Cuentos de fútbol

Se ci fosse la luna

racconto di Francesco Vannutelli

In camerata ci saranno ormai una sessantina di persone. Quella mattina ne avevano portati altri cinque. Tre erano morti nei giorni precedenti. Morivano così, semplicemente, da un giorno all’altro: la sera erano vivi, la mattina dopo no. Era il freddo a portarli via. O la fame, o la fatica.
Árpád è sdraiato sul suo letto e cerca di prendere sonno, come ogni notte.
All’inizio a tenerlo sveglio era la puzza. Quando era entrato nella baracca la prima volta era stato aggredito da un olezzo nauseabondo di umanità in avaria, di sudicio e sudore, di escrementi e infezione. Quello che lo colpiva di più, però, che più di ogni altro odore lo faceva respirare a fatica, era una punta indecifrabile che percepiva a ogni respiro, qualcosa di incorporeo cui solo negli ultimi tempi era riuscito a dare un nome: disperazione.
Coi giorni si è abituato al fetore, ha iniziato a farne parte. Non ci bada più. Però ancora non riesce a dormire. Nonostante il lavoro massacrante, la fame e il freddo che a tratti sembra trapanargli il cranio, non è ancora riuscito a dormire una notte intera in quei primi due mesi a Cosel.
Troppi pensieri a fargli compagnia, troppi ricordi e preghiere a disturbare il suo sonno.
Si chiede dove sia sua moglie Ilona, i suoi figli Roberto e Clara. Quando li avevano portati via da Westerbork si erano promessi che si sarebbero rivisti presto. Clara piangeva forte e Árpád aveva detto a Roberto di prendersene cura, di non lasciarla sola un attimo. Il bambino non piangeva, aveva annuito, guardandolo con una tale forza negli occhi da farlo sentire fiero e orgoglioso di avere un simile figlio. Riuscì addirittura a sorridergli, mentre le guardie lo trascinavano via per il braccio.
Tutto sommato, a Westerbork non stavano neanche così male, almeno erano tutti insieme. Sì, c’era poco da mangiare anche lì e nei dormitori faceva freddo persino d’estate, ma poteva vedere i suoi figli giocare con gli altri bambini, stare con sua moglie durante il giorno, e ogni tanto le guardie li lasciavano anche giocare a pallone, nel grande cortile recintato.
Sarebbe bello, pensa Árpád, se li facessero giocare a pallone anche lì, nel campo di lavoro. Renderebbe tutto meno pesante, almeno si potrebbero distrarre, forse per qualche tempo riuscirebbero anche a dimenticare tutto il resto. Magari potrebbe anche riuscire a tirare su una squadra, provare un po’ di schemi e movimenti così da non dimenticarsi tutte le cose che aveva imparato in Sud America e in Inghilterra e non perdere troppo tempo quando avrebbe iniziato nuovamente a lavorare, una volta finito tutto.
C’era rimasto così male quando l’avevano licenziato dal DFC, la squadra di Dordrecht. Se lo aspettava, sapeva che sarebbe successo dopo le ultime decisioni del regime, ma sperava che non sarebbero arrivati a tanto anche lì. Quando era andato via dall’Italia era convinto che avrebbe potuto continuare a lavorare in pace in un altro paese più tollerante con gli ebrei. L’Olanda sembrava perfetta.
Aveva trovato un posto in una squadra poco più che dilettantistica, il Dordrechtsche Football Club, e aveva ripreso ad allenare come faceva a Bologna. Tanto lavoro, corsa e tattica. All’inizio non era stato semplice: i ragazzi non erano abituati ai ruoli fissi e a un movimento senza palla coordinato e organico, ma i progressi erano arrivati rapidamente. In meno di due mesi la squadra aveva assimilato completamente il sistema di Chapman e aveva iniziato a collezionare vittorie.
Dopo l’invasione, quando gli dissero che non poteva più allenare, la sua preoccupazione più grande fu che i ragazzi dimenticassero i movimenti e che tutti i progressi che avevano fatto andassero persi. Aveva provato a intrufolarsi un paio di volte agli allenamenti, ma la stella sul suo cappotto chiudeva ogni cancello. Alla fine si era dovuto rassegnare a seguire le sessioni da lontano, sbirciando i giocatori dalle fessure della staccionata di legno, mormorando tra i denti le indicazioni che avrebbe voluto gridare.

Árpád si alza di scatto nella branda. Una forte fitta di dolore gli arriva alla gamba e lo fa sussultare. Da quando ha preso a lavorare nelle acciaierie di Cosel il ginocchio ha iniziato a dargli problemi come non faceva da tempo, da quando aveva smesso di giocare nell’Ambrosiana. Che anno era, il ’26? Il ’27? Non lo ricorda neanche più. Sembra tutto così lontano: le stradine di Solt in cui era cresciuto, il campionato in Cecoslovacchia, l’arrivo in Italia. Tutto confuso e distante.
L’unica cosa che ricorda bene è la sua famiglia, sua moglie e i suoi bambini. Si domanda dove siano adesso e se anche loro sono costretti a lavorare duro quanto lui. Qualche giorno prima aveva sentito un giovane ebreo ungherese dire che con i bambini ci fanno il sapone dopo averli bruciati in grossi forni industriali. Glielo aveva detto il kapò che aveva sentito un dialogo tra due SS. Árpád non aveva dato peso alle parole del ragazzo; era la Kinderstube del kapò, probabilmente lo diceva solo per spaventare i detenuti. Oltretutto non riusciva a credere che una cosa del genere fosse possibile. Bruciare i bambini nei forni, ma quando mai si è sentita una cosa simile?
Si risistema nella sua branda facendo attenzione a non colpire il suo vicino. La testa è vicinissima ai suoi piedi, troppo vicina, e ha sempre paura di tirargli un calcio nel sonno.
Il dolore al ginocchio sembra ormai passato, infila le mani sotto lo strato di coperte e vestiti per cercare di coprirlo al meglio: prima di dormire lo avvolge sempre con una vecchia sciarpa e dei fogli di carta per impedire che il freddo gli blocchi le articolazioni.
Sente le gambe magre e ossute sotto le mani mentre stringe la fasciatura e, come sempre, rabbrividisce. È diventato così magro da non riconoscersi più. Non c’è più traccia di muscoli sulle cosce, le ossa del bacino sporgono in fuori come orribili ali di farfalla, le vertebre spuntano dalla schiena come una lunga serie di tefillin. Quella mattina aveva sputato un dente. È il secondo che gli cade quel mese.
Si gira su un fianco e si mette a guardare fuori dalla finestra. Anche se il vetro crepato lascia entrare un sottile vento gelido, Árpád ha insistito per prendere la branda più vicina alla finestra. Vuole guardare fuori, la notte, perdersi con lo sguardo fuori da quella baracca, fuori dal lager, cercando da qualche parte una traccia della sua famiglia.
Adesso tutto è coperto da un sottile strato di neve; i tetti delle altre baracche, le recinzioni di filo spinato, le torrette di guardia, il cappotto del soldato di ronda nel cortile. Ogni cosa è bianca. Guarda il cielo e vede le stelle immobili. Illuminano tutto di un pallido chiarore, anche in quella notte senza luna.
Se ci fosse la luna, pensa, se soltanto ci fosse la luna non sarebbe neanche un brutto posto. Se ci fosse la luna si vedrebbero la campagna e i boschi intorno, si vedrebbe la neve cadere in controluce anche di notte e le ombre sarebbero meno sinistre, e lui avrebbe un punto da fissare, in quel cielo butterato di stelle.
Se ci fosse la luna, magari, potrebbero stare in cortile, prima di andare a dormire, e potrebbero giocare a calcio, se glielo lasciassero fare. Magari potrebbero giocare anche le guardie, potrebbero fare un torneo, un campionato, rischiarati dalla luna, e forse starebbero tutti meglio, i prigionieri e i soldati, e lui farebbe da allenatore, darebbe suggerimenti a tutti, spiegherebbe il fuorigioco e le altre novità del calcio all’inglese, e magari ogni tanto giocherebbe pure lui. Potrebbero fare delle squadre fisse, una specie di campionato del mondo dividendosi per nazionalità, come quello che aveva fatto con l’Ungheria, e magari per ogni vittoria potrebbero decidere di fissare un piccolo premio; un secchio d’acqua calda per lavarsi, ad esempio, o una ciotola in più di zuppa di patate. Poi magari, lentamente, potrebbe convincere i soldati che anche i bambini possono partecipare al campionato e che le donne possono cucire le maglie per le squadre, e magari i soldati parlerebbero con i loro ufficiali, e gli ufficiali con il direttore del campo, e lui potrebbe rivedere Roberto e Clara, così, e Ilona, e starebbero lì la sera sotto la luna, seduti intorno al campo, con le guardie e gli altri detenuti a guardare le partite, mentre la neve continua a cadere, ma a loro non importa. E nella squadra dei bambini Roberto giocherebbe ala sinistra, come il suo papà, e lui gli insegnerebbe a rientrare sul destro e a mandare a terra il terzino, a crossare con tutti e due i piedi e a stoppare la palla di punta mentre corre, e dopo ogni gol correrebbe ad abbracciare sua madre e sua sorella sedute tra il pubblico.
Se soltanto ci fosse la luna starebbero tutti insieme, di nuovo, e dopo la finale ci sarebbe una grande festa, con la musica e i festoni colorati, e lui ballerebbe con Ilona, stringendola forte a sé, e di nuovo avrebbe i suoi muscoli e i suoi denti, e la forza di farla danzare tutta la notte, sotto la neve, al centro del cortile recintato. E poi il direttore del campo si alzerebbe in piedi dal grande tavolo degli ufficiali, e con il bicchiere di vino in mano direbbe basta, che tutto quello non ha senso e che loro sono tutti amici, e nessuno tiene gli amici prigionieri, e che quindi sono tutti liberi di andare, soldati e prigionieri, uomini e donne. E tutti applaudirebbero felici, mentre il sole spunta dagli alberi illuminando il cortile innevato come un grande palcoscenico.

Sarebbe tutto così bello, se soltanto ci fosse la luna.

 

Árpád Weisz è stato un calciatore e allenatore ebreo di origine ungherese. Ala sinistra della nazionale olimpica magiara del 1924, durante la sua carriera di tecnico ha dato un contributo fondamentale all’evoluzione tattica del gioco del calcio.
È stato il primo allenatore a portare le squadre in ritiro, a pretendere un’equipe di giardinieri che garantisse cure particolari ai campi di allenamento, ad allenarsi attivamente con i giocatori. Ha importato in Italia il «sistema di Chapman», il leggendario modulo 3-2-2-3, detto «WM», che rivoluzionò i sistemi tattici di gioco.
Ha allenato l’Inter, all’epoca ancora Ambrosiana, portandola allo scudetto nel 1930, il Bari, il Novara e, soprattutto, il Grande Bologna «che tremare il mondo fa», con cui conquistò lo scudetto nel 1936 e nel 1937 e che sconfisse per 4-1 il Chelsea nel trofeo dell’Esposizione del 1937, umiliando i maestri inglesi ed elevando la squadra emiliana al rango di grande realtà continentale.
Nell’ottobre del 1938, al termine di una partita dei felsinei vinta contro la Lazio per 2-0, venne licenziato dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali.
Weisz scappò dall’Italia e si rifugiò con la famiglia prima a Parigi, poi in Olanda dove, alla guida del DFC, un piccolo club di Dordrecht, riuscì a ottenere dei risultati impressionanti.
Dopo l’invasione dei Paesi Bassi da parte dei nazisti dovette abbandonare il suo impiego e la sua casa. Venne trasportato con i suoi familiari nel campo di transito di Westerbork nell’agosto del 1942.
Il 2 ottobre dello stesso anno, i Weisz vennero fatti salire su un treno. Árpád, ancora piuttosto vigoroso, venne deportato al campo di lavoro di Cosel. Per sua moglie Ilona e i figli Roberto e Clara fu Zyklon B, prima di passare per il camino di Auschwitz.
Árpád resistette nel campo sedici mesi.
Venne trovato morto la mattina del 31 gennaio 1944, piegato dalla fame, dal freddo, dalla fatica, e da quel pensiero, costante, per la sua famiglia di cui non seppe mai nulla.


12 Febbraio 2012




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Commenti



alle 20:53 del 12 Febbraio 2012

Paolo Rigo dice:

Ottimo racconto davvero. Uno dei migliori che abbia letto sui cuentos. Ci vedo una malinconia che riprende i racconti sul calcio provinciale di Soriano.

Forse l'unica cosa che manca è un pizzico di ironia, o semi leggerezza, anche se mi rendo conto che in questo caso era difficile, allo stile, comunque più che buono, dell'autore. Bisogna anche ricordare che c'è un impegno importante anche nella ricerca della storia-curiosità.

alle 20:59 del 12 Febbraio 2012

Daniela P. dice:

Una storia tenera e disperata. Francesco commuove e coinvolge con il suo stile semplice e asciutto.

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