Se in Francia è diventata in breve una scrittrice di culto, molto più letta che nel suo paese, il Belgio, Amélie Nothomb in Italia vanta schiere di fan entusiasti che la prolifica scrittrice manda in brodo di giuggiole ogni anno pubblicando presso Voland un nuovo romanzo, destinato a diventare quasi sicuramente un caso letterario da centinaia di migliaia di copie vendute.
Me ne accorgo stando in fila, schiacciata a mo’ di sandwich, mentre mi appresto a raggiungere la Sala Diamante al Palazzo dei Congressi dell’Eur dove da mercoledì è in corso la Fiera della piccola e media editoria Più libri più liberi. Una folla adorante ma inferocita per il caldo e la calca tra cui una apparentemente mite mammina, sicuramente accanita lettrice dell’autrice belga, che rimbrotta chiunque le passi davanti in quel caos, noncurante della ragazzina smocciolosa che tiene per mano e che, quasi soffocata nella terra dei giganti, guarda stralunata la genitrice rimpiangendo i pomeriggi del dopo scuola fra compiti, merende e cartoni, è venuta per incontrare questa signora di 43 anni con un look da dark lady cui il Cappellaio Matto ha prestato il suo accessorio caratteristico.
Intervista da Elena Stancanelli, parla del suo ultimo libro, Una forma di vita (Voland, pp. 116 Euro 14,00) e non solo.
Innanzitutto scopriamo che il rapporto rituale di Amélie Nothomb con la scrittura risale a quando da bambina era costretta dalla madre a scrivere, dalla Cina, dove si era trasferita al seguito del padre diplomatico, al nonno che viveva a Bruxelles, un perfetto sconosciuto per il quale doveva riempire di parole un foglio formato A4: «Un incubo. È l’unica età in cui ho conosciuto l’angoscia della pagina bianca». Già, perché veniamo a sapere che la scrittrice belga ha scritto ben settantaquattro romanzi finora di cui solo un terzo è stato edito. Il materiale inedito per volontà testamentaria della simpatica scrittrice rimarrà tale, almeno per 70 anni dalla morte. Poi, con buona pace di Kafka, scarta l’ipotesi di una distruzione dei manoscritti, perché sarebbe «come uccidere delle mie creature». I posteri forse potranno scoprire altri capolavori, a meno che la Nothomb non decida di lasciarli al Vaticano…
Tornando al laboratorio creativo nothombiano, questo è il suo metodo: scrive dalle 4 alle 8 di mattina, sostenuta solo da un potente the nero, tutti i giorni. Il risultato sono quattro/cinque libri l’anno di cui solo uno sarà pubblicato. Il resto del tempo, ben quattro o cinque ore, lo dedica alle lettere dei suoi lettori rispondendo, esclusivamente con carta e penna, alle loro lettere: «La maggior parte mi parla dei miei romanzi, altri mi raccontano la loro vita, ed è un dramma».
Un giorno nella corrispondenza trova la missiva di un soldato americano di stanza a Baghdad. Ne nasce così la sua ultima fatica, un dialogo epistolare tra lei e Melvin Mapple, un militare obeso che dal suo arrivo in Iraq è ingrassato paurosamente. Se però l’Amélie Nothomb del libro è proprio lei, Melvin Mapple è un personaggio totalmente inventato. La storia diventa il pretesto per parlare dei traumi provocati dagli orrori della guerra. Il cibo diventa, come in altri romanzi dell’autrice, una valvola di sfogo, un elemento negativo, non qualcosa che dà vita ma che al contrario può provocare la morte se ingerito in quantità esagerate o viceversa rifiutato (la Nothomb è stata anoressica da adolescente). Protagonista è il corpo, quello del soldato, disfatto, ripugnante, un pudding taglia XXXXL, metafora della tragedia che lo circonda e a cui contribuisce. Così si autopunisce e arriva al paradosso di non voler dimagrire perché immagina che quei rotoli di grasso che ha addosso siano diventati una bella ragazza che chiama Sharazàd.
Se pensiamo alla guerra ci scorrono davanti agli occhi immagini di sofferenza, sangue, dolore, povertà e aberrazione, non pensiamo certo all’obesità, malattia del benessere e delle moderne società consumistiche occidentali. Eppure un articolo scovato dalla Nothomb parlava proprio dei numerosi casi di bulimia tra i soldati in missione in Iraq, uomini che trovano nel riempirsi di cibo il modo per colmare il proprio vuoto interiore. Melvin Mapple sceglie proprio lei, una delle sue scrittrici preferite, per confidare questo suo dramma intimo e personale come anche altri fanno quasi autoconvincendosi che lei possegga un qualche straordinario potere taumaturgico. In fondo la corrispondenza è una via di mezzo fra l’isolamento dal mondo e il contatto con gli altri, un contatto che solo le lettere vergate su fogli di carta reali e non di pixel possono rendere possibile. La Stancanelli sottolinea come un altro tema centrale di Una forma di vita sia quello della distanza, della frontiera tra noi e l’altro. Insomma anche in questo romanzo troviamo lo spartito tematico caratteristico della scrittrice.
Sicuramente un personaggio, consapevole di esserlo, Amélie Nothomb incanta e diverte la sua platea per circa un’ora soddisfacendo le curiosità e strappando applausi da grande diva, una diva anni 2000.
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