IlClassico

“Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati

il "classico" di Flanerì

Il deserto dei Tartari è un romanzo di Dino Buzzati pubblicato nel 1940. L’opera è un capolavoro indiscusso della letteratura italiana che ancora oggi non finisce di stupire i suoi lettori.
Un bel giorno d’autunno il tenente Giovanni Drogo parte ufficiale per una missione e si dirige verso la fortezza Bastiani. Questa è un avamposto di difesa su un fronte dal quale si aspetta da un momento all’altro l’attacco dei Tartari.
Il romanzo segue la parabola di vita del tenente dall’età di vent’anni fino alla morte ma può essere considerato metafora della vita di ogni uomo. Drogo si confronta con la condizione umana: i sogni dell’infanzia, le illusioni della giovinezza fugace in cui tutto sembra realizzabile e l’immancabile disillusione dell’età matura. La narrazione procede al ritmo di una fiaba raccontata seminando parole che rimandano al fantastico: «Prodigio, incantesimo, incanto, malìa». Tutti coloro che arrivano alla fortezza, quasi vittime di un sortilegio, non riescono più ad abbandonarla. Ecco cosa pensa il giovane tenente al suo arrivo: «Gli pareva, la Fortezza, uno di quei mondi sconosciuti a cui mai aveva pensato sul serio di poter appartenere, non perché gli sembrassero odiosi, ma perché infinitamente lontani dalla sua solita vita. Un mondo ben più impegnativo, senza alcuno splendore che non fosse quello delle sue geometriche leggi».
Il titolo esercita una fascinazione unica sul lettore di ogni tempo: i due sostantivi “deserto” e “Tartari” indicano un luogo reale e un popolo antico realmente esistito; nonostante l’allitterazione della “r” e della “t” sottolinei l’ostilità dell’ambiente aspro e desolato, Drogo ne è affascinato: «Non aveva mai visto un deserto»Procedendo nella lettura, la storia rivelerà un inganno, ovvero la realtà del deserto con il suo vuoto e la sua solitudine, emblematico lo scambio di battute tra Drogo e il capitano Ortiz:

«Davanti c’è un grande deserto».
«Un deserto?»
«Un deserto, effettivamente, pietre e terra secca, lo chiamano il deserto dei Tartari».
«Perché dei Tartari? C’erano i Tartari?»
«Anticamente, credo. Ma più che altro una leggenda».

I tartari rappresentano un leit-motiv, il nemico ideale, la sfida immaginaria in cui distinguersi per coraggio e valore militari.
Attorno a Drogo ruotano altri personaggi: il generale Ortiz, l’aristocratico Pietro Angustina e lo sprovveduto Giuseppe Lazzari,  protagonista suo malgrado di un atto di eroismo sui generis.
Una notte improvvisamente davanti agli occhi increduli dei soldati si materializza dal nulla una “macchia” in continuo movimento, dapprima scambiata per una spia nemica, in un secondo tempo si manifesta così: «Era un cavallo, (...)Strana era la sua forma ma soprattutto meraviglioso il colore, un colore nero splendente che macchiava il paesaggio». Una miriade di interrogativi affiorano alla mente di Drogo e dei suoi compagni («Da dove era giunto? Di chi era?») e di per sé perde il proprio reale significato per acquisire una valenza minacciosa: «Era una cosa straordinaria, di significato inquietante. Quel cavallo spezzava la regola, riportava le antiche leggende del nord, coi Tartari e le battaglie, riempiva della sua illogica presenza l’intero deserto».Giuseppe Lazzari, «un giovanotto da poco entrato in servizio»accorre in aiuto del “cavallino”, un povero cucciolo indifeso e smarrito. Sfidando i colleghi, i propri superiori e il regolamento stesso mette a repentaglio la propria vita poiché uscirà dalla fortezza senza conoscere la parola d’ordine per rientrare. Egli è fin troppo ingenuo e pagherà a caro prezzo con una morte assurda il suo gesto. Un secondo prima di compiere la sua imprudenza ha un attimo di esitazione e pensa: «Ma chissà forse il colonnello l’avrebbe perdonato. Era una bestia bellissima, un cavallo da generale». La maestosità del cavallo in tutto il suo splendore rende assurdi e ridicoli gli atti meschini della quotidiana vita militare.

L’immagine del cavallo ricorre in La strada delle Fiandre romanzo di Claude Simon. Il corpo inerte di un cavallo morto, riverso a terra, denuncia gli orrori della guerra: «Le cheval ou plutôt ce qui avait été un cheval était presque entièrement recouvert(...)d’une boue liquide et gris-beige, déjà à moitié absorbé semblait-il par la terre, comme si celle-ci avait déjà sournoisement commencé à reprendre possession de ce qui était issue d’elle[1]».

 

[1]    «Il cavallo, o piuttosto quello che era stato un cavallo, era quasi completamente ricoperto di fango liquido e grigiastro, sembrava quasi riassorbito per metà dalla terra, come se essa avesse silenziosamente ripreso possesso di ciò che aveva partorito». 


17 Novembre 2011



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