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Una terra che nessuno ha mai detto

articolo di Matteo Chiavarone

La presentazione romana di Una terra che nessuno ha mai detto (Edizioni della Sera, 2010) doveva essere il 28 ottobre, è stata spostata al 4 novembre, sempre presso il bel locale in zona Prati, ZenZero (Via Santamaura, 60), sempre alla stessa ora, 19 e 30, e sempre con la brava Irene Ester Leo a parlarci della sua raccolta e delle sue poesie.

Recensire (e presentare) una silloge poetica è sempre un compito arduo, soprattutto perché si rischia di cadere nel banale o di inventarsi formule ad effetto che in estrema sintesi non vogliono dire nulla. Ancora più difficile è recensire una silloge poetica dopo che lo hanno già fatto critici ben più autorevoli di te. E soprattutto poi se quel critico si chiama Davide Rondoni e pubblica la recensione su “il Sole 24 ore”. L’autrice è anche “recidiva”: tempo fa, con un altro libro, venne segnalata anche da Cucchi sulle pagine culturali de "La Stampa".

Mi provoca un po’ d’imbarazzo tutto questo. Sono sincero. Poi penso però che Stefano Giovinazzo, editore e amico sin dai comuni esordi con "Ghigliottina" e "IlRecensore", ha scelto me, e la giornalista Monica Maggi, per le “consulenze” riguardanti la nuova collana InVersi. Sono stato tra i primi, penso, ad avere in mano questo testo. Mi faccio un po’ di coraggio, dai. Ma cosa dire però? Le poesie di Irene mi sono piaciute sin da subito. Uhm, brutto inizio. Viviamo in un’epoca di ansia e astrazioni. Questo è Rondoni però. Forse dovrò srotolare il solito Pascoli (vedere e udire…) o citare il significato della parola poesia o rimandare alla dedica a Ezra Pound di Eliot su La terra desolata o ricordare un mio dimenticabile verso de Gli occhi di Saturno ma sarebbe un esercizio ripetitivo nei primi casi e di volgare autocitazione nell’ultimo.

Parto allora da una poesia di Irene che si chiama Der Wanderer. Non conoscendo il tedesco mi sono fatto dire il significato di queste due parole. Il vagabondo. Quasi come il "Flaneur". Mi appare di una tinta più scura il tacco ferreo delle visioni auree. Colpisce la forza di questo primo verso. Il primo di una lunga serie, è una poesia molto lunga. Ogni verso risponde ad un comando, parola su parola. Come incisioni su piccole pietre. Intorno ad ogni poesia, ogni verso, ogni parola, ogni fonema sembra sorgere qualcosa di nuovo e antico al tempo stesso. Tutta la superficie profondamente umana vive di un humus vivamente palpabile: gli scrittori del passato (Pavese su tutti, ma anche, a mio avviso, un certo Fortini), la musica, il meridione – con i suoi rumori, i suoi colori e i suoi odori – e la Magna Grecia – che si risveglia dal passato – si intrecciano tra loro creando strato su strato un terreno profondamente fertile.

Quella di Irene è una poesia viva, limpida anche nei tratti più cupi e più amari. Gli occhi, ancora una volta parte del corpo privilegiata per la creazione poetica, osservano e mutuano il paesaggio e i diversi passaggi della vita. Dice bene Leone – nella bella prefazione al volume – che la poetessa ha un legame fortissimo con la terra. Ma non è solo quello. C’è qualcosa che sale su, si diffonde e si disperde nell’aria. Non sono solo i fantasmi – il cui confronto è obbligatorio nella materia poetica – ma qualcos’altro e non so dire cosa. Qualcosa che va al di là del “visto” e del “sentito”. Perché Pascoli torna sempre? Sono obbligato a tirare fuori qualche frase di quelle “che non vogliono dire niente”. C’è, nel libro di Irene, una estroflessione non solo dell’Io narrante ma di tutto quello che lo circonda. Quasi come in meccanismo epicureo di aggregazione e disfacimento. Ci sono cascato nuovamente. Ma non mi vengono altre parole per dire la stessa cosa. Ma in fondo Irene parla di una “terra che nessuno ha mai detto”. Non spetta a me dargli un nome.      


30 Ottobre 2010



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