“Schegge” di Sebastian Fitzek

di / 17 aprile 2011

«Dove vado ora? Senza soldi, senza auto, senza casa… Senza ricordi? Restò sul marciapiede, osservando come un bambino indeciso prima a destra e poi a sinistra verso il lampione di un cantiere. Alle sue spalle balenavano le tre stelle dell’insegna al neon del Hotel, illudendo i potenziali clienti. Il suo orologio gracchiò per ricordagli ancora una volta le cure di importanza vitale,di cui ora era sprovvisto:le pastiglie per la scheggia in testa».

Marc Lucas è un uomo onesto,un avvocato che ha sempre aiutato le persone più bisognose. Stava aspettando un figlio da sua moglie, una bellissima sceneggiatrice da poco scritturata da una major hollywoodiana con un compenso stratosferico. Ma la moglie è morta in un incidente, portandosi via per sempre anche suo figlio. Dopo questo tragico evento la vita di Marc sconvolta dal dolore sembra trascorrere inesorabilmente uguale senza possibilità alcuna di una seppur piccola felicità, quando un giorno viene a conoscenza di una clinica specializzata nel cancellare dalla memoria i ricordi spiacevoli.

Marc vuole rimuovere tutto il dolore che prova e vuole dimenticarsi per sempre della moglie, per quello si rivolge a quella clinica ed inizia a fare una cura. Ma dopo la prima visita torna a casa e scopre che la sua chiave non apre più il suo appartamento, e che sembra quasi che lui non abbia mai vissuto lì dentro. Una serie di eventi gli faranno capire che qualcuno sta cospirando contro di lui, come se volesse cancellare interamente la sua esistenza.

Riuscirà Marc ad uscire fuori da quell’incubo e a sopravvivere?

Questo è il plot di Schegge di Sebastian Fitzek, brillante e premiato scrittore tedesco, autore del Il ladro di anime e il Bambino,entrambi pubblicati da Elliot. L’idea di base non è fra le più originali, basti pensare al romanzo Out of my mind di Didier Van Cauwelaert (trasposto al cinema uscirà nelle sale italiane i primi giorni di marzo con il titolo Uknown) che ha praticamente lo stesso identico evento scatenante. Per non parlare poi del capolavoro di Kaufmann diretto dal visionario Gondry, che usava un espediente simile, solamente che in quel caso si rimuovevano gli amori finiti, e il dolore della fine di un amore.

Detto questo il thriller di Fitzek fa acqua da tutte le parti, con passaggi spesso illogici e un montaggio degli avvenimenti non lineare, confuso e per nulla stimolante. Inoltre, una delle regole non scritte del genere è che una sorpresa o un colpo di scena devono essere seguiti da una sorpresa e un colpo di scena di una intensità maggiore, e soprattutto non devono essere continui, perché quando uno eccede il thrilling  scema e diventa tutto meno emozionante.

In questo romanzo Fitzek eccede in colpi di scena spesso forzati rendendo il tutto poco accattivante.

Di positivo ci sono un paio di spunti interessanti, uno stile asciutto e scorrevole, ma posso affermare senza dubbio alcuno che l’autore nato a Berlino nel 1971 ha scritto di certo romanzi migliori.

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