente andare via il prima possibile, serenamente, prima che loro ti facciano talmente tanto male da farsi mandare via... altrimenti rassegnati... sarai come una mosca contro il vetro... tunk... tonk... sponk...
E dove sono Canterano e Rinaldi, a Parigi?!
Grazie di cuore, sei un eroe. Un bacio agli amici qui sopra, per noi l'incubo è finito (o quasi) ma non dimentichiamo e non perdiamo occasione per diffondere il verbo: Leonardo Rinaldi non esiste!
Leggerti mi ha fatto rivevere un incubo, un periodo della mia vita che ho cercato di seppellire con tutte le mie forze. Angelica, vomiti compresi, sembro io nel periodo dello stage in una casa editrice. Gran bel racconto. Facciamolo girare ché tutti sappaino che LEONARDO RINALDI NON ESISTE.
Chiunque tu sia... complimenti per il racconto e la narrazione così limpida e reale di uno spaccato di vita che ci accomuna; mi associo a michela, leggerti mi ha fatto rivivere un incubo.
Ovviamente, ogni riferimento è PURAMENTE casuale ma una cosa è bene dirla: LEONARDO RINALDI NON ESISTE!!!!
Un racconto vivo e realista... questa rubrica ricorda un po' il film di Virzì "Tutta la vita davanti"... realista perché riflette delle situazioni che accadono di frequente in diverse realtà lavorative... molto più di quanto si pensi... il mondo lavorativo va così... basta non piegare la testa... perché "se sprechi la vita è solo colpa tua"!!!
Finale notevole! La presa di coscienza è una sorta di redenzione ultima da una situazione infernale! Racconto catartico!!!
Voglio ringraziare sinceramente tutti quelli che hanno letto il racconto e hanno lasciato un commento. Grazie, di cuore.
Ma ci tengo anche a precisare nuovamente che personaggi, fatti e ambientazioni presenti nel racconto sono frutto esclusivamente della mia immaginazione.
Ogni riferimento a cose e persone realmente esistenti è puramente casuale.
No, non esiste.
Ma infatti non preoccuparti... è una situazione talmente surreale, talmente paradossale... che non c'è nulla di vero in quello che è raccontato... non è una casa editrice... non è un posto di lavoro... non è nulla di avvicinabile alla realtà di un centro che produce cultura... non è neanche cultura quello di cui si parla... non è nulla... non esiste... come per la Neolingua di George Orwell stanno facendo sparire anche le parole che devono essere usate per scrivere... piano piano stanno facendo scomparire dietro un LR anche le persone che ci vivono dentro... si afferma un'immaginazione... non diventare un uomo immaginario...
ci dovremmo tutti ripetere il monito finale, giorno dopo giorno, riflessi sullo schermo del computer, dalle nostre postazioni di studio o lavoro. mi piace, bravo fabrizio!
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