LaCritica

L’antica Pietas della poesia di Duska Vrhovac

articolo di Letizia Leone

Se dovessi dare un titolo a queste mie riflessioni sulla poetessa Duska Vrovac, potrebbe essere “La poesia del cuore e il ritorno dell’anima nel mondo“,parafrasando il titolo di un acuto saggio di James Hillman, dove si parla del pensiero del cuore e si auspica il recupero dell’ antica idea platonica e rinascimentale di anima, usurpata dal tecnicismo e dallo scientismo contemporanei alle cose di questo mondo.

Ecco, io credo che la quintessenza di questa robusta poesia dei sensi e dei sentimenti della Vhrovac sia proprio nella convocazione perentoria di quel senso perduto verso le cose del mondo, contro l’insignificanza nichilista che ha decretato la catastrofe dei valori ridotti a merce, in un isterico e ipertrofico circo capitalistico. 

Una condizione che, inevitabilmente, porta con sé caos e disordine.

Duska stessa con voce limpida e incisiva ci dichiara che la sua è una poesia di Resistenza.

Resistenza contro l’informe attraverso lo strumento della la poesia che è forma, misura liturgica, ritmo calibrato nel battito del verso.

E attraverso l’intelligenza poetica, espressione naturale di un’umanità religiosa, ma destinata a morire nelle epoche mercantili dove le parole vengono usate solo in modo utilitaristico e freddo.

Il muro dei suoi versi vuole allora ergersi a barricata contro l’inquinamento ambientale e morale, contro la perdita della bellezza (bellezza intesa in un significato etico e filosofico), contro l’avanzare dell’informe, contro la patologia del mondo là fuori, che altro non è poi che la proiezione psichica di una umanità smarrita.

In un testo che potremmo usare come manifesto programmatico del suo fare poesia, “Cercando il titolo”, la nostra poeta  ci dice di inseguire quella parola incandescente e ardente  che vuole edificare armonia, attraverso il ritmo e la misura, attraverso una parola millenaria densa di risonanze, tappa di una ricerca inesausta verso la bellezza.

Si tratta di una vera e propria sfida etica costante.

Mettiamoci immediatamente dentro il flusso del suo dire che parte dal punto esatto di un’interrogazione:  

Quanto senso sia rimasto
nell’ultimo atomo di clorofilla
Nel vaso buttato dietro la porta chiusa:
Non è più una domanda, ma una risposta.
La risposta che si deve sottacere.

Da questi versi trapela la meditazione su una condizione estrema, si parla di ultimo atomo di clorofilla come residuo di un cosmo vegetale stremato che non ci appartiene più. Una condizione di sradicamento,  dove tutto il senso di perdita è racchiuso nell’emblema di questo vaso buttato dietro una porta chiusa. Qui siamo ormai dalla parte della chiusura, dalla parte di un uomo contemporaneo che non si pone più domande, al quale si può consegnare solo una risposta. Certezza apodittica o propagandistica?

Perché la risposta si deve sottacere.

Vorrei chiedere a Duska, quale sia la risposta? Quella forse della verità troppo dolorosa per un uomo ormai tutto confinato tra super ego e inconscio, dunque in piena dimenticanza della sua anima.

Inoltre questa è una poesia densa di antica pietas, in una accezione virgiliana, di humanitas e misericordia, di amore creaturale e simpatia cosmica, in poesie dove lo sguardo minuzioso è capace di far rivivere empaticamente le sensazioni quasi in modo tattile e con un pathos religioso. 

La  critica si è spesso soffermata  sugli aspetti  mistici e spirituali della poesia della Vrhovac, una peculiarità che sembra essere discriminante della grande poesia, e non a caso mi piace ricordare come Yves Bonnefoy definisce l’atto fonetico del poeta: un “qui” abitato dall’ “altrove”, “il luogo carnale dove tocchiamo fisicamente ciò che ci oltrepassa“. 

Si tratta di mettere nella poesia “quanto non sta nel fiato" per usare la testimonianza irrevocabile di questi versi (da Memento vivere):

sempre daccapo             
terra ed erba vado toccando   
terra io stessa
al parlar del vento e delle piante
comprensibile e connaturata
nella poesia metto
quanto non sta nel fiato.

Chiamiamo pietà questo legame empatico con l’altro, toccare erba e terra e farsi terra , un’empatia (per citare pensatori-donna come la Zambrano o Edith Stein) che è il punto originario della coscienza: iniziamo a sapere qualcosa di noi stessi proprio perché “sentiamo”, percepiamo l’esistenza dell’altro.

Il legame empatico viene indicato come  via nuova per l’umanità.

Dunque la voce della Vhrovac si colloca nel solco della tradizione del più alto umanesimo, che concepisce la poesia come vettore di conoscenza e verità, quella tradizione che parte da Dante, il poeta universale, lo scriba dei, e ruota intorno ai tre Magnalia, Salute (salvezza), Amore e Virtù, come cose altissime da trattare. Da mettere intere dentro la scansione dei versi come fa la nostra poeta:

…anche io poesie nuove come salute intuisco  

Nelle poesie nuove come la salute  si persegue una logica amorosa, in una relazione profonda con il divino, che con il misticismo è un’altra “figurazione” (o esperienza) rimossa da gran parte della cultura dell’occidente. Il divino, la bellezza, la concezione antica di Anima del mondo ( che significa il mondo intriso di anima), sembrano aver sofferto lo stesso destino di occultamento.

Ecco allora che il linguaggio si fa  altamente evocativo  e immaginifico, in componimenti che attraversano diversi generi, dalla preghiera (“Preghiera per te”, per esempio), all’elegia, all’intonazione liturgica… Ecco che  si vuole svelare, togliere il velo del lutto, riportare luce…  Ecco versi che  ci offrono quest’ansia di chiarità spirituale da “piogge mistiche” a “Cose celesti”; si tratta di poesie dal respiro ampio, che contengono molta memoria, la storia e il mito.

A volte il dettato è risonante come in un’antica fiaba balcanica:  Nellerba sudiva il sussurrio di antichi amanti,ma sempre  calato nell’ascolto di un ritmo interiore, in una ricerca stilistica volta alla “intensita” del dire, al di fuori di astratti canoni sperimentali, un non voler fare teoria ma vivere la parola nella sua qualita di dono cosi come e nelle pratiche mistiche. Vorrei prendere in prestito a questo proposito le parole di una filosofa antiaccademica, Maria Zambrano, proprio perché guidata nella sua ricerca dall’intelligenza dell’amore, un sapere dell’anima consono a quello del poeta, che sa dare alla vita “ il senso dell’amore che è il senso dell’esistenza come offerta”.

Dice la Zambrano: “… Riconquistare il sentire originario delle cose, del paesaggio, della gente, degli uomini e dei popoli, il sentire della realtà immediata che ci apre la realtà del mondo”.

Nella nostra poeta, a voler sottolineare un legame indissolubile con le proprie radici, in un intreccio individuale e fecondo,  rientra  il sodalizio spirituale con quella che è considerata la maggior poetessa serba, Desanka Maksimović (1898), la pasionaria che ha combattuto nella resistenza slava, morta nel 1993, un vincolo che la Vrhovac ha celebrato nel 2008 con il film “La mia Desanka”.

Troviamo delle consonanze  con la poetica della Maksimovic nel concepire il lavoro della poesia  come una confessione pura del cuore, "Io sono il cacciatore del mio proprio cuore", recita infatti un suo verso.

Così come sottolinea la Desanka, c’è una ricerca profonda dietro questo  stile della semplicità,  l’intenzione di essere comprensibili e aperti nei confronti delle persone e della vita che emana da loro.

Proprio in  questa esigenza di relazionarsi con l’altro, attraverso  l’ esperienza emozionale che consegna una parola ardente, si colloca la ricerca di semplicità della lingua come punto di arrivo di comunicazione e comunione: "la semplicità non è un punto di partenza, è un punto di arrivo", ci dice Duska.

Questo significa “far accadere” le parole come evento, non scorporarle dal loro significante, ma lavorare sulla loro pienezza di senso, farle brillare nella loro massima possibilità di espressione. Parole che irradiano non solo significato ma soprattutto energia vibrante.

Poetessa dell’intimo, è stata definita dalla critica Duska, ed io aggiungerei in  dialogo costante  con il cosmo, con l’universo tutto, tramite la sua scrittura che vuole riappropriarsi di quel sentire originario che ci apre alla realtà “del paesaggio, degli uomini, dei popoli”, in un anelito al risveglio di tutti i sensi. Avendo inoltre, da poeta,  la capacità sincretica di radunare in un punto tempi, persone, spazi lontani.

Tra la vastissima produzione di poesie vorrei, in conclusione, citare  “Anelito al Mediterraneo” dove il mare, porta aperta tra le diverse sponde,  si eleva a simbolo immenso di memoria e civiltà.

Il Mediterraneo diventa l’asse intorno a cui si coagulano figurazioni immaginali e metaforiche di una condizione primordiale, religiosamente improntata, che oltrepassa i tempi e i destini:

Se solo una volta senza errori
suonassi perfette note cristalline
di preludi di anime dalle navi affondate
e una volta sola la mia ombra
abbassassi sul tuo indaco d’alto mare
come vi scende l’ombra del gabbiano,
ritornerei in quella goccia d’acqua
da cui mi formò mia madre nel suo primo sogno.

Ecco le poesie di Duska  mi piacerebbe definirle “gesti dell’anima” che portano in sé, in incubazione, una qualità medicinale. 

Portano in dono la verità profonda della parola, proprio perché Duska non  mette nei versi le esperienze che fa, ma da poeta vive, poetando,  in profondità, in piena immersione dei sensi, ciò gli è concesso vivere.


25 Luglio 2011



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