“The Gunman” di Pierre Morel
Sean Penn in cerca di riscatto
di Francesco Vannutelli / 5 maggio 2015
Congo, 2006. Il paese è dilaniato dagli scontri tribali esasperati dagli interessi minerari internazionali. Jim Terrier fa parte di una squadra che si occupa di garantire la sicurezza delle organizzazioni non governative attive nell’assistenza alla popolazione locale. Non è il suo unico compito. Jim e i suoi colleghi sono anche degli assassini pagati dai grandi gruppi minerari. Jim è stanco di questa doppia vita, vuole cambiare con Annie, la sua ragazza che serve come medico volontario in una ONG. L’ultimo incarico di Jim, però, lo costringe a lasciare l’Africa e ad abbandonare Annie senza dirle niente. Otto anni più tardi, Jim ha cambiato vita, cerca il riscatto scavando pozzi in Congo. Un giorno tre sicari cercano di ucciderlo e capisce che il suo passato è tornato a cercarlo.
The Gunman avrebbe in sé una serie di elementi per essere un film di fortissimo impatto sul pubblico. C’è un romanzo importante a fornire il soggetto, Posizione di tiro (Einaudi), del padre del noir alla francese, che già era diventato un film con Alain Delon e Catherine Deneuve nel 1982 (titolo Il bersaglio). C’è una casa di produzione, la Silver Pictures, famosa per aver contribuito a creare alcune tra le più famose e celebrate saghe di azione degli ultimi anni, roba tipo Arma Letale, Die Hard e Matrix. C’è un regista, Pierre Morel, che dopo l’esordio del 2004, diventato in fretta oggetto di culto, con Banlieu 13 ha diretto uno dei più grandi e inattesi successi degli ultimi anni, quel Taken con Liam Neeson che in Italia è stato distribuito come Io vi troverò. C’è un cast che vanta gente come Javier Bardem, Idris Elba, Ray Winstone, l’italiana Jasmine Trinca e soprattutto Sean Penn, con i suoi due Oscar e tutta la reputazione di grande attore a garantire la qualità del progetto.
Eppure, The Gunman non funziona e forse la colpa, o il limite, più grande sta proprio in Sean Penn, che non si accontenta di recitare ma partecipa alla sceneggiatura e soprattutto produce. È probabilmente per questo suo triplo ruolo che il film assume da subito una chiara connotazione politica contro le multinazionali che sfruttano le infinite risorse africane e fomentano le guerre per mantenere il caos tribale. Del resto, Sean Penn è noto da sempre per le sue idee vicine all’area più liberal dello scacchiere politico statunitense, e il messaggio che vuole mandare è semplice: sono peggio gli assassini in giacca e cravatta di quelli col fucile in mano. Terrier, tormentato dall’ultima missione che lo ha portato via dal Congo e da Annie (e che non a caso aveva il nome in codice “Calvario”), è in perenne ricerca di riscatto morale ed espia la colpa dedicandosi davvero alla cooperazione allo sviluppo. È stato lui a premere materialmente il grilletto e questo lo tormenta. Il suo passato lo perseguita a tal punto da essere diventato una malattia, letteralmente, che gli causa delle crisi neuronali. I suoi mandanti, invece, hanno indossato i completi eleganti, hanno messo su uffici lussuosi e sono andati avanti, senza nessuno scrupolo.
Quindi, Jim è buono, anche se di fatto è un assassino, gli altri sono cattivi. Posta questa tesi semplice semplice, The Gunman fatica a costruire una struttura narrativa unitaria e tesa e si complica in viaggi e complotti, si contraddice e dimentica i suoi stessi passaggi. Per dire, la malattia di Jim appare quando fa più comodo per creare – anzi, per provare a creare – tensione e suspence.
Per la parte di pura e semplice azione, Morel fa il suo, ci sono un paio di combattimenti che si fanno apprezzare, ma con Sean Penn non è riuscita quell’operazione che ha consacrato Liam Neeson come nuova stella del cinema action degli ultimi anni. Questo Terrier tormentato non ha l’ironia necessaria per essere memorabile. Nel suo primo ruolo da duro armi in mano, Penn fa il minimo indispensabile, nonostante sia un progetto che come detto lo coinvolge a più livelli. Più che Neeson o Bruce Willis, per fare un altro esempio classico, sembra lo Stallone dei Mercenari, con le sue vene esplose e il bicipite sempre in mostra (anche il fatto che sia praticamente sempre senza maglietta è abbastanza ridicola come cosa). Javier Bardem, che tante volte ha già interpretato cattivi e personaggi ambigui, qui si limita alla macchietta dell’alcolizzato con tanto di barcollamenti e frasi sbiascicate. Jasmine Trinca è stata fortemente voluta da Sean Penn che l’aveva vista e apprezzata in Miele di Valeria Golino. Alla sua prima prova in lingua inglese, contesa da Penn e Bardem che se la litigano, se la cava abbastanza.
(The Gunman, di Pierre Morel, 2015, azione, 115’)
LA CRITICA
C’era da aspettarsi di meglio da un film con due attori apprezzati e talentuosi come Sean Penn e Javier Bardem. In realtà, pur provando a parlare di politica internazionale, The Gunman non riesce a essere altro di più rispetto a un semplice film d’azione, e neanche uno dei migliori.


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