«C’è una canzone del porto che dice che è infelice il destino delle donne dei marinai. Dicono anche che il cuore dei marinai è volubile come il vento, come i saveiros (imbarcazioni) che non si fissano in nessun porto. Ma tutte le navi hanno il nome del loro porto sulla prua. Possono andare per altri porti, possono viaggiare molti anni, ma non dimenticano il loro porto, un giorno ci ritorneranno. Così è il cuore dei marinai. Non dimenticano mai quella donna che è soltanto loro». Sono frasi come questa a fare la fortuna di Mar Morto, di Jorge Amado.
Il libro narra la vicenda di Guma e Livia – una storia d’amore e di mare – e risulta piacevole, peccato solo qualche disinvolto passaggio dal tempo passato al tempo presente. Ma i miei piccoli rilievi non scalfiscono la suggestione poetica complessiva dell’opera, ritmata dalle musiche e dalle liriche di Doryval Caimmi e scritta nell’ormai lontano 1936 da un autore che mostra, pagina dopo pagina, il proprio talento.
Amado, infatti, dà vita a una galleria di personaggi “colorati” che hanno l’autenticità dell’imperfezione, perché sono vinti da passioni travolgenti e tormentati dai conseguenti sensi di colpa, come la maggior parte di noi.
Restano nella memoria, perché hanno valori e aspirazioni e sogni che spesso resteranno tali.
Ed anche il mare, a ben guardare, finisce per diventare un personaggio vitale, perfetta sintesi di una Natura che è sempre benigna e al tempo stesso matrigna, mutando per rimanere – paradossalmente – sempre sé stesso, perché «le canzoni dei marinai, per quanto diversa possa essere la loro lingua e la loro musica, parlano sempre di amore e di morte nel mare. Per questo tutti i marinai le capiscono, anche quando sono cantate da un arabo delle montagne che le ha ascoltate in un sudicio porto dell’Asia».
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