“Aurora” de I Cani

Un album che analizza le sfumature, le debolezze e le complessità dell'essere umano

di / 9 marzo 2016

Aurora

Ogni volta che I Cani pubblicano un singolo o un disco, è come un piccolo tsunami. È così sin dal 2011, quando Roma Nord (e non solo) fece i conti con i suoi (un po’ stereotipati) scheletri nell’armadio. Molto probabilmente sarà così anche in futuro. Già, perché sembra proprio che non vogliano fermarsi e quindi credo che tra due anni saremo di nuovo qui a parlarne. Nel frattempo, il 29 Gennaio è stato il turno di Aurora, terzo album di Niccolò Contessa e soci. Come sempre, un piccolo passo indietro è d’obbligo.

Il sorprendente album d’esordio de I Cani del 2011 era legato ai temi dell’adolescenza, delle paranoie, dei social network, il tutto ambientato sostanzialmente a Roma e in alcuni suoi quartieri simbolo. “Theme From The Cameretta” e “I Pariolini di 18 anni” lanciarono l’album verso un successo poco atteso, andando oltre il GRA, grazie anche alla cinematografica “Wes Anderson” e alla beffarda “Hipsteria”: la cura dei testi, le atmosfere lo-fi e i video perfetti. La furbata del sacchetto di carta ai concerti per nascondere l’identità, giustificata dalla paura del confronto con il pubblico, fu il tocco di classe. Nel 2014 è stato il turno di Glamour: con questo disco, se escludiamo un paio di brani, I Cani uscirono dalla Capitale: “Come Vera Nabokov”, “Storia di un artista” e “Corso Trieste” davvero notevoli, “Lexotan” e “Storia di un impiegato” sullo stesso livello o quasi. Nello stesso album compare inoltre un brano forse un po’ trascurato dalla maggioranza dei fan, “San Lorenzo”. Ed è proprio da questa canzone che Contessa riprende il suo viaggio creativo.

Aurora è un concentrato di antropologia, filosofia ed astronomia. Detto così potrebbe spaventare, in realtà questa non è nient’altro che una ricerca delle sfere più recondite dell’uomo contemporaneo. E detto così fa ancora più paura, quindi cerchiamo di entrare un po’ di più nell’essenza. Ricapitoliamo: da Roma al mondo, dal mondo all’universo, viaggiando tra costellazioni e non-luoghi. L’uomo viene messo al centro, ma se prima era una particolare categoria/personaggio ad essere messo in discussione, ora è l’uomo come essere vivente ad essere posto di fronte all’immensità dell’universo e alle galassie, facendolo sentire piccolo ed insensato, pieno di limiti ed insicurezze. Il tutto è condito dalla solita ironia e dalla malinconia di chi ci sa fare con le parole.

“Baby soldato”, “Il posto più freddo” e “Non finirà” sono i tre singoli pubblicati tra novembre e gennaio, accompagnati dai relativi video. Il primo ci descrive l‘assurda vita di una modella, tra sfilate, aeroporti e stress emotivo per una ragazza poco pronta a gestire quel mondo così spietato. Brano orecchiabile tipicamente synth-pop. Il secondo pezzo è tra i più originali di Aurora, anche grazie al video, girato su un tram romano. Contessa parla di droga e fragilità emotive con un’armonia unica, quasi disarmante. Il terzo, ‘Non finirà”, sembra brillare più per il ritmo funk e per il loop che per altro. Ma questo è solo l’inizio. Ad aprire troviamo “Questo Nostro Grande Amore”, visione ironica e spietata degli amori-social network, fatti di foto, post senza vergogna venduti in borsa, oppure al cinema o in cambio di improbabili investimenti di capitali. Il brano è stato anche scelto dai The Pills per il loro primo film Smetto quando voglio.

Nell’album, elementi come l’universo e le galassie si fondono e si distaccano allo stesso modo da tematiche più sentimentali ed emotive, diciamo terrene. L’abilità del cantautore si manifesta in maniera chiara con la title-track “Aurora”: un pacchetto digitale che viaggia tra satelliti e mari, qualcosa di freddo ora, al contrario, diventa tecno-romantico. Nonostante ciò, l’album si conclude con due brani piuttosto cupi e bui dominati da un certo silenzio, legato alla morte e alla fine del mondo. D’altronde “Finirà” e “Sparire” parlano in maniera diversa della stessa tematica, la fine del tutto, partendo dal cosmo fino alla guerra.

Tre sono i brani trainanti, quelli che rappresentano al meglio Aurora. Il primo è sicuramente “Protobodhisattva”. Tra buddismo e uomo/spazio, è la canzone più antropologica dell’album. L’uomo come animale che sceglie, come nutrirsi, come fare sesso, come alterare le sue emozioni. Il secondo è “Una cosa stupida”, poco complesso e piuttosto diretto a scandagliare nella fragilità emotiva di chi si è perso di vista e non sa come comportarsi. Infine, “Calabi-Yau” e l’ennesimo viaggio interstellare tra uomo e i pianeti.

Aurora è questo. Una visione ampia del cosmo partendo dall’uomo, dalle sue pretese e dalle sue incertezze, senza trascurare le ansie e le fragilità di chi è emotivamente non preparato ad affrontare un certo tipo di relazioni con chi gli sta attorno, figuriamoci con l’universo. Contessa si conferma molto bravo nello sviluppo di testi complessi, un acuto osservatore della realtà circostante, un narratore di temi più o meno malinconici come la sofferenza, la fine e l’inadeguatezza dell’essere umano. I limiti della post-adolescenza diventano ora quelli dell’uomo, messo a nudo di fronte al tutto. Con questo album si chiude un ciclo, sarà ora difficile fare di meglio.

 

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LA CRITICA

I Cani si confermano con Aurora una delle poche band elettropop in grado di parlare non solo con musica. Le sonorità e le melodie sono impeccabili, ma il raccontare la realtà attraverso i consueti intimismi rende il terzo album della band qualcosa di speciale.

VOTO

8/10

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