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Libri

La precisione della storia, contro l’uso politico del passato

“Nel cantiere della memoria” di Filippo Focardi

di Paolo Ortelli / 29 aprile

Come sostiene Adriano Prosperi in un recente e fortunato libello, quello in cui viviamo è ormai Un tempo senza storia (Einaudi, 2021), in cui sono venuti meno i meccanismi sociali che riconnettono l’esperienza dei contemporanei alle generazioni precedenti. Se però diamo uno sguardo alle classifiche di vendita, il libro di storia sembrerebbe attraversare un periodo d’oro.

Questa apparente contraddizione suggerisce che forse il problema non è la carenza di storia, ma l’uso politico e ideologico che se ne fa. Forse, più che alla «distruzione del passato» che Eric Hobsbawm additava quale tratto tipico della società tardo-novecentesca, siamo di fronte a una serie di gravi distorsioni nell’elaborazione del passato, sempre più banalizzato nelle formule retoriche della “memoria”.

«La memoria umana» scriveva Primo Levi in I sommersi e i salvati, «è uno strumento meraviglioso ma fallace». Non era la memoria, a suo dire, il nemico dell’oblio, ma la precisione. E mai lezione fu più dimenticata: la piega che ha preso il dibattito pubblico sulla storia, in particolare quando si tratta di nazifascismo, Resistenza e Shoah, conferma i timori di Levi.

La memoria della Seconda guerra mondiale si è trasformata negli ultimi trent’anni in una guerra della memoria. In Italia, ma non solo, allo studio della storia come indagine del passato e comprensione delle radici del presente si è sostituita troppo spesso – anche a livello istituzionale – una contrapposizione fra memorie di parte, che rivisita il passato per giustificare scelte e convenienze politiche del presente. Come quasi sempre accade, si vis pacem, para bellum: l’obiettivo strategico delle guerre di memoria non è l’affermazione di una particolare idea del passato in opposizione all’altra, ma la costruzione di un’impossibile “memoria condivisa”, che confonde e annacqua fatti e responsabilità, decontestualizza gli episodi dai processi e getta ogni cosa in un calderone di reticenze, parzialità, equiparazioni cerchiobottiste.

Il revisionismo sulla Resistenza, derubricata a “guerra fratricida”, e la nuova vulgata sul dramma delle Foibe, che omette ogni riflessione critica sull’oppressione fascista delle popolazioni slovene e croate in Istria e Dalmazia e sui crimini di guerra italiani in Jugoslavia, sono solo i casi più noti di una rivisitazione pretestuosa del passato che, a cavallo del nuovo millennio, la sinistra istituzionale italiana non si è fatta problemi ad assecondare, in un’ansia di rilegittimazione postcomunista che ha fatto il gioco delle destre.

Per chi, nella settimana che segue al 25 Aprile, volesse affilare gli strumenti intellettuali per sfuggire alle trappole della memoria condivisa, il lavoro dello storico Filippo Focardi offre un vastissimo repertorio. Il suo ultimo libro Nel cantiere della memoria, che nel settembre 2020 ha inaugurato la collana dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri pubblicata da Viella, è un esempio della precisione invocata da Primo Levi. Focardi è uno dei principali studiosi italiani delle retoriche pubbliche e del calendario civile, ossia dei meccanismi attraverso i quali si forma la memoria: una costruzione sociale che lo storico ha il compito di decostruire, o perlomeno di depurare da stereotipi e manipolazioni.

Il primo e forse più radicato mito da smontare è per Focardi la contrapposizione tra i «bravi italiani» e i «cattivi tedeschi» nel ripercorrere le responsabilità del secondo conflitto mondiale. Non bastano certo l’8 settembre e la Resistenza a rimuovere le colpe italiane nell’innesco della guerra, eppure la condotta a fianco del nazismo viene deformata da uno sguardo autoassolutorio. Da un lato i brutali epigoni del Terzo Reich, sanguinari e ciecamente razzisti, dall’altro gli italiani ragionevoli e generosi anche nei panni dell’occupante. Una distinzione smentita dai fatti, ma che si è diffusa soprattutto a causa della propaganda degli Alleati, interessati a non far ricadere le responsabilità sul popolo italiano ma su Mussolini e il regime, che avevano consegnato il paese nelle mani di Hitler. Se è vero che, dopo l’armistizio firmato da Badoglio nel settembre ’43, questa distorsione dei fatti fu decisiva per mobilitare gli italiani contro «l’oppressore tedesco e il traditore fascista» e poi per ottenere una pace non punitiva, in seguito il mito del buon italiano e del cattivo tedesco ha avuto un ruolo altrettanto fondamentale anche nel ridimensionare il fascismo come un regime all’acqua di rose, al confronto con il monolite sterminazionista del Terzo Reich.

La conseguenza è devastante: la mancata resa dei conti con gli aspetti totalitari, liberticidi e criminali dell’epoca mussoliniana. E, in un circolo vizioso, la scelta di evitare ai criminali di guerra nostrani una “Norimberga” ha contribuito a tramandare l’idea degli “italiani brava gente” a dispetto della vastissima ricerca storiografica, che dimostra la gravità dei delitti fascisti nelle colonie e nei territori occupati in Europa. Non solo: la mentalità storica e il discorso pubblico italiano restano pesantemente segnati dalla poco verosimile opposizione fra la smania genocida antisemita dei tedeschi e le virtù umanitarie degli italiani “salvatori di ebrei”, che sminuisce non solo l’ideologia razzista connaturata al fascismo, ma soprattutto il ruolo dell’Italia, storicamente comprovato, nella Shoah. Così, mentre la memoria storica tedesca si segnala per lo sforzo incessante di riconoscimento e accettazione delle proprie colpe, da noi capita che la legge con cui nel 2000 è stata istituita la Giornata della memoria in ricordo dello sterminio degli ebrei non menzioni mai la parola “fascismo”.

Ed ecco l’uso pubblico della storia, a cui Focardi dedica la seconda parte del libro. Leggendo Nel cantiere della memoria, si ha l’impressione che nel dopoguerra le fondamenta della Repubblica siano state poggiate sul terreno minato di un’insanabile contraddizione: da un lato l’esaltazione della Resistenza e un’avanzata Costituzione antifascista, dall’altro un immaginario diffuso che pullula di alibi e versioni auto-assolutorie. Con la fine della guerra fredda (e dopo le prime avvisaglie degli anni Ottanta), la contraddizione è esplosa di pari passo con l’avvio di un’eterna e feroce transizione politica e istituzionale.

È così che si scatena definitivamente il processo di «defascistizzazione retroattiva» del fascismo (qui Focardi cita Emilio Gentile), al quale hanno prestato la loro penna anche grandi firme del giornalismo quali Montanelli, Pansa e Vespa: non una rimozione, ma un annacquamento del passato fascista.

Sul piano della retorica pubblica, in nome della riconciliazione si è affermata una sorta di par condicio della memoria per cui a una via dedicata a un partigiano si accompagna una piazza che ricorda i “Martiri delle Foibe”, e al Giorno della memoria segue nel calendario il Giorno del ricordo. Ma naturalmente «il revisionismo storico diventa in primo luogo lo strumento di un agguerrito revisionismo politico». L’affermazione di un nuovo paradigma anti-antifascista, che si affretta a parificare comunismo e fascismo, sfocia nel superamento della Resistenza quale matrice etico-politica della Repubblica, aprendo la strada ai vari tentativi di stravolgere l’assetto costituzionale. E più di recente favorisce il diffondersi di sentimenti postfascisti e di un populismo di destra ormai sotto gli occhi di tutti.

Anche per questo è tempo di fare uno sforzo in più, al di là della memoria e della commemorazione: coltivare la precisione della storiografia e liberarci per sempre dagli alibi che ci impediscono di riconoscere le colpe dell’Italia nell’epoca più tragica della storia umana. Nel cantiere della memoria è un prezioso punto di partenza per superare finalmente le illusioni storiche sugli italiani vittime del fascismo e sul fascismo vittima dell’alleanza con la Germania.

 

(Filippo Focardi, Nel cantiere della memoria. Fascismo, Resistenza, Shoah, Foibe, prefazione di Paolo Pezzino, Viella, 2020, pp. 356, euro 29. Articolo di Paolo Ortelli)