Giustizia globale
e uso della forza

Rileggere “Una politica estera per la sinistra”
di Michael Walzer al tempo della guerra ucraina

di / 19 maggio 2022

Copertina di Una politica estera per la sinistra di Michael Walzer

La guerra in Ucraina ha acceso il dibattito, soprattutto a sinistra. Come reagire alla brutale invasione della Russia? Bisogna rispettare o rigettare la logica delle zone d’influenza? Ha senso un sostegno militare della Nato agli ucraini, anche inviando armi? La posizione degli Stati Uniti, che sembra puntare a un cambio al vertice al Cremlino, va sostenuta o avversata? E in fondo, poiché ci sono “un aggredito e un aggressore”, come possiamo restare indifferenti di fronte alle sofferenze del popolo di Kiev? Su domande simili possiamo riflettere riprendendo in mano un libro di Michael Walzer del 2018, Una politica estera per la sinistra (Raffaello Cortina Editore). Un volume dibattuto, pensato per lettori americani ma ricco di spunti di riflessione anche per chi vive al di qua dell’Atlantico. Soprattutto oggi.

La riflessione di Walzer, eminente filosofo politico, sfida la “posizione standard” della sinistra in politica estera: la neutralità, secondo la quale usare la forza non è mai una buona idea (antimilitarismo) perché è l’arma dei Paesi oppressori (antimperialismo), e di uno in particolare (antiamericanismo). Tuttavia, osserva Walzer, «La neutralità è un buon modo per avere e al tempo stesso non avere una politica estera». È per lui una linea insensata, ingenua, autoassolutoria: una linea da combattere e archiviare. «La saggezza politica non è né militarista né pacifista (né una via di mezzo)». Da questa premessa muove il lungo viaggio dell’autore, alla ricerca di una bussola morale per la diplomazia progressista.

Una politica estera per la sinistra non è un saggio di geopolitica: è una riflessione morale sull’internazionalismo. Non ha la pretesa di istruire sui buoni e sui cattivi del nostro tempo, né di tracciare una teoria generale della politica estera progressista. Dopotutto, Walzer spiega a chiare lettere di rivolgersi a una sinistra ampia e quindi piena di contraddizioni filosofiche. Un tentativo audace che persegue con rigore.

La sinistra si orienta con strumenti sbagliati, ma ha sbagliato analisi anche in passato. I massacri stalinisti, le invasioni di Ungheria e Cecoslovacchia, il terrorismo rosso e le dittature comunista in giro per il globo sono gli esempi più eclatanti. Tante le ipocrisie, le doppiezze della sinistra passata, che vanno conosciute e stigmatizzate, anche se con decenni di ritardo perché «La sinistra è la sua storia tanto quanto […] il suo presente quotidiano». E conoscere gli errori aiuta a comprenderne quali concetti sono da archiviare, o da ripensare. Per esempio, le teorie dell’imperialismo, che per Walzer non dovrebbero condurre a un antiamericanismo ossessivo. O il pregiudizio materialista (un «marxismo grezzo»), che impedisce perfino di vedere le cause religiose delle guerre di religione. Contro queste approssimazioni deve essere concepito l’approccio progressista alla politica estera, sempre però plasmandolo secondo i valori della sinistra.

Ma quali sono questi valori? La domanda è sempre più impegnativa nel terzo millennio. Il crollo del Muro ha liberato la sinistra dalla lealtà a Mosca. Ma dalla propensione ad appoggiare regimi dittatoriali che si oppongono (a parole) all’oppressione capitalista? Walzer conduce per pagine e pagine del suo volume un’appassionata denuncia contro l’ambiguo sostegno a Hamas e altre organizzazioni simili. I progressisti hanno ancora atteggiamenti equivoci davanti al terrorismo dell’ETA e dell’IRA (eppure già Lenin e Trotsky biasimavano i terroristi, che eccitano le masse senza coinvolgerle). E se i compagni all’estero sono in difficoltà, non chiedono loro di cosa hanno bisogno: preferiscono pontificare, far rimbalzare la palla all’Onu, proporre di uscire dalla Nato.

Walzer propone un altro metodo: l’internazionalismo di agency. Un impegno politico nuovo, che serva alla ricostruzione di Paesi devastati da guerra e massacri, oltre che al soccorso dei popoli in fuga. Essere internazionalisti significa – sostiene l’autore – impegnarsi per la rinascita dello Stato di diritto, per ottenere il cessate il fuoco e la fine dei massacri, per dare spazio e credibilità a chi combatte l’oppressione all’interno del proprio Stato. Non necessariamente interventi militari, bensì solidarietà pratica. È un ragionamento che l’autore sviluppa in uno dei capitoli più teorici del saggio, a cui affianca però qualche esempio. Un tempo si costituivano brigate internazionali per aiutare i rivoluzionari, mentre oggi esistono tante ONG alle quali dare sostegno (Walzer cita Human Rights Watch). O ancora: quante volte i dissidenti iraniani hanno chiesto una solidarietà morale che non è arrivata, poiché si preferiva discutere di un sempre rinviato e sicuramente violento intervento militare?

Ma ogni tanto, secondo Walzer, la mera forza deve essere usata. In un capitolo lungo e appassionato, l’autore difende questa tesi e delinea l’ABC dell’interventismo umanitario che la sinistra a suo avviso dovrebbe appoggiare. Quando bisogna interferire con la forza nelle vicende di altri Stati? «Quando essi stessi attaccano i loro cittadini o quando non possono garantire oltre la loro sicurezza contro signori della guerra predatori e sette religiose assassine». In altre parole, per fermare genocidi o violazioni massicce dei diritti umani. È una tesi che risale a Guerre giuste e ingiuste, che Michael Walzer pubblicò negli anni Settanta e poi aggiornò nel ’92, e che è diventato una sorta di pietra angolare per il pensiero liberal che ritiene di poter giustificare (o addirittura supportare) le avventure belliche americane degli anni Novanta e dei primi Duemila. Ecco come si esprime, per esempio, Walzer sulle bombe su Belgrado nel ’99: «La guerra in Kosovo» scrive «fu una guerra giusta e anche una guerra di sinistra moderata».

Walzer ama camminare sul filo tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è per la sinistra. Arriva a interrogarsi se davvero «Esiste un impero americano», per concludere che, se esiste, «Un modo intelligente di essere di sinistra dovrebbe puntare a garantire che il potere americano sia usato bene». L’autore sostiene che non si deve seguire Lenin, ma Gramsci: la chiave interpretativa giusta non è l’imperialismo bensì l’egemonia. Vivere nel mondo implica una serie di compromessi con gli altri attori, negoziati grazie all’influenza delle proprie ideologie: «dobbiamo operare per la limitazione dell’egemonia statunitense, per il compromesso (un equilibrio gramsciano) e per una divisione globale del lavoro. Dobbiamo dire ai nostri alleati all’estero che anche loro sono responsabili di come va il mondo».

Il pensiero di Walzer non manca di ambizione. Si allaccia a Rousseau e a Rawls per tracciare i confini di una giustizia globale, di una visione ideale di ciò che è «giusto all’estero» e per la quale valga la pena battersi. La politica estera della sinistra non dovrebbe limitarsi a consolidare le istituzionali internazionali. Due sono gli obiettivi da perseguire secondo Walzer. In primo luogo, «Chiunque può dovrebbe»: ogni Stato che sia in grado di risolvere una grave crisi umanitaria dovrebbe attivarsi per risolverla, senza attendere il permesso dell’Onu. Uno slancio altruistico che solo una sinistra organizzata e internazionalista può rendere possibile. Il secondo grande obiettivo è completare il consolidamento degli Stati nazionali. Per l’autore, la crisi dello Stato-nazione non fa venir meno la sua centralità: in particolare sottolinea la necessità dello Stato, per realizzare una giustizia interna anche per i popoli più poveri. Far intervenire chi può, costruire Stati solidi, rinforzare le organizzazioni internazionali e creare una rete di alleanze progressiste e avanzate tra nazioni: vaste programme, direbbe qualcuno.

Il libro ha sollevato diverse critiche, alla sua uscita nel 2018. Fulvio Lorefice su il manifesto lo avvicinava ai tentativi di «glorificare marchiane violazioni del diritto internazionale da parte di potenze straniere» in Libia e in Siria. Altri invece lo trovavano pieno di buonsenso e di pragmatismo. Certo Walzer è facile da collocare, nell’eterno dibattito delle Relazioni internazionali tra chi avverte, in caso di violazioni su larga scala dei diritti umani, l’urgenza morale di intervenire all’estero e chi invece denuncia l’assurdità e la pericolosità del portare la pace e la democrazia con le armi. In tempi di guerra chi vive a sinistra si corrode in questo dilemma: i massacri di Bucha e i carrarmati russi gridano vendetta, l’aggressione di Putin suscita sdegno; ma c’è anche il rischio sempre più pauroso di una Terza guerra mondiale, che l’amministrazione Biden sembra alimentare di giorno in giorno.

Quale politica estera, allora, per la sinistra? Leggere Walzer oggi può essere importante per non aggirare questa domanda. Si tratta di un libro utile per capire l’orizzonte ideale dei liberal americani e il loro appoggio agli interventi militari USA. Ma non convince chi, a differenza dell’autore, pensa che la soluzione ai problemi del mondo non sia un miscuglio di bombe e solidarietà. Chi (come me) cercava un approfondimento a più ampio raggio sulla complessità della politica estera troverà tanto moralismo, ma non abbastanza da spegnere l’ideale della pace.

 

(Michael Walzer, Una politica estera per la sinistra, trad. di Corrado Del Bò ed Eleonora Marchiafava, Raffaello Cortina Editore, 2018, pp. 210, euro 20. Articolo di Marco Di Geronimo)

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