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Libri

“Odio sentirmi una vittima”
di Susan Sontag

Il ritratto di una donna del secolo

di Nicolas Gruarin / 8 dicembre

«Guardi, quel che mi preme è essere pienamente presente nella mia vita – essere davvero là dove sei, contemporaneo a te stesso nella tua vita, prestare piena attenzione al mondo, che include anche te». Odio sentirmi una vittima (il Saggiatore, 2016) contiene un’ampia intervista di Jonathan Cott a Susan Sontag realizzata nel 1979 tra Parigi e New York e uscita lo stesso anno in versione parziale per Rolling Stone. Scrittrice, cineasta e attivista politica, Susan Sontag (1933-2004) era affascinata «dalla conversazione intesa come dialogo creativo», tanto da ritenerla «il principale strumento di salvezza». Le domande puntuali di Cott riguardano innanzitutto due dei suoi libri più celebri: Sulla fotografia (Einaudi, 2004) e Malattia come metafora (Mondadori, 2002).

Il primo saggio si sofferma sulla natura aggressiva della fotografia e sulla sua capacità di riflettere «tutte le complessità, le contraddizioni e gli equivoci della nostra società», motivo che ha spinto Sontag a scriverne pur non essendo una fotografa. Riteneva che la fotografia, in relazione al tempo che scorre, fosse un frammento rivelatore del passato, e che il frammento rappresentasse la «forma artistica del nostro tempo», in quanto «indica gli scarti, gli spazi e i silenzi tra le cose».

Il secondo, invece, è nato da un’esigenza diversa: passando attraverso un percorso di malattia che le ha fatto comprendere quanto il corpo sia una «materia deperibile», Sontag ha voluto scrivere «qualcosa che risulti utile agli altri» per riflettere su alcuni aspetti della malattia legati al linguaggio. Dall’aura romantica e spirituale a cui in letteratura sono state associate alcune malattie come la sifilide, fino alle idee sul cancro paragonate a tante idre – «tagli una testa e ne spunta un’altra» –, l’autrice si scagliava contro la metafora, ritenuta un vero «tracollo del pensiero», soprattutto se ereditata, e verso cui nutriva scetticismo anche nella propria scrittura, dove ha sempre ambito a una «purificazione».

Odio sentirmi una vittima mostra inoltre come Sontag fosse pronta a combattere le false coscienze, gli stereotipi, i sistemi di interpretazione, consapevole che si tratta di un «compito senza fine». Rifiutava le polarizzazioni giovane/vecchio e maschio/femmina e soprattutto la distinzione nociva tra pensiero e sentimento, intuizione e ragione: «Ho l’impressione che pensare sia una forma di sentimento e sentire una forma di pensiero». Detestava l’idea secondo cui le donne sono «depositarie dei sentimenti e della sensibilità» in quanto non credeva esistesse «una scrittura femminile o maschile». In un mondo dove «è meglio essere maschi», Sontag riteneva una conquista importante «la possibilità di cambiare sesso» ed era certa che l’emancipazione della donna implicasse, oltre alla parità di diritti, anche quella «dei poteri».

A seguito della rottura con il mondo accademico – Sontag insegnava alla Columbia University – l’autrice ha esplorato diverse tematiche, mescolando cultura alta e popolare a favore della sua natura «troppo irrequieta»: che si trattasse del ritorno di una certa cultura fascista, con apparizioni di simboli nazisti ai concerti punk, della difesa per l’accettazione degli «stati di coscienza marginali, ma anche quelli insoliti e devianti» o di quanto la sessualità sia stata regolamentata dalla storia umana perché potenzialmente «incontrollabile e completamente distruttiva», emerge il forte senso di responsabilità di chi non voleva «dare la colpa agli altri, anche perché è molto più facile cambiare se stessi». Convinta che «ciò che facciamo e pensiamo sia una creazione storica», Sontag desiderava comprendere il mondo esterno e le sue contraddizioni poiché «nessuno scrittore serio può essere ingenuo». Un atteggiamento dove non è sufficiente «raccontare soltanto delle storie» ma conferire «una sorta di necessità al materiale».

E proprio la scrittura occupa un ampio spazio dell’intervista, dove l’autrice, parlando del suo stile disadorno, della sua tendenza a «reprimere le immagini» e scrivere «in modo lineare», rivelava di aver scoperto col tempo quanto i temi trattati da saggistica e narrativa fossero «omogenei» e del suo nuovo tentativo di rendere «l’atto di scrivere come qualcosa di estremamente gradevole», alla ricerca di una nuova libertà da conquistare «soltanto con la pratica». Quella stessa risolutezza che la porterà a vincere nel 2000 il National Book Award con il romanzo In America (Mondadori, 2000).

Come scrive Cott nella prefazione di Odio sentirmi una vittima, amare, desiderare e pensare erano per Sontag «attività essenzialmente contigue». «Tutto ciò che mi accade mi induce a riflettere» diceva l’autrice. «Non credo di esprimere me stessa. Non è questo lo scopo del mio lavoro. Ma posso prestare me stessa a un’opera». Dalle sue risposte emergono anche gli autori stimati – Beckett, Kafka, Borges, de Beauvoir, Konrád –, l’amore per il rock and roll, l’interesse per le «persone espansive», la natura erotica, e «non necessariamente sessuale», delle sue relazioni, a favore di un «silenzio trasparente, attraverso cui l’altro può vedere», certa che non fosse possibile «vera cultura senza altruismo».

Onore infine a Paolo Dilonardo, da tempo curatore dell’opera di Sontag, e a il Saggiatore per aver reso disponibile un dialogo prezioso, sperando possa ridestare l’attenzione – al momento piuttosto miope – dell’editoria italiana su questa «newyorkese per scelta», nomade tra l’America e l’Europa, cercatrice instancabile di «nuovi inizi» per poter «esprimere e rispettare desideri di tipo diverso». «Mi piace non sapere dove sto andando e, allo stesso tempo, essermi già inoltrata lungo il cammino. Non mi piace trovarmi al punto di partenza, ma neppure vedere la fine».

 

(Susan Sontag, Odio sentirmi una vittima, trad. di Paolo Dilonardo, il Saggiatore, 2016, pp. 163, euro 20,00)

 

LA CRITICA - VOTO 9/10

Una preziosa conversazione con Susan Sontag, finalmente edita in Italia, dove emerge il forte senso di responsabilità di una pensatrice che desiderava comprendere il mondo esterno e le sue contraddizioni.