Fragile immagine di famiglia

“Voci fuori campo” di Ali Smith

di / 12 febbraio 2018

È tutta una questione di luce e oscurità, come ci hanno insegnato i fratelli Lumière, quando nel 1895 hanno svelato al mondo il potere e la magia del cinema. Il buio della sala, la luce del proiettore che illumina milioni di granelli di polvere (ma si può davvero contare la polvere?), l’odore persistente dei pop corn, le poltrone di velluto, la gente che ride, piange, parla a sproposito. Ed è proprio in un cinema che Ambra è stata concepita, in una sera del 1968, mentre sullo schermo davano Poor Cow, diretto da un giovane Ken Loach e interpretato da un magnetico Terence Stamp.

Ambra (nome intero Alhambra) dovrebbe essere di diritto la protagonista del romanzo di Ali Smith Voci fuori campo (Sur, 2017) e invece non lo è. Perché nel mondo letterario di questa scrittrice scozzese nulla è come sembra. E così l’inquadratura cambia e si sofferma sulla famiglia Smart, i cui membri sono figli di una borghesia culturale liberal che prendono in affitto una casa nella campagna del Norfolk per trascorrere le vacanze estive. Ma in realtà: Eve spera di riuscire a finire il suo ultimo romanzo; Michael, docente universitario, spera di nascondersi dalle studentesse con le quali intrattiene brevi relazioni; Magnus, ragazzo diciassettenne introverso, spera di dimenticare il suicidio di una compagna di classe di cui è in parte responsabile; Astrid, dodicenne scontrosa con la passione per la videocamera, spera di crescere in fretta. Sembrerebbero usciti da un romanzo di Coe o di Franzen, ma Ali Smith cambia prospettiva e, come in un classico film di Altman, decide di raccontare ciò che accade attraverso gli occhi di ognuno di loro. Lo stesso avvenimento, la stessa estate ma da visuali diverse.

In realtà non accade nulla di particolare in quell’estate, a parte l’arrivo di Ambra, nella vita degli Smart. Una donna che bussa alla loro porta per un guasto alla macchina: una donna particolare, incurante delle regole, dell’educazione, dei canoni estetici imperanti. Qualcuno la definirebbe una hippie, altri solo una donna fastidiosa. Eppure basta la sua presenza ad alterare gli equilibri, a spezzare la calma apparente e le frustrazioni ossessive. Una presenza di cui, però, non rimane traccia: la pellicola non conserva la sua immagine, è come un fantasma che ha fatto irruzione nelle loro vite, cambiandole radicalmente, poco importa se in bene o in peggio. Il finale, che è insieme un esercizio letterario e cinematografico, è degno di un film di Lawrence Kasdan, con il Grand Canyon creatore di senso e di futuro.

Ali Smith, Voci fuori campo, SUR, 2017, 327 pp, € 16.50
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LA CRITICA

L’immagine fragile e inquietante della famiglia contemporanea in un romanzo che cede sia alle lusinghe del cinema che a quelle del divertissement stilistico letterario, attraverso parole cucite su ogni personaggio e fotogrammi che rievocano le storie di Altman.

VOTO

7/10

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