“The Colour in Anything”
di James Blake

Bellezza, noia e post-cantautorato

di / 25 maggio 2016

The Colour in Anything copertina Flanerí

Nel 2011 ha mandato in tilt la musica pop con James Blake,  due anni dopo si è confermato su alti livelli con Overgrown. Quest’anno, dopo aver cantato in un brano (“Forward”) nel pluridiscusso Lemonade di Beyoncé, con The Colour in Anything James Blake staziona sempre nell’olimpo contemporaneo, ma con qualche riserva.

James Blake appartiene  a un certo mondo che deriva dalle epressioni urbane di Burial,  ruota insieme ai vari Jamie Woon, Jamie XX o Sbtrkt – estendendo fino Frank Ocean – , ma non si ferma lì. Ha uno spessore che lo porta naturalmente a essere una contaminazione unica di vai generi. R&B, pop, soul, folk.  Il suo approccio, per quanto possa sembrare simile a tutto l’universo di cui sopra, ha indubbiamente un predisposizione innata a un songwriting classico, e in The Colour in Anything questo è ancora più palese. Un modo di intendere e di produrre musica che nel 2011 ha spiazzato tutti.  Si ha avuto e si ha tutt’ora, infatti, un po’ l’impressione di avere a che fare con un alieno. Il fatto che quelle di James Blake siano canzoni scritte in un’epoca futura, o in una galassia in cui il pop è interpretato in questo modo, è un pensiero che ricorre spesso. James Blake è un cantautore di un futuro possibile – non per forza di un momento migliore di questo presente, intendiamoci – che per caso ha iniziato a fare musica in questi anni? Una cosa è certa:  ha avuto la capacità di vedere alcune cose prima degli altri.

Però. Parlavamo di riserve. Ecco, con questo terzo lavoro, a cinque anni dall’esordio, qualcosa in più si può dire. Perché se con il primo James Blake è riuscito a rivoltare la musica pop continuando poi il discorso con Overgrown, in questo terzo lavoro pregi e difetti sono maggiormente esposti e decifrabili.  James Blake è bravo, è indiscutibile. Ascoltandolo, però, è possibile rendersi conto che le corde che tocca – a profondità vertiginose (la traccia d’apertura “Radio Silence”; il crescendo ansiogeno da assetto da guerra che accompagna la voce quando canta «When you sing / please don’t think of me / ‘Cause it’s way too hard / From what I’ve seen / From what I’ve seen» in “Points”; il contrappunto delle trombe in “Whaves Know Shores”, su tutte) –, siano sostanzialmente sempre  le stesse corde. Gioca puntando a quell’obiettivo – complesso da raggiungere, ma stiamo parlando di un fuoriclasse – in quella che oramai è la sua zona di conforto.

In The Colour in Anyting questa sensazione è esasperata a livelli enciclopedici: un lavoro mastodontico di settantasei minuti divisi in diciassette brani, splendidi nella loro unicità, ricamati alla grande,  ma che miscelati l’uno con l’altro comunicano la pesantezza di un’unica enorme ballata post-pop proveniente da un mondo in cui la normalità vuole che le canzoni durino in media sessantasette minuti. E il problema non sono i settantasei minuti in sè, ma il modo in cui sono stati riempiti. Settantasei minuti struggenti, maestosi, ma allo stesso tempo monotoni e noiosi, stancanti. E questo non può non incidere sul lavoro complessivo.  Può essere solo un problema che ha a che fare con la diacronia? O forse si è aperta una falla nell’impianto che alimenta la forza di James Blake?

The Colour in Anything è un lavoro che di tanto in tanto sembra anche inciampare su se stesso: la voce ora viene filtrata da quel vocoder, ora si mostra in aperture melodiche che viaggiano su quelle precedenti,  ora vibra in quel modo. Poche soluzioni, in definitiva.  C’è anche tempo per un duetto con Bon Iver (“I Need a Forest Fire”),  in cui Blake va a giocare allo sport e in casa del cantante del Wisconsin, dove però sembra soccombergli.

Insomma, James Blake con The Colour In Anything conferma comunque il suo talento e il suo post–cantautorato, che per quanto sia e sia stato innovativo e unico,  ha necessariamente bisogno di evolversi in qualcos’altro. Siamo a un punto di svolta: dopo aver tracciato una linea, ora sta a lui cercare di capire se e come seguirla, di auto trasformarsi e trasformare la sua musica in qualcosa che venga da un futuro ancora più lontano.

 

  • condividi:

LA CRITICA

Terzo lavoro dopo James Blake e Overgrown, The Colour in Anything colpisce allo stesso modo per bellezza e monotonia.

VOTO

7/10

Comments

News

effe

“effe – Periodico di altre narratività” numero dieci

“effe – Periodico di altre narratività” numero dieci

Archivio