InScena

Piombo

articolo di Gian Paolo Galasi

“Appena nati vi fanno sentire piccoli / senza darvi il tempo di respirare / finché il dolore non è così grande che non sentite più niente”. John Lennon, Working Class Hero. Piombo parte dagli anni settanta, sembra quindi giusto adeguarsi anche in sede di recensione. Bel testo di Magdalena Barile, una delle cose più interessanti viste in questa stagione teatrale, con intelligenza e sensibilità non comuni.

Due corpi su un letto, al centro della scena, gli spettatori come giudici voyeur. C’è dentro il meglio della cultura nata dagli anni settanta in questo testo, ovvero la sua lateralità. A parte le musiche di Pink Floyd e Led Zeppelin, a parte i richiami storici e sociali al periodo, appena accennati. C’è il Macbeth di Carmelo Bene, il suo voler osteggiare la iattanza dell’io, della coscienza sociale, come una pezza da cui trasuda (ancora) il sangue; c’è Estasi degli Angeli di Koji Wakamatsu, considerato pornografico all’epoca ma in realtà volto proprio a far ritornare a galla il rimosso, al di là di quel che i vincitori hanno scritto della Storia. E se vogliamo c’è anche molto Kim-Ki Duk (tutto Il Soffio, ma anche Ferro 3), che è di una generazione più giovane, ma che in fondo è figlio della Corea colonizzata proprio in quegli anni.

La gravitazione del ‘male’, ovvero lo sguardo dell’altro che (non) blocca, ma soprattutto non libera, non disangoscia. Un giudice, in fondo, lo ricordava anche Brassens, ha il cuore troppo vicino alle labbra. Quelle con cui emette sentenze. Qui almeno, saremo tutti dotati di un paio di occhi, appendici passive, che ci diranno molto su quel che la famosa autocoscienza cartesiana vale. Due corpi in libera caduta, quindi; due cordoni ombelicali staccati, che cercano di tamponarsi ferite, e che cercano di ricavare l’uno dall’altro le difese contro il parassita più grave, quello che poche sere fa ci è stato indicato da Spregelburd (le chiamano congiunzioni astrali … ).

Un plauso a Aldo Cassano (qui nel doppio ruolo di regista e attore) e a Natascia Curci (sono due delle teste pensanti del collettivo milanese Animanera), e all’abilità con cui riescono a restituirci ogni momento di gravitazione delle pieghe dell’anima dei due protagonisti, oltre che darci un piccolo saggio di come la nudità sia una costruzione culturale che potrebbe significare molte cose: assenza di difese, ma anche assenza di alibi, e forse è proprio in questo l’intelligente richiamo al pubblico, al suo voyeurismo e, quindi, alla sua, famosa, responsabilità: per parafrasare sempre John Lennon, infatti, si può anche imparare a guardare come per uccidere. Una interessante lezione di sociologia politica: sono i nostri occhi ad essere le mani che si avventano su quei corpi. Potrebbero anche riuscire a sollevarli da terra … 


20 Aprile 2011




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