«Permette, signor Conte. Arturo Filini, il compratore. Ragionier Fracchia, il mediatore. Ma non sento la mano…».
È questo l’inizio del film comico italiano anni ‘80 Fracchia contro Dracula, strampalata quanto irresistibile parodia sul “Succhia-sangue” più famoso, con un Paolo Villaggio in gran forma.
Una delle tante caricature fiorite intorno al Principe dei Vampiri, partorito dalla penna di Bram Stoker negli ultimissimi anni dell’800.
Non tutti, forse, hanno letto l’opera originale del quasi sconosciuto scrittore irlandese, divenuta in poche settimane un best-seller tanto da permettere all’autore un agiato pensionamento anticipato e creare un personaggio destinato a trovare milioni di appassionati in giro per il mondo, persino tra le maschere di Carnevale con tanto di canini lunghi e appuntiti.
Rileggerlo ai giorni nostri, fa capire il motivo di tanto successo: Dracula è un capolavoro. Per almeno due motivi.
Innanzitutto, per l’abilità dell’autore nel tener alta e dilatare la suspance, riga dopo riga, pagina dopo pagina, sfruttando a fondo una tecnica che gli scrittori conoscono bene: far accadere qualcosa di misterioso e inquietante, che i personaggi non vedono e che invece al lettore viene mostrato.
Sfogliare Dracula, in effetti, è come guardare tutto il tempo una pellicola horror in cui vengono inquadrate all’improvviso, con rapide zoomate, creature mostruose che si agitano in sotterranei bui: da un momento all’altro ci si aspetta che sbucheranno all’aperto, aggredendo gli ignari esploratori.
Col risultato di ingenerare nel lettore/spettatore un’angoscia doppia: farlo soffrire perché sa cosa sta succedendo e prevede quali saranno i drammatici sviluppi, ma anche perché i personaggi ignorano e non sono in grado di difendersi.
Lo stile, perciò, al di là degli aspetti formali ˗ lessico forbito ed elaborato tipico dell’età Vittoriana ˗ è nella sostanza, come i thriller moderni, iper-suspenceristico: mette il lettore in un’ansia continua, stretto tra colpi di scena continui e momenti d’attesa carichi di tensione.
L’effetto è poi prolungato con altre trovate efficaci che si innestano in una trama complessa ma incalzante. A parte all’inizio, il Conte non appare quasi mai, se non fugacemente: si sa che è nei paraggi solo grazie alla scia di sangue e morte che lascia dietro dopo ogni misfatto. Ciononostante, come un fantasma, ogni angolo, stipo, ombra, è pregna del suo tanfo.
Inoltre, essendo un romanzo epistolare (composto cioè dai diari e dalle lettere scambiate tra i personaggi), il lettore vive le vicende in presa diretta, non mediate dal filtro dell’autore, come se avvenissero sulla propria pelle.
Stoker maestro del thriller, quindi, anche se nel romanzo i difetti non mancano: finale frettoloso e un po’ banale e tutti protagonisti – Dracula escluso, ovviamente ˗ coraggiosi e candidi come la neve.
Molto, troppo per non risultare stucchevoli, e infatti ricordarne i nomi dopo qualche mese dalla lettura è un’impresa, eccezion fatta forse per il mirabolante Van Helsing, “cervello” e guida spirituale del gruppo.
Se il libro però svettò sui molti altri popolati di vampiri ˗ all’epoca diffusi almeno quanto oggi nel panorama letterario, se non più ˗, lo deve soprattutto al suo indimenticabile protagonista.
E qui viene smentito un famoso adagio di Vladimir Nabokov, secondo cui per fare un gran romanzo servirebbero due cose sole: lo stile e la trama.
Che sono molto, moltissimo, ma non tutto. Importante, per non dire vitale, è la potenza del personaggio principale.
E che tipo, in questo caso!
Una sanguisuga feroce e senza pietà, con un sorriso crudele e occhi rossi «in cui eterna brilla la fiamma della vendetta».
Ma anche mostro dall’energia selvaggia che emana un fascino sottile palpabile in tutto il romanzo, dotato di astuzia e acume non comuni uniti a una certa eleganza e raffinatezza, curioso miscuglio tra un principe orientale e un damerino inglese, che tra un agguato e l’altro trova il tempo per curiosare tra i mercatini di Picadilly o prendere il tè ad Hyde Park. Per la personalità del Conte, infatti, Stoker si ispirò al tiranno valacco del XV secolo Vlad III l’Impalatore, soprannominato dai malcapitati sudditi “Draculea”, “figlio del diavolo” in romeno; mentre per il fisico al famoso attore Henry Irving a cui lo scrittore fece da segretario tuttofare per buona parte della vita, tanto che a suo dire il Vampiro fu «un ritratto dal vero» dell’amico.
Nabokov, del resto, fece quella dichiarazione per provocare, come un modo polemico per ribadire la centralità in letteratura dell’armonia e dell’eleganza della parola, che già in troppi a suo parere stavano iniziando a dimenticare o mettere in secondo piano.
Lui per primo non poteva ignorare l’esistenza di personaggi che per le loro caratteristiche, quasi inspiegabilmente, diventano miti radicati nell’immaginario collettivo.
Delle specie diuniversi autosufficienti, significativi fatti di costume e rari esempi di produzione di immaginario capace di conservare freschezza e vivacità nonostante la lunghissima esistenza.
Successe con la sua Lolita, per sempre l’emblema della ninfetta, adolescente maliziosa capace d’attrarre uomini d’ogni età come mosche al miele.
Accadde, quasi cent’anni prima, col Conte Dracula di Bram Stoker.
Un demone-bambino dalla sensualità ambigua e immatura, racchiusa per intero nella bocca sempre assetata di sangue, «ferma allo stadio orale, simile a quella dei neonati», direbbe il dottor Freud.
Esattamente come l’enfant terrible di Nabokov, a cui forse non è così azzardato accostare la figura di Dracula.
Tutte e due sono creature maledette, condannate, pur nelle profonde differenze sul modo di accoppiarsi (col sesso Lolita, coi canini ficcati in gola Dracula), ad affetti deviati: l’amore nel loro caso non significa concedersi per davvero all’amante, ma esercitare su di lui un dominio morboso, tormentandolo con tradimenti continui e avvelenandolo con un fascino da cui finisce masochisticamente per dipendere come una droga.
Lolita eserciterà questo potere mediante l’uso, istintivo e spesso inconsapevole, del proprio corpo come strumento erotico di assoggettamento; mentre il Vampiro col «bacio alla gola», sigillo di un patto di appartenenza/schiavitù con la vittima siglato col sangue.
Una schiavitù che per gli amanti più fedeli ˗ il professor Humbert Humbert con la ninfetta, la dolce Lucy col Vampiro ˗ diventerà più importante della vita stessa, tanto che pur uscendo distrutti da rapporti così scellerati, non esiteranno un attimo a seguire i loro “padroni” fino alla morte.
Proprio quando a entrambi “i demoni”, ironia della sorte, dopo esistenze consumate in solitudini irrimediabili, sarà negato persino il diritto di spegnersi nella tranquillità e nella dignità del silenzio.
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