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Libri

“Max Perkins. L’editor dei geni” di Andrew Scott Berg

di Vanessa Palmiero / 23 settembre

Com’è riuscito un editor a influenzare i modelli letterari di un’epoca?

Andrew Scott Berg ricostruisce la biografia di Max Perkins. L’editor dei geni (Elliot, 2013) presentando al grande pubblico un uomo che ha saputo forzare la natura conservatrice del suo editore, sfidare i gusti e le crisi economiche, pur rimanendo sempre nell’ombra.

Scegliendo consapevolmente una vita nelle retrovie, l’esperienza di Perkins insegna che un editor di successo sa rinunciare alla gloria personale per permettere al talento altrui di brillare: una lezione di umiltà e di empatia che si proietta nell’attuale panorama letterario come un esempio illuminante. Ed è soprattutto in questo preciso momento storico di ostentata crisi editoriale che la biografia di Perkins può entrare in contatto con lo spirito del tempo.  

L’editor americano lavorò assiduamente anche e soprattutto nel 1929 e proprio in quegli anni conobbe Thomas Wolfe, un esordiente che gli sottopose un romanzo lungo «tra le 250.000 e le 380.000 parole»e che riteneva non fosse giusto «dare per scontato che se un libro è molto lungo è un libro troppo lungo». E questa biografia di oltre 500 pagine che Elliot pubblica coraggiosamente, gli dà sicuramente ragione.

Anche Perkins, come gli editor di oggi, era parte di un’industria culturale, dove il cosiddetto Reparto Vendite ricopriva un ruolo molto importante. Tuttavia, non permise mai alla legge di mercato di imporre un diktat, piuttosto intese l’andamento dei consumi come indicatori di un gusto da mettere in discussione. Se Il grande Gatsby faticò a raggiungere la notorietà, Perkins continuò a sostenere Fitzgerald, nonostante i suoi logorii, le disavventure economiche, i problemi con l’alcool, la vita con Zelda. Perché la grandezza di un editor sta nel non perdere mai fiducia.  

Il libro offre l’opportunità di entrare in contatto con i tormenti di Fitzgerald, con il talento avventuroso e ribelle di Hemingway, con la sensibilità e la ritrosia di Thomas Wolfe. In una delle stagioni più prolifiche dell’America, questi autori illustri diventano i cooprotagonisti di una biografia avvincente e accurata.

Tra Fitzgerald che scriveva racconti di intrattenimento per guadagnarsi da vivere ed Hemingway che lo accusava di prostituzione, Perkins non si schierò mai. Divenne piuttosto il punto di riferimento di entrambi, battendosi per la pubblicazione di Di qua dal Paradiso e combattendo contro coloro che accusavano Hemingway di scurrilità, decidendo di rischiare sempre in prima persona senza temere insuccessi commerciali.

«Non accondiscenda mai al mio giudizio», scrisse Perkins a Fitzgerald. Questa particolare dedizione al talento altrui, trasformò i suoi autori nei migliori editor di se stessi. Senza mai suggerire apertamente le possibili riscritture, Perkins sapeva che la chiave del suo successo era nel feedback, nella capacità di rendere le sue parole uno specchio dove lo scrittore, riflettendosi, potesse riconoscere autonomamente i pregi e i limiti del suo lavoro: «prima che un autore distrugga le qualità naturali della sua scrittura: ecco il momento in cui un editor deve intervenire. Ma non un attimo prima».

 

(Andrew Scott Berg, Max Perkins. L’editor dei geni, trad. di Monica Capuano, Elliot, 2013, pp. 536, euro 35)