“Il peso” di Liz Moore

di / 28 maggio 2013

Se venisse chiesto a uno studente di letteratura di analizzare forma e contenuto del secondo romanzo di Liz Moore, Il peso (Neri Pozza, 2012), si troverebbe di fronte a una fitta serie di spunti interessanti da cui partire. Allo stesso tempo, avrebbe difficoltà a scomporre le parti di un “tutto” così ben confezionato e indagare su quali siano le più significative o quelle più funzionali al sorprendente effetto finale che produce nel lettore. Non siamo a scuola, ma possiamo ipotizzare che, probabilmente, una delle prime cose che direbbe dopo averlo letto – si tende sempre a partire da quelle più evidenti e condivisibili – è che il titolo ha una duplice allusione: in effetti, la coppia di parole che danno un nome a queste pagine fa riferimento sia all’eccessivo peso corporeo di Arthur Opp, un ex-professore di Brooklyn che da più di dieci anni vive in solitudine senza mai uscire dall’elegante casa ereditata dai suoi, sia al «peso della vita» che su di lui, e non solo su di lui, grava.

Riflessione apparentemente banale, ma a seconda analisi fondamentale per inquadrare lo stile comunicativo dell’autrice. Chiunque potrebbe essere tentato di partire da una considerazione di questo tipo per raccontare la voce franca e toccante di questa giovane scrittrice-musicista di Philadelphia. Heft nell’originale, Il peso nella traduzione italiana di Ada Arduini, è un titolo essenziale e diretto, che con poco suggerisce molto. Liz Moore chiama le cose con il loro nome ed è per questo che le sue parole rimbombano anche dopo averle lette e ci avvolgono come una calda coperta dalla quale non riusciamo più a staccarci. È la spontaneità, l’onestà, per certi versi sconcertante, nella voce dei suoi personaggi, è percepire come se fossimo fisicamente vicino a loro quello che pensano e sentono, dalla minima sensazione fisica alla più intima paura o insicurezza nascosta, ciò che permette all’autrice di irrompere nelle vite drammatiche dei due protagonisti del romanzo, come il primo piano di una telecamera, senza lasciarci il tempo di sconvolgerci o provare commiserazione per loro. Al contrario, siamo chiamati immediatamente a prendere parte al loro destino, nel momento in cui viene stravolto e li porta, infine, a incontrarsi.

Liz Moore ci catapulta fin dalle prime pagine nei pensieri di Arthur, un uomo solo e fragile che, oltre ad accusare la fatica e il dolore di convivere con un corpo sformato e affaticato dall’obesità e da un rapporto morboso con il cibo, convive ogni giorno con il vuoto della sua vita dopo aver perso, uno dopo l’altro e senza riuscire a evitarlo, la famiglia, il lavoro e gli affetti. L’unica consolazione che gli resta e che lo fa andare avanti è lo scambio di lettere che da anni ha continuato a mantenere con la dolce e giovane Charlene, un tempo sua alunna con la quale instaurò un profondo legame di amicizia e poi di amore a distanza, oggi una donna distrutta dalla malattia e dal vizio dell’alcool. Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è che il punto di vista di Arthur viene dopo poco alternato con quello dell’altro grande protagonista della storia, il secondo Arthur, conosciuto da tutti come Kel Keller, giovane studente di liceo e aspirante giocatore di baseball, ma soprattutto, figlio di Charlene. Nella dinamica oscillazione delle voci dei due Arthur, diversi ma, in fondo, fortemente e inconsapevolmente legati, il romanzo scorre sotto ai nostri occhi nei cinque capitoli che alternano agilmente la narrazione tra le due diverse prospettive dei protagonisti e tra momenti appartenenti al presente e al passato delle loro vite, oltre che di quella della donna che lega i loro destini.

Stati d’animo ed emozioni trasferiscono l’immagine di due uomini diametralmente opposti, ma accomunati dalle loro fragilità, dal senso di isolamento, dalle ferite mai chiuse causate dall’essere figli di famiglie spezzate, logorate dalla lontananza e dall’assenza di un amore paterno.

Tuttavia, Liz Moore decide di non lasciarci cadere nel baratro della commiserazione e dell’impotenza di fronte al dolore di queste due esistenze. Alla fine, lascia trionfare la speranza, quella che può nascere dalla più piccola e inaspettata casualità, dal sentimento di umanità e amore che non per forza deve vincolarsi ai legami familiari, ma che a volte semplicemente capita, anche grazie all’allegria e al tenero affetto di una giovanissima donna delle pulizie come Yolanda che, inaspettatamente, riesce a togliere la polvere dove proprio sembrava impossibile toglierla, dal desiderio di provarci e di cambiare il nostro destino quando sembra ormai impossibile farlo.

(Liz Moore, Il peso, trad. di Ada Arduini, Neri Pozza, 2012, pp. 352, euro 17)

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