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[Più libri più liberi] Mercè Rodoreda e Elsa Morante, due scrittrici a confronto

articolo di Chiara Gulino

Due scrittrici emotivamente potenti, due delle più grandi del Novecento, praticamente contemporanee, messe a confronto: Mercé Rodoreda, nata a Barcellona nel 1908 e morta a Girona nel 1983, e Elsa Morante, nata nel 1912 e morta nel 1985 a Roma.
Già questi due nomi non potevano non destare la curiosità e l’interesse degli appassionati di letteratura accorsi alla Fiera della piccola e media editoria Più libri più liberi. Questa volta però la folla oceanica vista all’incontro con la Nothomb non c’era. Un po’ delusa mi ripeto che «de gustibus non disputandum est» come dicevano i saggi latini. Ma rimango ancora più stralunata e basita quando una delle due scrittrici e giornaliste chiamate a discettare in questa singolar tenzone, Chiara Valerio (l’altra è Elena Stancanelli), definisce «paludoso» Menzogna e sortilegio della Morante (avendolo letto al liceo penso che forse i miei ricordi sono un po’ sbiaditi) e se la prende con il povero Moravia, uno scrittore che le ha sempre «fatto simpatia» (!?), ridestando la mia coscienza che, come molti, era caduta nell’errata convinzione che Agostino fosse la storia dell’iniziazione sessuale del ragazzino protagonista e non invece «la storia della rieducazione sessuale della mamma attratta dal bagnino». E il pubblico intorno a me applaude e ride gaudente! Possibile che si siano riuniti tutti qui i detrattori del povero Moravia?

Superato l’iniziale stupore resisto stoicamente.
L’incontro organizzato da La Nuova Frontiera ripropone un confronto già trattato nell’ambito dell’iniziativa “Strane coppie” lo scorso aprile presso l’Istituto Cervantes. Rappresenta anche l’occasione per presentare Aloma, l’ultimo libro, in ordine cronologico, pubblicato dalla casa editrice romana, ma in realtà scritto dall’autrice catalana nel 1936, messo da parte a decantare e rimaneggiato trentadue anni dopo a Ginevra, nel 1968, quasi alla fine del suo esilio. Questo romanzo è strettamente legato alla biografia della scrittrice. Racconta le vicende di Aloma, vissuta con il fratello maggiore Joan nella vecchia casa paterna finché non arriva a turbare la sua esistenza Robert, il fratello di Anna, moglie di Joan, venuto dall’Argentina. La casa, benché fatiscente, è però circondata da un rigoglioso giardino. Lo stesso giardino della residenza a Barcellona dove l’autrice ascoltava i racconti del nonno, l’hortus conclusus che abbandonò solo per sposare, giovanissima, il fratello di sua madre, ovvero lo zio da cui ebbe un bambino. Dopo la vittoria di Franco, però, nel 1939, la Rodoreda, impegnata nell’attività antifascista durante la guerra civile, fu costretta all’esilio. Lasciato il figlio in patria, la scrittrice partì per la Francia dove conobbe lo scrittore Armand Obiols con il quale ebbe una relazione lunga e tormentata. Visse a Bordeaux, a Limoges e a Ginevra. Tornò in Spagna solo nel 1972.

Elsa Morante, cresciuta nel quartiere popolare di Testaccio a Roma, manifestò molto presto la sua vocazione di scrittrice (o “scrittore” come la chiama la Valerio). Sposò Moravia nel 1941, anno di pubblicazione del suo primo libro di racconti molto apprezzato dalla critica, Il gioco segreto. Anche lei fu costretta ad abbandonare la sua città natale dopo l’invasione tedesca (Moravia fu accusato di antifascismo), ma per la ben più vicina Ciociaria. Ritornarono a Roma nell’estate del 1944, dopo la Liberazione. Nel 1948 esce Menzogna e sortilegio, storia raccontata in prima persona da Elisa (alter ego dell’autrice), incentrata sulla decadenza di una famiglia gentilizia del Sud attraverso tre generazioni. Si tratta di un romanzo denso (questo sì) e complesso, ricco di intrecci ed episodi laterali in cui la scrittura della Morante si fa avvolgente, tendente all’eccesso, al “sortilegio”, al surreale, a differenza della potente paratassi della Rodoreda, caratterizzata da uno straordinario talento artigianale, e della sua lineare scansione del tempo in uno snocciolare apparentemente monotono dei giorni in cui non accade niente tranne piccoli gesti quotidiani che in realtà preannunciano il prepararsi di una catastrofe.

I due diversi contesti in cui le autrici sono vissute hanno sicuramente determinato una diversa geografia fisica, reale più che immaginaria. Se la Morante è «scrittore della visione, del presente», l’autrice catalana è più una scrittrice «del presente dell’attesa». I personaggi femminili sono sessualmente adulti e determinati nella Rodoreda quanto invece sottratti alla loro fisicità dalla Morante. L’immaginario dell’autrice romana è pre-puberale, la passione nei suoi libri sta fuori dalle pagine, è lasciata al lettore, sta nel limbo del non detto. Aloma invece è la capostipite di tante figure femminili sospese fra monotonia e fragili illusioni, che vivono di passione.
Due donne con uno sguardo diverso, quello esclusivamente femminile della Morante e quello più modernamente maschile e femminile allo stesso tempo della Rodoreda. Due grandi scrittrici le cui differenze forse superano le somiglianze ma di cui si sarebbe potuto, sia pur in un’ora, approfondire ulteriormente il parallelismo senza perdersi negli inutili particolari riguardanti i litigi tra la Morante e Moravia, pettegolezzi ormai noti a tutti.


12 Dicembre 2011



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