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Musica

[BioSong] “Eleanor Rigby” dei Beatles

di Alessio Belli / 5 ottobre

Vi è mai capitato di chiedervi come sia nata una canzone? Dopo il centesimo ascolto, domandarvi cosa diamine sia passato per la mente di quella band prima di dar vita a un brano del genere? La questione è più che lecita, soprattutto se riguarda artisti capaci di fare della propria vita la loro musica. Questa nuova rubrica di Flanerí si occuperà proprio di questo, di dare la risposta; raccontarvi come sono nate alcune canzoni memorabili. Non tradurle testualmente o classificarle in una graduatoria, ma mostrare la loro genesi, illustrare quegli eventi storici e biografici che fondendosi con lo stato d’animo dell’autore hanno reso quel brano un capolavoro universale, custodito nel cuore e nella memoria di innumerevoli persone. Da appassionati, ci siamo presi la briga di scegliere le storie reputate più significative, importanti ed emozionanti, usandole come chiave di volta per parlare di musica ad alti livelli. Nella speranza che quella storia sia in parte anche la vostra.


Iniziamo dunque il nostro percorso con “Eleanor Rigby” dei Beatles.

Nel 1966 , almeno a livello musicale, i Beatles erano veramente a un passo dal divino. Il terremoto rock datato 1965 aveva squarciato la terra e dalle sue viscere erano esplosi artisti britannici come i Kinks e i Byrds, mentre dall’altra parte dell’oceano Mr. Bob Dylan portava la musica a livelli artistici prima impensabili, grazie a dischi come Bring It All Back Home e Higway 61 Revisited e soprattutto a un brano: “Like a Rolling Stone”. Per non parlare di un certo Brian Wilson dei Beach Boys, che stanco del solito quadretto fatto di spiagge, ragazze in costume, mare e surf, inizia a virare verso atmosfere plumbee e complesse. Il risultato sarà quel Pet Sounds che per qualche periodo mise in discussione la leadership musicale dei “quattro di Liverpool”. Di fronte a tanto bellezza e grandiosità i Beatles rispondono e rilanciano con Rubber Soul, il disco della svolta e della maturità. Il tempo sbarazzino e brioso degli inseguimenti di fan urlanti e dei ritornelli pieni di love e you si era esaurito – fortunatamente – già con Help! (per intenderci, il disco con “Yesterday” e “You’ve Got to Hide Your Love Away”). Ma è da Rubber Soul che la carriera dei Baronetti compie il vero giro di boa; consci delle loro potenzialità i quattro abbandonano per sempre i bagni di folla e si chiudono in studio: il risultato sbalordirà il mondo.

Arriviamo al 1966, l’anno di Revolver. Per spiegare e raccontare solamente le tecniche di sovraincisione usate da Lennon in “Tomorrow Never Knows” ci vorrebbe un articolo a parte, e poi, quello che a noi interessa è altrove. Non è nella psichedelia intrinseca del disco, non l’impatto inimmaginabile che ebbe sugli addetti ai lavori e sui musicisti, e nemmeno nelle rivoluzionarie tecniche di registrazione. No. Quello che ci interessa è la storia che riguarda una certa Eleanor Rigby e i motivi per cui Paul McCartney, arrivato all’apice totale, abbia deciso di rispondere a tutto questo splendore con una canzone di morte, disperazione e solitudine.

Chi è Eleanor Rigby? Alla base del brano c’è un’immagine abbastanza insolita e malinconica, soprattutto per una band classificata troppo spesso come spensierata e solare; una zitella impegnata a spazzare via il riso dal sagrato di una chiesa in cui si è appena celebrato un matrimonio.
McCartney era a Bristol , al seguito dell’amata Jane Asher, e rubò il cognome Rigby da un vicino negozio d’abbigliamento, aggiungendo poi il nome di battesimo dell’attrice Eleanor Bron, conosciuta sul set di Help!. Però sono in molti a non credere a questa ricostruzione e il motivo è molto semplice: ad Allerton, il sobborgo di Liverpool dove abitò il piccolo Paul, nel cimitero della chiesa di Saint Peter a Woolton – che passerà alla storia anche perché vide il provvidenziale incontro tra McCartney e John Lennon – c’è la tomba di una donna appartenente a una conosciuta famiglia del posto: Eleanor Rigby.

C’era qualcosa in particolare che ossessionava la mente del giovane compositore, forse più sensibile degli altri nel notare le fratture del loro stato umano e i lati oscuri della popolarità? Estremamente ispirato e chissà per quale motivo rapito da tali immagini funebri e tristi, il giovane Paul decide di virare verso territori sconosciuti, sviluppando uno dei testi più affascinanti della storia della musica. In primis – e non è un fattore da poco – perché nessuno si era mai permesso in un “canzoncina” pop di due minuti di parlare con questi toni drammatici e strazianti della morte. Tra i tanti primati dei Beatles c’è anche quello d’aver sfatato il tabù tematico del decesso, senza troppi fronzoli e giri di parole, con l’annesso trauma causato alle sconvolte orecchie dei fan. Fu come al solito la casa di Lennon il luogo in cui tutto il resto prese vita. Protagonisti del brano sono per l’appunto Eleanor Rigby e un certo padre McCartney, ribattezzato solo dopo padre McKenzie, grazie a un nome preso a caso tra le pagine dell’elenco del telefono. Già dalla prima strofa si capisce in quali lande desolate dell’animo umano siamo finiti; la richiesta di guardare «tutta la gente sola», già fa sprofondare l’ascoltare nel più cupo isolamento, il tutto sovraccaricato da un arrangiamento orchestrale immenso e inaudito per quei tempi, composto da quattro violini, due viole e due violoncelli, diretto in maniera sublime da George Martin. Ian MacDonald, il più illustre biografo dei Beatles, nonché il più attento a seguire la genesi delle loro canzoni, considera, credo giustamente, il verso in cui la protagonista conserva in segreto il suo volto in un vaso di fiori vicino alla porta di casa, come l’immagine più memorabile dell’opera della band. In quelle poche parole si riesce a dipingere la scena di questa donna estremamente sola, che per non rovinare il suo stato di middle-class inglese, non può far altro che sopprimere il proprio dolore, occultandolo agli altri. Nella strofa seguente è il turno di padre McKenzie, altrettanto dilaniato dalla solitudine, intento a «scrive le parole di un sermone che nessuno ascolterà», nonostante la sua chiesa sia la medesima della protagonista. Il ritratto delle serate passate a rammendare calzini è frutto di Ringo Starr, a sottolineare come ogni membro si sentisse sempre parte di ogni singola opera, nonostante il predominio del binomio McCartney-Lennon.

E infine il dramma dell’epilogo; la morte di Miss Ribgy e il funerale fatto da padre McKenzie a cui non parteciperà nessuno, e il «nessuno fu salvato»finale suona come una condanna.

Lasciato solo in sala di registrazione, il bassista del gruppo potè incidere anche la parte vocale, sancendo una volta e per sempre l’egemonia dei Beatles in campo musicale. Ovviamente anche “Eleanor Rigby” fu un successo; scelta come singolo di quello che rimarrà il più grande album di sempre – Revolver appunto – rimase per lungo tempo in vetta alle classifiche di tutto il mondo. La genesi d’una canzone come questa mostra la complessità e la profondità d’animo di un giovane estremamente sensibile e emotivo, in grado, una volta raggiunta la vetta, di andare anche oltre, usando strade che nessuno aveva mai percorso prima. Ecco allora un rarissimo e prezioso caso di storia di una canzone capace di intrecciarsi e plasmare la storia della musica stessa passando per le zone più oscure dell’animo umano.


(The Beatles, “Eleanor Rigby”, Revolver, 1966, 2’06’’)

 

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