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L’ottico

racconto di Ornella Spagnulo

Ero andata da un Ottico vicino casa mia, accompagnata dai miei genitori, perché gli occhiali costano tanto e sono un acquisto importante, e il secondo assunto dipende anche dal primo. Gli occhiali sono un privilegio che noi abbiamo per vedere bene – da vicino o da lontano – quando la natura ci avrebbe già abbandonato a una penombra, o meglio a una mancanza di contorni definiti, quei contorni che sono imprescindibili per distinguere un amico da un nemico.

Ci sedemmo. Il nuovo oculista – l’avevo infatti cambiato perché il precedente, a cui ero stata fedele per anni, non aveva saputo liberarmi da un rossore agli occhi che mi prendeva ogni volta che mi sedevo per stare al pc – mi aveva diagnosticato oltre a una blefarite (cura: un lavaggio da fare una volta a settimana con un liquido speciale, il Blefaroshampoo), l’aumento della miopia e l’insorgere dell’astigmatismo.

La commessa ci fece aspettare perché prima di noi c’era una dolce famiglia comprendente madre, padre e bambina piccola dolcissima, che chiedeva consigli a mamma e papà con remissione, per poter scegliere bene i suoi primi occhiali. Adorabile.

Io e mia madre, intanto, eravamo scomodamente sedute su un puff, sfogliando una rivista con donna seminuda famosa in copertina e uomo accanto, e la scritta: «Di nuovo insieme?», e meditavo sulla ridicolezza del mondo. Mio padre parcheggiava.

Quando venne il nostro turno, mi fu difficile scegliere qualsiasi tipo di occhiali. Ero fondamentalmente affezionata ai miei. Da fuori, in vetrina, ne avevo visto un paio celeste, con un pallino celeste anche sulla stanghetta, erano di marca e indossandoli sembravo proprio una di quelle ragazze per bene e alla moda, così risposi: «No», senza indugi. Quegli occhiali non mi potevano rappresentare. Mia madre ne indicò un paio tutti colorati da Arlecchino, facevano schifo, allora lei per riemergere dal mio rifiuto disse: «Questi li compreremo quando sarai diventata una scrittrice». Non immagino lo sguardo e i pensieri della commessa in quell’istante.

Scelsi alla fine questo paio semplice che ho ora, ma volevo minore miopia ed ero indecisa sull’astigmatismo.
«Ma signora», mi redarguì la commessa: «Dobbiamo seguire le indicazioni dell’oculista».
La mia espressione continuava a essere seria.
«L’oculista precedente non mi aveva saputo diagnosticare la blefarite. Magari questo ha sbagliato con i gradi».
Mia madre si guardava intorno sconcertata, mio padre, invece, mi stava vicino facendo sentire la solidarietà della sua intelligenza.
«Appunto. Se questo oculista ha indovinato con la blefarite, di sicuro avrà fatto bene anche il resto!»
«Non è sempre tutto bianco e nero», risposi, dall’alto dei miei ventotto anni, e mio padre mi dava ragione.
La commessa mi guardava sempre più basita e mia madre sempre più perplessa. Da parte mia, rimanevo sconcertata dell’incapacità altrui a riconoscere l’immensa relatività di tutto quanto.


17 Gennaio 2012




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Commenti



alle 9:15 del 18 Gennaio 2012

Antani dice:

Bel racconto, mi piace molto l'idea dell'ottico, ci vedo un po' di Gioconda Belli..brava l'autrice..

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