Sufjan Stevens, ovvero come essere sé stessi senza esserlo mai

Il nuovo album dell'artista americano

di / 8 ottobre 2020

Elio e Oliver si stanno rincorrendo in quella che è la loro unica vera grande fuga d’amore. Cascate del Serio. A fare da sottofondo, l’arpeggio di chitarra e la voce di Sufjan Stevens. “Mistery of Love”. Luca Guadagnino sapeva che non avrebbe sbagliato con il cantautore americano per Chiamami col tuo nome. Il film e il musicista sono fatti apposta uno per l’altro, questa scena e Sufjan Stevens sono fatti apposta per stare insieme. A tre anni da quel momento, The Ascension, il suo nuovo lavoro.

Sufjan Stevens sbaglia raramente: Michigan, Sevens Swans, Illinois, Carrie & Lowell. Quest’ultimo in particolare deve aver convinto il regista italiano a puntare su di lui. Qui, infatti, troviamo la massima espressione di Stevens come autore intimista. E il film di Guadagnino aveva bisogno di qualcuno che potesse rendere esponenziale il dolore dell’amore. Quello inconciliabile con le variabili della vita. Della morale. Musicalmente un ritorno al folk di Seven Swans e al centro il rapporto, il non rapporto con sua madre e il suo patrigno. Il rapporto che li ha legati, o che non li ha legati. Carrie, bipolare, schizofrenica e con problemi di alcol e droghe, è morta nel 2012 per un cancro allo stomaco. Ha abbandonato Steven quando aveva un anno, per poi ritornare e per poi riandarsene, per poi ritornare e poi riandarsene. Con Lowell, sempre quest’anno, in piena crisi da Covid-19, ha scritto il buon album ambient Aporia.

La sensibilità di Stevens emerge anche oggi. Nonostante il cambiamento deciso. Lo abbiamo visto mutare, rinnovare, sperimentare. Essere massimalista e minimalista. Ampolloso e misurato. Ma il quid che accomuna tutta la sua carriera artistica appare sempre come per magia.

Dall’interno all’esterno. Il passaggio di questi cinque anni può essere riassunto, semplificando, in questo modo. Se in Carrie & Lowell tutto lo sguardo era rivolto verso le viscere della propria esperienza personale, “non è un album musicale, è la mia vita”, qui Stevens cerca di dare un giudizio sul mondo. The Ascension ci riporta ai tempi di The Age of Adz. L’impressione è che Stevens stia cercando un modo suo di leggere il pop. Un pop complesso, ma allo stesso tempo semplice e decifrabile.

Via le chitarre, via gli arpeggi. La voce di Stevens si muove in universo fatto di drum machine, suoni robotici, synth. Per quanto sia eterogeneo, potenzialmente difficile da domare, non si incaglia su sé stesso. Un lavoro cerebrale nella sua struttura, ma che funziona, che procede – nonostante la lunghezza (1 ora e 20 minuti) – in un continuo alternarsi di stati d’animo. La grandezza di Stevens, in poche parole.

The Ascension si apre con un pezzo che potrebbe essere di Thom Yorke solista o di Apparat, “Make Me An Offer I Cannot Refuse“,  per poi piegarsi verso soluzioni smaccatamente mainstream come “Video Game”. Il suo essere intrinsecamente dissimile a sé gli permette di mutare costantemente al suo interno (come ad esempio “Die Happy”), virare verso suoni quasi horror, per poi tornare ad aprirsi come fosse la cosa più naturale del mondo. Le sperimentazioni di “America” e “The Ascension” regalano all’album un’aura di mistero e una cifra stilistica di grande impatto.

Stevens è sempre Stevens pur non essendolo mai. The Ascension è l’ennesima riprova di quanto sia un autore fondamentale. Anche se oggi non arriva ai livelli del suo predecessore – e sappiamo quanto è e sarà complesso poterlo fare -, quest’ultimo lavoro è emblema della ricerca di Stevens. Si apre un discorso, di nuovo, su quello che potrà essere la sua musica in futuro. Ma sappiamo che sono solo speculazioni: il prossimo album partirà dall’ennesimo reset e saremo di nuovo spiazzati.

 

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LA CRITICA

“The Ascension” non raggiunge le vette di “Carrie & Lowell”, ma sappiamo che non è un’impresa facilissima. Le sonorità si distaccano dal suo predecessore a si avvicinano a a “The Age of Adz”. Stevens si conferma un grande autore di cui abbiamo bisogno.

VOTO

7,5/10

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