“Il male” di Massimiliano Santarossa

di / 22 gennaio 2014

Cosa hanno in comune una bimbetta quotidianamente straziata dagli appetiti sessuali di un padre orco, un maiale grasso destinato al macello e poi al banco frigo di un supermercato e dopo ancora alle fauci di gente piuttosto raccapricciante, un operaio dell’industria metallurgica fresco di licenziamento e un consumatore inveterato di crack a buon mercato? Hanno in comune il marcio palcoscenico su cui si muovono e su cui recitano ognuno la propria minima tragedia, un palcoscenico che non è altro che la nostra maledetta contemporaneità urbana, suppurazione ultima dell’Occidente in declino, in sé destinato a generare la notte fin dal principio, nelle sue manifestazioni più marginali e periferiche.

È della sofferenza di simili soggetti che nel recente romanzo Il male (Hacca, 2013), di Massimiliano Santarossa, una sorta di antropologo d’eccezione vuole rendersi conto calandosi nelle tonalità grigie di una qualsiasi delle nostre città, osservando partecipe il triste destino degli umani. Questo antropologo d’eccezione, protagonista principale e voce narrante del romanzo, è Lucifero, l’angelo caduto, quello ribelle in quanto più splendente, portatore della luce, maggiormente prossimo all’albedine dell’Onnipotente e perciò incapace di vivere all’ombra sua, in obbediente subordine. Pur essendo per noialtri il depositario più legittimo del male in sé, Lucifero, nella narrazione di Santarossa, nella sua opera di studio e di ricerca è mosso da un interrogativo grande e totale che proprio al male si riferisce: quali sono le sfaccettature che esso può assumere e che concretamente assume nel terzo millennio, a più di venti secoli dalla morte del Cristo?, a più di duemila anni da quei chiodi piantati sulla carne e poi sul legno di una croce?

Nello studio etnologico che Santarossa affida a Lucifero, il Principe delle Tenebre si cala così in un inferno viepiù nero di quello che normalmente abita nel suo umbratile quotidiano, cercando di conoscere quale sia, davvero e fino in fondo, l’esperienza che tocca vivere ai veri dannati, ossia i vivi, gli abitanti dei putrescenti cantoni delle nostre strade più tetre e delle nostre case più promiscue. È così un mondo estremamente oscuro, quello che Lucifero si trova a osservare facendosi volta per volta commisto (entrando letteralmente con la sua diafana e immateriale sostanza nella loro carne) ai vari condannati alla vita, un mondo che non lesina su quanto di più terribile gli è dato di esprimere.

Ne viene fuori un racconto quantomeno parossistico, in cui una ripetitività di situazioni disagevoli vissute dal Diavolo per tramite degli esseri che popolano la Terra viene elaborata dall’autore attraverso una secca e scarna sequenza di parole che non lasciano spazio all’immaginazione. Così come nel libro il mondo visitato da Satana (il nostro mondo, quello che abitiamo giorno per giorno) è impero del male, infatti, il lessico di Santarossa è regno di un registro narrativo votato all’insistenza su un linguaggio scarno e asfittico, sull’utilizzo di poche parole sempre uguali dalle quali risulta impossibile sfuggire: nero, morte, buio, sangue, freddo. E naturalmente neanche l’ironia ha minimo spazio nel romanzo, come se anche la più trascurabile incertezza ridanciana possa distogliere il lettore da toni paesaggistici e morali fatti essenzialmente d’ombra e di cose molto brutte.

Dunque nulla sembra possa sfuggire, nemmeno temporaneamente, nemmeno nella negazione avversativa del tratto parodico, al vortice della continua apocalisse mondana che il Demonio di Santarossa vive e descrive, un’apocalisse di fronte alla quale egli stesso, nonostante il suo regolare imperio sulle regioni oscure dell’aldilà, che avrebbe forse dovuto renderlo già avvezzo a qualsiasi atrocità, sembra vacillare sbigottito, forse addirittura affranto al cospetto del dolore che quaggiù, sulla Terra degli uomini, tramuta i viventi in anime in pena.

(Massimiliano Santarossa, Il male, Hacca, 2013, pp. 224, euro 14)

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