Raccontare l’epica di una comunità

“Lontano da Crum” di Lee Maynard

di / 5 marzo 2019

copertina di Lontano da Crum di Lee Maynard

«Il cartello ai margini del paese diceva “Crum – comunità non incorporata”. Avrebbe dovuto dire “non necessaria”. Il paese si trova in fondo alle viscere degli Appalachi, sulla riva del fiume Tug, che in pratica è il tratto urinario di quelle montagne. Al di là del piscio, c’è il Kentucky».
(pag. 15)

Benvenuti a Crum, West Virginia, cittadina che dette i natali a Lee Maynard e a cui lo scrittore statunitense dedicò, nel 1988, questo album corale appena riproposto in traduzione italiana con il titolo Lontano da Crum (Mattioli 1885, 2018).

È necessario compiere uno sforzo di immaginazione piuttosto ardito per rintracciare in Lontano da Crum i crismi del romanzo “esiliato”, come racconta Gian Paolo Serino nella prefazione: «Lee Maynard è riuscito nel suo intento di diventare uno scrittore affermato, ma i suoi concittadini a tutt’oggi non l’hanno ancora perdonato. Lui li ha mandati a quel paese, il loro, e gli abitanti hanno fatto in modo che Maynard non potesse mai più metterci piede, promulgando addirittura una legge comunale che ne vietava l’ingresso e il soggiorno».

Dopotutto ci troviamo negli Stati Uniti degli anni Ottanta, un paese apparentemente civile e civilizzato. Ma se soltanto una minima parte dei fatti riportati nel libro rispondesse a verità, allora non sembrerebbe affatto esagerato catalogare la vicenda-Maynard come l’ennesimo caso di «nemo propheta in patria».

Eppure Crum, così il titolo originale, riesce a essere – al netto delle scurrilità e delle sistematiche prese per i fondelli della fauna locale – un romanzo luminoso, che celebra la vita di una comunità, elevandola a epica. Cosa sarebbe rimasto, altrimenti, delle mitologiche sbronze settimanali di Mean Rafe Hensley al Mountaintop Beer Garden? E chi potrebbe ancora ricordare quel gran figlio di puttana di Ralph Parsons?

Maynard benedice i bifolchi e i matti di paese, santifica la noia e la cruda socialità di un luogo che non ha niente da offrire, se non «un folle vortice di ignoranza abietta, emozioni che traboccano di emozioni, sesso che trabocca di amore, e talvolta un po’ di sangue a ricoprire il tutto». (pag. 15)

Dopo un prologo che introduce i personaggi principali e anticipa sommariamente le vicende raccontate nelle pagine successive, la narrazione si frantuma in tanti piccoli episodi che assecondano il corso delle stagioni di Crum: estate («In estate, a Crum, il mondo moriva», pag. 27), autunno («la stagione dell’anno che Dio sembrava avere messo lì soltanto per la sua bellezza», pag. 78), inverno («una rottura di coglioni», pag. 127) e primavera (che «non giungeva mai in modo delicato», pag. 159).

A raccontare le vicissitudini del paese è l’adolescente Jesse Stone, ribelle di natura, vagabondo per vocazione, alter ego tutt’altro che celato dell’autore (anche se la biografia dei due non coincide quasi per nulla).

Jesse è sveglio, pianta grane insieme a Mule, Nip e Wade ma, al contrario degli amici, brucia di un fuoco vivo che lo spinge lontano da una “casa” mai percepita come tale. Fuga. Fuga e soldi, queste le parole che rimbombano nella testa di Jesse in continuazione.

«Per me il denaro era una e una sola cosa, ma una cosa che non pensavo avrei mai avuto: un biglietto per andarmene da Crum. Leggevo i libri in biblioteca, e facevo liste di tutti i luoghi in cui sarei voluto andare quando avessi guadagnato abbastanza soldi». (pag. 50)

«Mettersi in viaggio per una partita era la migliore avventura che posso ricordare. Erano quei viaggi che mi dicevano che ciò che cercavo – qualunque cosa fosse – era fuori da Crum». (pag. 80)

Nonostante le dimensioni, esistono due mondi completamente separati a Crum: quello dei ragazzini e quello degli adulti. I più giovani stanno sempre per conto loro: nuotano al fiume, costruiscono rifugi, sparano nel bosco. Quando combinano qualche guaio, si danno alla macchia per giorni, senza che nessuno li vada a cercare. Come spiega Jesse, sono tre le cose che accomunano gran parte dei ragazzi: «la povertà, l’ignoranza e il saper scopare». (pag. 32)

Dimenticate quindi i tormenti adolescenziali da romanzo di formazione, gli amori platonici, i baci rubati. A Crum ci si dà da fare, quando capita e con chi capita, e a tenere le fila di queste relazioni sorprendentemente mature sono sempre le ragazze, tutte figure forti, in pieno controllo del proprio corpo e del gioco seduttivo, come nel caso di Ruby e di Yvonne, personaggio, quest’ultima, tra i più complessi e interessanti costruiti da Maynard

Gli adulti, invece, sembrano accorgersi dei figli soltanto nel momento in cui una latrina viene fatta saltare in aria con la dinamite, o la casa di un predicatore bigotto viene presa di mira durante la notte di Halloween. In questi casi, il riconoscimento dei ragazzi come «esseri nel mondo» avviene tramite la somministrazione di violente lezioni, di solito impartite dalla mano di un rappresentante del “potere” locale (l’agente Clyde Prince, il predicatore Herman Piney).

«La maggior parte dei bambini di Crum non badava molto agli adulti, a meno che non ci fosse costretta per via di qualche guaio. Per lo più, ce ne stavamo per i fatti nostri, facendo le nostre cose e lasciando che gli adulti facessero le loro. Era una soluzione che pareva accontentare tutti». (pag. 23)

In questo universo senza adulti, l’anno scolastico passa in fretta, tra assalti a furgoni della carne e faide eterne con gli «stronzi maiali del Kentucky».

E proprio quando si avvicinerà il momento dell’addio, Jesse, osservando Crum dalla cima di una collina, troverà qualcosa di inedito nella tanto odiata città natale, quasi che per riconoscere la propria casa sia necessario tracciare una distanza:

«Era troppo bello lassù. Crum sembrava bella e questo rendeva la mia decisione ancora più difficile; guardavo Crum e la trovavo bellissima». (pag. 172)

«Molte volte la cosa peggiore della tua vita può essere il centro della tua vita, l’unica ragione per andare avanti di giorno in giorno, e quando non c’è più, anche se non ti piace, ti manca. […]

Avevo perso la metà del mio obiettivo, del mio scopo, di quell’odio intenso che era il motivo per cui mi svegliavo ogni giorno. Crum». (pag. 166)

Chissà che lo stesso processo non possa valere per gli abitanti di Crum; chissà se un giorno, sfogliando le pagine beffarde e incredibilmente profonde del libro di un concittadino detestato, potranno rendersi conto che Lontano da Crum, in fondo, è il più grande atto d’amore che Maynard potesse dedicare alla sua città. O quantomeno, l’unico possibile.

(Lee Maynard, Lontano da Crum, trad. Nicola Manuppelli, Mattioli 1885, 2018, pp. 198, euro 15 – articolo di Martin Hofer)
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LA CRITICA

Lee Maynard fa i conti con le proprie origini in un romanzo luminoso e scanzonato. Una foto di gruppo, tra bifolchi e ragazzi ribelli, per sancire una crescita attraverso il distacco dalle proprie radici.

VOTO

7/10

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