È la vita, dolcezza

di / 27 aprile 2011

Gabriella Kuruvilla, nei quattordici racconti che compongono È la vita, dolcezza, delinea situazioni e personaggi apparentemente distanti tra loro; a ben vedere, è possibile rintracciare il denominatore comune nella doppia origine che connota i protagonisti, per metà italiani e per metà stranieri. Una pluralità di punti di vista e discettazioni che si sviluppano attorno al tema dell’ambiguità delle proprie radici, del non saper scegliere tra la cultura dei padri e quella del paese ospitante.
Se la prima generazione di scrittori migranti (stranieri che adottano l'italiano nei loro testi) racconta del rifiuto a cui sono sottoposti all'arrivo in Italia, della nostalgia per la terra madre e delle difficoltà che trovano nell’integrarsi, il meticciato delle seconde generazioni crea sentimenti più sfaccettati e spesso oscuri.
L’autrice, figlia appunto di padre indiano e madre italiana, riesce, nei suoi libri, a tratteggiare questo disagio complesso e sfuggente, concentrandosi sulla comunità indiana residente nell’hinterland milanese.
Ogni storia è uno spaccato di quotidianità in cui la piattezza del contesto e degli eventi accoglie personalità sfaccettate, sempre inquiete e in migrazione tra le etichette che la società ci attacca freneticamente addosso. Lungi da crisi esistenziali dilanianti e gesti plateali, ciascun protagonista avverte la frammentazione della propria identità che tenta inutilmente di darsi una forma definitiva tra spinte culturali divergenti. La multietnicità delle proprie origini viene vissuta con grande disagio e i rapporti con gli altri, specialmente con i genitori che possono invece dirsi stranieri al cento per cento, si traducono in un costante fraintendimento, quando non in conflitto aperto.
E' così che la giovane indiana di Aborto arriva a uccidere il figlio non nato pur di non vederlo meticcio, «un segno di disprezzo per quello che siamo e non saremo più» e non perdere il rispetto del padre e della madre.
In maniera simile il ragazzo “nero a metà” del secondo racconto si fa la lampada e i dread come gli afro-americani nonostante sia meticcio, figlio di uno straniero che rinnegando in toto la cultura d'origine scatena la controffensiva estremista del giovane.
Al generale misunderstanding culturale si sovrappongono intanto due grandi discriminazioni che sappiamo attuate dalle società occidentali in maniera ipocritamente implicita, ovvero le disparità di classe e di genere. Il maschilismo in particolare non riguarda solo il dirigente d'azienda che sputa sui soldi con cui paga la “puttana negra”, ma l'autrice ci spiega come si possa rintracciare anche in certi retaggi della cultura indiana. Ne è un esempio la ragazza italiana che viene lasciata dal compagno indiano: «non era più la regina perché non puliva la casa».
Proprio la casa diventa in questi racconti un elemento centrale; case sognate o reali vengono descritte fin nei dettagli, metafora di una destinazione che non c’è e di un riposo che è solo del corpo ma mai dell'anima.
Il linguaggio duro, a volte osceno della narrazione corrisponde alla sofferenza dei personaggi e arriva a esprimere tutta la frustrazione della propria identità grigia e per questo incompresa, incapace di trovare una collocazione in una società fatta, invece, di tinte nette. «Troia di una bambola!», grida per strada la ragazza per metà indiana tradita dal marito con una bianca e giovane stagista americana.
Concludendo, le inquietudini che agitano la seconda generazione di scrittori migranti possono essere agilmente estrapolate dal contesto del meticciato, per divenire emblematiche della condizione umana attuale. Il viaggio geografico, culturale e infine identitario dei predecessori si traduce nei loro testi in un conflitto assolutamente interiore dal quale nessuno può dirsi estraneo. La figura del migrante perde così ogni connotazione spaziale e arriva infine a coincidere con un comune e continuo senso di peregrinazione verso una definizione ultima di noi stessi.

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