“Il professore non torna a cena” di Alessio Dimartino

di / 26 marzo 2012

Sergio fa l’archeologo. Scava dentro una terra appassita, tra scorze di carne senz’aria.
Pesca dei resti, li estirpa da un guscio di notte e li porta alla luce di altri viventi. Perché qualcuno ne possa ancora godere. Cerca pezzi preziosi, scuce un suolo d’inverno invecchiato, estrae il suo tesoro e poi lo riassesta , ricoprendo quel buco con un nuovo respiro.
La Rossa fa la guardiana. Si apposta, scruta, controlla, trova sempre la roccaforte migliore per non perdere di vista il suo obiettivo. Perché osservandolo con cura lo può anche comprendere. È come se aumentando le distanze potesse accorciarle, tagliando nastri e perimetri di gesti lontani. E avvolgendoli attorno a quel corpo. Consuma il suo oggetto con discrezione, riparata da tutto, fuorché dai suoi occhi. Così aguzzi e dentati che non può sfuggire.
Sono questi i loro mestieri. O almeno questo è quello che sembrano, nelle vicende e nello stile del libro di Alessio Dimartino, Il professore non torna a cena (Giulio Perrone Editore, 2012).
Perché in fondo ogni lavoro è abitato dal modo in cui lo si svolge. Da come ciascuno lo intende e lo popola. Di mostri e profeti. Di favole spente e ossessioni pungenti.
C’è chi fa il libraio come si fa il muratore, spostando ceste intercambiabili  di pagine indistinte. Chi tratta un saggio come un blister di supposte, l’importante è che vada a buon fine, non importa passando da dove.
C’è chi invece fa l’imbianchino neanche fosse Mirò. E quel bianco assorbe tutti i colori indicibili.
È così anche per loro. Che non sono né un archeologo né una guardiana. O forse lo sono, ma non lo fanno.
Sergio è stato assunto come tecnico specializzato per un’azienda di protesica chirurgica: vende protesi al miglior offerente, le piazza sul mercato, un mercato di attese sfibrate, che agognano un frammento, un minimo ingranaggio per ricominciare. E  lui ricomincia da chi ha già finito. E si è raffreddato dentro un bel feretro. Recupera porzioni, dispositivi incastonati tra le vertebre dei morti. E li rimette in circolazione, a un prezzo che non si esprime tutto in cifre. Per altro, in un momento come questo, opera e guadagna a tempo indeterminato, incarnando un’accecante rarità.
Ma non basta, non può bastare. Non a chi si accorge della cenere quando gli piove addosso. E allora fuma, un tiro dopo l’altro, un pacchetto dopo l’altro, fuma i giorni come fossero stecche, senza che polmoni riescano a riempirsi, senza che nulla attenui lo squallore. Non la ragazza, che lo lascia senza scalfirlo. Lo lascia inalterato, nella sua steppa di caverne senza uscita. Lo lascia convinto che quasi niente valga la pena, che sia tutto acido, sporco, imbrattato, tranne forse suo padre, troppo ingenuo per chiamare macchie le nuvole. Convinto che uomo e donna giochino a colpirsi senza mai andare a segno. Che la volgarità sia un tratto ventrale, che dimora nel petto come una costola e che non serva evitare le brutte parole quando si hanno brutti pensieri. Serve solo andarsene, sbattere la porta e non voltarsi se fa troppo rumore.
La Rossa, che è nata con un altro nome, ovviamente non esercita proprio quella professione. La esplica in parte, ma è assorbita da un altro progetto. Cambiare il mondo. Semplicemente. Senza negoziati. E abbattere tutti gli ostacoli che lo impediscano.
Iniziando da un professore, colpevole di una vita tranquilla, modesta. E di teoria scomode per chi anela la giustizia. Marta, che non si gira più se la chiamano così, scandaglia attentamente, guarda bene, guarda a fondo e più guarda e più si trova in superficie. Galleggia intorno a tante domande. Che si rapprendono addosso a una sola: Perché? Perché la vittoria passa attraverso la morte di un uomo? Marta s’interroga e non sa rispondersi. E l’edificio barocco delle sue buone intenzioni non può che creparsi.
Avviando la spirale. Quella che abbraccia entrambi: Sergio e Marta, il Grigio e la Rossa. In un modo del tutto inaspettato. In un romanzo che diventa un diario, quello che tiene Sergio su consiglio del suo terapeuta.
E poi ancora un altro romanzo.
Un vortice che Dimartino fa parlare di tutto il cinismo possibile. Asfittico, senza finestre. Secco, lontano da ogni vago tentativo di espandere il volume dei propri periodi. Che implodono nel loro buio.
Una Weltanschauung pennellata di disgusto, nauseata, disfattista. Anzi, quasi certa che non c’è più nulla da disfare. Quasi , appunto. Perché forse anche soltanto saperlo, chiedersi il motivo, opporre stomaco e pelle a un sistema che sembra immutabile, significa qualcosa. Un po’ d’ossigeno, un tratto di penna, una pagina scritta che diventa eroica per un solo istante. Per il resto del tempo non c’è (as-)soluzione. C’è solo la voglia di leggere.


(Alessio Dimartino, Il professore non torna a cena, Giulio Perrone Editore, 2012, pp. 328, euro 15)

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