Intervistiamo Luca Sacchieri, autore di Boing Generation, bel libro pubblicato dalla giovanissima casa editrice Edizioni della Sera.
Ciao Luca. Iniziamo dal principio: cos’è questa Boing Generation?
Boing! Scusa, ma ormai – per scopi schifosamente promozionali – ho sostituito i miei “ciao” con dei “boing” e non riesco più a gestire la situazione.
Va bene, andiamo avanti... “disse Luca, facendosi improvvisamente serio”.
La “Boing Generation” è gente più o meno realizzata, ha vite più o meno normali. Vite, comunque, tutte inattaccabili, come pretende la società odierna, che ti vuole senza punti deboli, in una gara che non sai nemmeno tu quando hai iniziano né perché e nemmeno cosa ci sia in palio.
Ma noi le vediamo da fuori, le vite altrui, da una distanza di sicurezza (così come quelle dei protagonisti nei primi capitoli del romanzo). E spesso facciamo quasi la stessa cosa con la nostra, di vita.
Ma non ci stupiamo a considerale così, poiché, vivendo in quella stessa società, siamo convinti che siano il semplice prodotto di un determinato ambiente. È solo in un secondo momento, però, quando cioé crolla questa strana corazza che ognuno di noi si sforza di costruirsi addosso, che ci si accorge di esser parte di una “Boing Generation”.
Nello specifico, il titolo nasce dalla necessità di trovare, con un paio di parole d'impatto, il timbro per una generazione che fa fatica a/ha paura di/non ha tempo di guardarsi “indietro” per analizzarsi.
Come accennato prima, la società in cui viviamo tenta di imboccarti, di ridurre al minimo la tua partecipazione. Gioca a piacere con le tue (in)sicurezze, psicologiche o materiali che siano. Te ne crea di nuove. Crea competizione che ti distrae e ti logora. “Boing” è un suono gommoso, per chi tenta di farsi rimbalzare addosso quei fendenti, magari riducendo al minimo indispensabile i contatti emotivi con mondo, o cercando sicurezze effimere. Ma “Boing” è anche un suono molle, rallentato, appesantito, di chi sente aumentare la frustrazione di non riuscire a correre alla stessa velocità del mondo intorno a lui: dalla rapida affermazione dei partecipanti dei reality, ai messaggi sulla rete, alle notizie in tempo reale dal tuo lontano anfratto di mondo. “Boing” è poi ciò che mi sembrava ci fosse di più in contrasto con il dirompente “Beat” della generazione dei miei genitori, e con tutti i suoi valori (a cui non mi oppongo, ma che non riesco a trasferire nel 2010). “Boing” è, anche e soprattutto, l'agilità di un salto di canguro, che gira con il suo marsupio quando va in giro (o scappa). E il marsupio è parte di sé, così come – lo scopriranno strada facendo i quattro protagonisti – i loro problemi sono inscindibili da loro stessi. Per quanti chilometri tu possa macinare.
In questo libro è presente il tema del viaggio. Quanto sono forti le influenze di opere del passato? Intendo sia letterarie che cinematografiche… E quanto quelle del presente?
Sono molto influenti, sì, ma per contrasto. Per Pietro, Rosco, Davor e il Narratore – i quattro canguri - non sarà un viaggio alla scoperta di nuovi orizzonti, nessuna romantica partenza alla ricerca di se stessi.
Credo che i presupposti di partenza di questo viaggio (e tutta la sua distanza – non polemica, ma ineluttabile – dalla Beat Generation e da tutti i “viaggi” da lì in poi) siano ben spiegati nelle seguenti righe del romanzo: “Mi vengono ad un tratto in mente tutti quei film sui viaggi dove c’è solo una macchina, di solito una stationwagon, che viaggia alzando polvere per una scia d’asfalto che prosegue dritta fino all’infinito, e, ai lati della strada, miliardi di chilometri di pianura più o meno arida. E dentro la macchina le persone o fanno discorsi esistenziali o ascoltano dalla radio una musica voce e chitarra che dice roba esistenziale al posto loro.
La nostra situazione è in sintonia con quei film come una suora di ottant’anni che ti dà una testata sul setto nasale”.
Giovani in partenza. Mi viene in mente Tondelli. Eppure sono di tutt’altro tipo i protagonisti di questa storia. Chi sono? Dove vogliono andare? Dove arrivano?
Pietro, tassista culturista, è aitante, equilibrato quasi in modo zen e amato dalla gente intorno a sé che non vede altra figura in lui se non quella del gigante buono.
Rosco è un uomo attraente che è capace di amare e prodigarsi per la sua donna con una profondità e una premura di gesti e parole che sembrano d’altri tempi.
Davor Crema è una rockstar di fama mondiale, che ama ciò che fa – la musica – e che viene costantemente ripagato da questa genuina passione che gli dona un’inesauribile scorta di combustibile emotivo.
“Il narratore”, personaggio indolente di cui si raccontano le vicende in prima persona, sembra non riuscire a fare altro che lagnarsi, ma senza riuscire a prendersi mai sul serio (“...ero uno che si stava lamentando perché non aveva niente di cui lamentarsi. Quindi, un coglione.”).
Nel momento in cui la loro corazza va in pezzi, si ritrovano nudi, indifesi, braccati. E quindi scappano.
Il motivo fondamentale che li porterà tutti insieme nella stessa macchina sarà soltanto - molto ingenuamente e molto vigliaccamente - la fuga istintiva da chi è improvvisamente scoperto e inseguito da un predatore più grande e affamato. Sarà la fuga animalesca chi pensa di poter risolvere i propri problemi semplicemente mettendo più distanza possibile tra sé e loro. La “Boing Generation”, secondo me, non ha un posto dove andare. Se ne vuole andare e basta.
Ragazzi e ragazzi. Una nube di solitudine. Trionfa l’amicizia o la competizione?
Trionfa l’amicizia. Poi la competizione. Poi la paura. Poi di nuovo la competizione. Poi di nuovo l’amicizia. Poi non lo so, perché ad un certo punto li abbandono nella loro macchina con i loro nuovi propositi.
So soltanto che la vittoria più grande della “Boing Generation” è l'accettazione di se stessi. Con tutte le conseguenze del caso, non sempre positive. Questa sarà, loro malgrado, la vera scoperta di Pietro, Rosco, Davor e il Narratore. Ma quanta fatica. E di solito non tutti ce la fanno.
Come sta andando la promozione del libro? Come ti senti dopo questo “debutto letterario”?
Non è proprio il “debutto” (nel senso che altre due piccole soddisfazioni editoriali me le sono tolte in passato con C.H.A.T. (Come Ho Amato Te) e, prima ancora, con Tributo ad un ragazzo che come me). Ma ogni volta è come fosse la prima volta. E il fatto che io abbia appena scartato un Bacio Perugina non vuol dire che questa sia la solita frase fatta da cioccolatino.
Riguardo quest’ultimo romanzo, il passaparola rimbalza qua e là, e non vi dico con quale suono. Ok, ve lo dico: Boing!
Sto ricevendo recensioni molto incoraggianti (come quella inaspettata su Repubblica.it), pareri positivi e qualche buon consiglio.
Diciamo che i primi giorni di promozione sui social network hanno distrutto molte amicizie, visto quanto sono stati martorianti i miei “Boing”... onomatopea che i miei ex-amici mi restituirebbero volentieri a suon di calci e pugni. Cavolate a parte, le prime vere stroncature ancora non sono arrivate, ma le metto in conto e tenterò di prenderle in modo costruttivo. E non dico questo perché io sono in realtà un monaco tibetano, ma perché ne sono convinto. Ho impiegato più di 200 pagine di romanzo per auto-convincermi.
Come mi sento dopo Boing Generation? Avevo delle cose da dire e le ho dette, quindi mi sento più leggero. Che, anche per la prova-costume, non fa male.
Tre libri che consiglieresti ai lettori di Flanerì. A raffica, senza spiegazioni.
Cecità di José Saramago, Il vangelo di Jimmy di Didier Van Cauwelaert, L’inattesa piega degli eventi di Enrico Brizzi.
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