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“Colazione da Tiffany” al teatro Eliseo di Roma

di Nicoletta La Terra / 21 marzo

Uno chignon alto dai riflessi dorati cinto da un diadema lucente. Due grosse lenti scure, a celare la stanchezza del volto, gli occhi stravolti dai bagordi della notte appena trascorsa. Tubino nero, stretto e lungo a mostrare appena le caviglie sottili, fragili, come fragile è quel corpicino da scricciolo che non ha nulla di conturbante, di peccaminoso, ma che anzi nasconde un’indole delicata e indecifrabile, lontana dalla Holly Golightly che Truman Capote aveva immaginato per la protagonista del suo Breakfast at Tiffany’s. Eppure quel ruolo che nell’immaginario del suo scrittore avrebbe dovuto appartenere a un’altra attrice più vicina alla bellezza sfacciata e solare di Marilyn Monroe, consacrò Audrey Hepburn nell’olimpo delle star hollywoodiane e l’elesse regina indiscussa di stile ed eleganza. Dall’uscita, nel 1961, del film di Blake Edwards, Colazione da Tiffany divenne la personificazione stessa della sua attrice, l’iconografia collettiva con cui raffigurarsi Audrey Hepburn, incarnazione eterna di Holly Golightly e della sua mondana New York anni ’60.

Partire da questo background potrebbe rappresentare un fardello non facile da portare, ma sicuramente anche una sfida affascinante e del tutto imprevedibile nei suoi risvolti. Sfida che Piero Maccarinelli decide di accettare con grande coraggio fin dalla scelta dell’attrice che interpreterà Holly, la statuaria e provocante Francesca Inaudi, e dalla decisione di ambientare la storia negli anni della seconda guerra mondiale, così come voleva il suo autore Truman Capote. Il copione stesso di questo rifacimento teatrale di Colazione da Tiffany è molto più vicino all’originale di quanto non lo fosse la sceneggiatura di George Axelrod.

La storia narra dell’amicizia che nasce tra uno scrittore squattrinato, Paul Varjak, e la sua bella vicina di casa, la spumeggiante e mondana Holly Golightly ( il cui vero nome è Lulamae Barns), che per campare fa la prostituta d’alto bordo (nel film non viene mai esplicitamente dichiarato, ma vi si allude). Questo “lavoro” le permette una vita di eccessi, fatta di party e di frequentazioni mondane, grazie alle quali Holly spera di trovare non tanto l’amore quanto un ricco marito. Holly è una creatura sola, con centinaia di amici e conoscenti, ma fondamentalmente sola. Paul, col tempo, imparerà a conoscerla e a capire che dietro quella sorta di maschera di gioia e leggerezza, si cela in realtà un’eroina tragica che fa di tutto per nascondere agli altri e soprattutto a se stessa il suo passato e il vuoto d’amore racchiuso nella sua fragile anima.

Piero Maccarinelli, in una sontuosa scenografia che ricorda per atmosfera tanti film di Woody Allen (cantore per eccellenza di New York), prende le distanze dal film di Edwards, volendo quasi omaggiare Capote nella scelta della protagonista – una brava e sinuosa Francesca Inaudi che, non curante della sua antesignana, decide di ispirarsi completamente a Marilyn Monroe per la sua Holly rendendola più cinica e prorompente – e nel non nascondere al pubblico certi argomenti spinosi per l’epoca come la bisessualità di Holly e della sua amica modella, il suo essere di fatto una prostituta, e la presunta omosessualità di Paul. Nonostante l’apprezzabile temerarietà nel volersi cimentare con un classico così sedimentato nell’immaginario collettivo, forse il regista avrebbe potuto rendere ancora meno edulcorati i temi “scabrosi” del romanzo di Capote, trasmettendo nuova linfa vitale e una lettura più moderna del testo: il risultato sembra infatti il frutto di una mediazione fra la critica dirompente dell’originale e quella più pop e assolutoria di Edwards. Ed è un vero peccato.

 

Colazione da Tiffany
di Truman Capote
regia Pietro Maccarinelli
adattamento di Samuel Adamson
con Francesca Inaudi e Lorenzo Lavia, Mauro Marino, Flavio Bonacci, Anna Zapparoli, Vincenzo Ferrera, Giulio federico Janni, Cristina Maccà, Ippolita Baldini, Riccardo Floris, Pietro Masotti

In scena al Teatro Eliseo di Roma fino al 1 aprile 2012.