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Nessuno tocchi Eva

di Dario De Cristofaro / 30 settembre

È stato per caso che, domenica, durante una delle mie incursioni all’interno di una nota libreria romana, mi sono imbattuto in un libro che avevo notato di sfuggita già altre volte. Il libro in questione si intitola Il corpo delle donne (Feltrinelli, 2010) di Lorella Zanardo.
Leggendo qualche pagina del volume sono venuto a conoscenza del documentario, visibile gratuitamente online (http://www.ilcorpodelledonne.net/?page_id=89), di cui il libro costituisce la naturale continuazione. Trafitto dalla curiosità per un argomento di cui mi volevo occupare da tempo, sono tornato a casa e ho visto e rivisto il video, con l’idea di scriverci sopra un pezzo.

Nel documentario, realizzato dall’autrice con l’aiuto di Cesare Cantù e Marco Malfi Chindemi, si prende in esame il ruolo della donna all’interno della tv italiana, nella quale le figure femminili sono ridotte, quando va bene, a “grechine ornamentali” o, nel peggiore dei casi, a oggetti da umiliare e vivisezionare morbosamente. Un’immagine, quella che viene data da uno dei massimi strumenti mediatici della nostra epoca, decisamente tragica e svilente, capace di creare disgusto nelle menti più attente, o di ridurre a “cani sbavanti” e “iene ridenti” i telespettatori e le telespettatrici più superficiali.

Sebbene il documentario sia di grande interesse – consiglio vivamente a tutti voi di vederlo più volte – ho avuto l’impressione che l’autrice non centrasse del tutto il punto della problematica, limitandosi, non solo a trarre conclusioni generiche (la condizione della donna) da un fatto specifico (la donna in tv), ma, anche, a peccare di “nostalgia del Femminismo”, peccato che, a mio avviso, le impedisce, a tratti, di avere uno sguardo più aperto e lucido sulla questione generale, ovvero sulla condizione della donna oggi, nel nostro paese, e sulla sua considerazione e auto-rappresentazione. Discutere, infatti, di un problema che ci riguarda tutti da vicino, tanto donne quanto uomini (perché è anche delle nostre madri, delle nostre mogli, delle nostre compagne, delle nostre figlie che si sta parlando), in termini che si richiamano ancora alla contrapposizione femminista «noi donne-voi uomini» (o maschilista, invertendo i termini), appare essere anacronistico e un po’ miope.

Se è vero che la televisione è, oggi, uno degli specchi della nostra società, nonché l’educatrice per eccellenza di gran parte degli italiani (consapevoli e inconsapevoli), ritengo che la problematica relativa al massacro che si sta perpetrando nei confronti della figura femminile, tanto in televisione quanto nella vita pubblica, vada analizzato in maniera più profonda, cercando di capire che cosa ha portato alla situazione attuale e chi sono coloro che hanno interesse a che tutto rimanga in questi termini.

Personalmente ritengo che il problema abbia radici antropologiche molto più profonde e radicate nel costume del nostro paese e riguardi l’identità comune più che quella di genere. Andando con lo sguardo oltre l’attuale realtà dei fatti, ci si può accorgere, in effetti, che non c’è “niente di nuovo sotto il sole”. È dalla notte dei tempi che, nel nostro paese (ma non solo), ci si ispira a miti patriarcali e “machisti”, capaci di annichilire, almeno all’apparenza (oggi anche nell’essenza) la figura femminile, relegandola semplicemente a svolgere i compiti di madre, moglie, amante o puttana. E sarebbe, del resto, vano illudersi che qualche decennio di lotta femminista sia bastato per sradicare un sistema culturale e sociale così profondamente avvinghiato alla nostra cognizione della realtà. L’emancipazione femminile della seconda metà del novecento e le libertà che ne sono derivate si sono rivelate essere un’arma a doppio taglio per le donne, colpevoli, forse, di non aver saputo razionalizzare a dovere le conquiste ottenute con anni di dura opposizione, lasciando un vuoto di valori mai del tutto colmato. È così che si può spiegare l’instabilità e la poca consapevolezza di sé tipica delle generazioni successive, lasciate allo sbando dell’assenza di ideali solidi, capaci di sostituire le antiche strutture culturali, solo in apparenza, demolite. Le giovani di oggi, nutrite di un’educazione inadeguata e private di modelli di riferimento validi, si trovano ad avere un potere (la loro femminilità) con cui troppo spesso rischiano di bruciarsi loro stesse, diventando vittime prescelte del mattatoio mediatico, specchio reale di una società in decadenza.

Allora, lo sfruttamento del potere della televisione da parte dei “vecchi padri”, veri e propri dominatori occulti (e nemmeno troppo) del tubo catodico, e successivamente dei loro “figli degeneri”, permette di avere una cassa di risonanza enorme con cui riproporre e far accettare gran parte dei vecchi modelli, resi ancor più spietati e umilianti dalla complicità di quelle donne che, raggiunta la loro presunta emancipazione, si fanno complici dei loro stessi antichi carnefici, infierendo sulle nuove leve, in una sorta di nonnismo tipico proprio di alcuni ambienti prettamente maschili.

L’idea che Lorella Zanardo promuove sul suo blog di organizzare dei corsi di formazione, soprattutto nelle scuole, per fornire ai telespettatori “Nuovi occhi per la Tv” mi fa pensare che qualcosa si possa ancora fare. Partendo proprio dalle scuole, si dovrebbe cercare di costruire i nuovi valori, di dare nuovi modelli positivi per “educare alla libertà”, propria e altrui. Perché, come giustamente conclude la giornalista nel suo documentario: «È in gioco la sopravvivenza della nostra identità». L’identità di tutti noi, a prescindere dal genere o dai gusti sessuali. La nostra identità di esseri umani, insomma.