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È inutile che vivi fuori, se muori dentro

A proposito di “Strappare lungo i bordi”, la serie Netflix di Zerocalcare

di Elisa Scaringi / 25 novembre

Zerocalcare debutta nel catalogo Netflix con la sua prima serie tv animata. E le critiche non tardano ad arrivare: Strappare lungo i bordi parla troppo romanesco. Come scrive Paolo di Paolo su Repubblica, «nella valanga di commenti entusiastici […], la variabile impazzita (e pretestuosa) ha a che fare con la marcata inflessione regionale dei personaggi: “doppiati” tutti dallo stesso autore, Zerocalcare, con l’eccezione dell’Armadillo, a cui presta voce – impeccabilmente – il romano Valerio Mastandrea».

Una sorta di reazione (inspiegabile) contro una romanità che stride rispetto alle sedi del potere di cui Roma è la rappresentante implicita. La città del governo e dei ministeri non può permettersi di parlare a quel modo. Il ritmo veloce e incalzante dello stile di Zerocalcare – che abbiamo intervistato per la prima volta quasi 10 anni fa – investe la lentezza della politica con tutta la sua forza dirompente, trascinando lo spettatore in un vortice che all’inizio disorienta, ma poi piace fino a sbellicarsi dalle risate. Il suo romanesco, pur così pieno di parolacce, ci porta tra i ricordi di un giovane adulto degli anni Ottanta: «pensavamo che la vita fosse così, che bastava strappare lungo i bordi, piano piano, seguire la linea tratteggiata di ciò a cui eravamo destinati e tutto avrebbe preso la forma che doveva avere. Però c’avevamo 17 anni e tutto il tempo del mondo».

Ma strappare piano non basta più. La narrazione, irruente e sfacciatamente malinconica nell’intimo, osa fare a brandelli i bordi che ancora ci legano ai canoni dell’arte diplomatica e falsa, capace di nascondere dietro la parvenza delle buone maniere una società senza scrupoli. Zerocalcare decide di non mentire: le sue parole sono veritiere nel raccontare la rabbia e la delusione nei confronti di «un paese che si è incancrenito».

Tutto comincia da una frase appena accennata per pochi secondi su un muro di Roma: «è inutile che vivi fuori se muori dentro». E prosegue col viaggio di Zerocalcare (più l’Armadillo), Sarah e Secco. Un percorso esteriore e interiore insieme, fatto di insicurezza, precarietà, smarrimento. «Il controllo sulla propria vita non è un traguardo che uno raggiunge e conserva, da cui non si torna più indietro. È una battaglia continua e ogni centimetro che ti sei guadagnato lo devi difendere tutti i giorni, sennò è un attimo che abbassi la guardia e si portano via tutto.»

Strappare lungo i bordi non è una serie animata per bambini. Col suo linguaggio scurrile e sfrontato si rivolge ai trentenni di oggi, disillusi sul futuro che li attenderà, spesso senza più speranza, e offesi da una società che non ha risposto alle loro attese di lavoro. Zerocalcare disegna il presente, ricordando il suo passato, senza rimpianti o goffi tentativi di autocommiserazione: «la cicatrice è come una medaglia, che nessuno ti può portare via. Così, quando Zeta è grande e ormai il principe non gli fa più paura, si ricorda che ha vissuto, che ha fatto tante avventure. Che è caduto e si è rialzato. Più che nel film del 2018 – poi rinnegato – basato sul volume d’esordio, La profezia dell’armadillo, dove i protagonisti hanno un corpo vero e una voce reale, è in questa serie animata che Zerocalcare mette in mostra tutto il suo talento, regalando ai personaggi non solo la matita e i colori, ma anche l’accento, l’anima e la vita.