“Sono fame”: corpi affamati e lavoro ai tempi dell’iperproduttività

Intervista a Natalia Guerrieri

di / 18 luglio 2022

Copertina di Sono fame di Natalia Guerrieri

Scriveva Byung-Chul Han in Psicopolitica (nottetempo, 2016) che con l’avvento del neoliberalismo «ciascuno è un lavoratore che sfrutta se stesso per la propria impresa. Ognuno è padrone e servo in un’unica persona. Anche la lotta di classe si trasforma in una lotta interiore con se stessi». Oggigiorno, infatti, il lavoro viene percepito come lotta contro se stessi, una questione di sopravvivenza più che di dignità per la quale chiunque è disposto a tutto pur di restare a galla, anche a rinunciare ai propri affetti, anche al dolore. Questo aspetto è centrale in Sono fame (Pidgin Edizioni, 2022), secondo romanzo di Natalia Guerrieri. Qui la protagonista è Chiara, una “rondine”, figura che grossomodo corrisponde a un rider dei giorni nostri. La ragazza deve spostarsi di casa in casa trasportando cibo per conto di Envoyé, l’azienda per cui lavora, e deve essere disponibile a ogni ora del giorno, poiché più consegne realizza più punti riceve e più viene considerata una rondine efficiente. Alle rondini come Chiara viene sempre detto di sentirsi libere, di prendere la propria attività come un gioco, e che il potere è nelle loro mani, anzi, nelle loro ali.

Si può tranquillamente definire Chiara un’eroina di questa era iperproduttiva: non solo è schiava di sé stessa e delle costrizioni del “potere”, ma vive il lavoro come sopravvivenza e con grande senso di precarietà, arrivando persino a rifiutare il dolore e la sofferenza del proprio corpo. D’altronde, mentre, come scriveva Sarah Jaffe, il lavoro non ti ama (o meglio, «Work won’t love you back», ovvero non ricambierà l’amore), Chiara deve mostrarsi sempre compiacente ed entusiasta, rigettando dunque ogni forma di negatività. Di questo e di altri temi abbiamo parlato con l’autrice.

 

Vorrei iniziare parlando con te di un argomento che nella nostra letteratura sta prendendo sempre più piede e che sembra interessare anche il tuo modo di fare letteratura: il weird. Una volta, parlando con dei conoscenti, uno di questi mi ha detto che il discorso sul weird si è ormai esaurito. Che cosa ne pensi?

Per quanto riguarda il discorso sul weird, in generale qualsiasi etichetta mi sta sempre un po’ stretta. Sicuramente (e per fortuna) il modo di narrare il presente – quantomeno nei libri che si pongono domande su come narrarlo – cambia costantemente e attinge da qualsiasi campo, anche al di fuori della letteratura. Ora, per esempio, sarebbe difficile separare il mondo della narrativa da quello della serialità perché lə autorə delle “nuove generazioni” scambiano molto con questo bacino di idee, soluzioni narrative e spunti stilistici. Credo che anche il weird stesso sia cambiato nel corso del tempo, ci sono grandi differenze, per esempio, fra il “montaggio” dei dipinti surrealisti, la “weird fiction” di Lovecraft e alcune opere considerate proto-new weird di Stephen King. Poi, tutte le definizioni sono per loro natura approssimative, si pensi al fatto che spesso categorie più generali come quella del fantastico comprendono anche il weird.  Se, per dirla con Fisher, «il weird è qui un segnale del fatto che i concetti e i sistemi di riferimento di cui ci siamo serviti in precedenza sono ormai obsoleti», penso che in gran parte della letteratura esistente ci sia da sempre una piccola componente weird che trovo interessante. Se proprio dovessi dare una definizione alla mia scrittura sceglierei – includendo in parte anche il weird – questa: ibrida. Ibrida all’interno di ciascun testo ma ibrida anche nel rapporto fra un testo e l’altro. Una mia caratteristica è quella di annoiarmi abbastanza in fretta del modo di scrivere che metto in atto volta per volta. Per questo cerco sempre di sperimentare qualche scarto –anche piccolo – rispetto a ciò che ho scritto in precedenza.

 

Questo tuo nuovo romanzo mi sembra diverso rispetto a Non muoiono le api. Se quest’ultimo era distopico e, se consideri la presenza delle “luci”, anche weird, trattandosi di soglie fra due mondi non appartenenti alla stessa dimensione, Sono fame sembra reale, anche se il weird un po’ permane: quella di Mario, per esempio, il superiore di Chiara a Envoyé, sembra una presenza eerie, nel senso che esiste, ma in realtà si ha la sensazione che sia assente, e le case e i palazzi dalle atmosfere tetre dove Chiara consegna il cibo assomigliano a soglie verso altri mondi. Cos’è cambiato fra i due romanzi? È giusto dire che ora stai parlando della realtà perché non c’è più un futuro da immaginare, in quanto quest’ultimo lo stiamo già vivendo?

Non muoiono le api è stato definito in molti modi diversi, sicuramente si può parlare di distopia per il legame che instaura con il nostro contemporaneo, tuttavia dentro ci sono anche la fantascienza, l’horror e il paranormale. Sono fame crea ancora più problemi di definizione perché è ambientato nel nostro presente ma mi sono permessa di infilarci dentro tutto ciò che mi serviva per raccontare davvero la mia storia. Quindi sono andata avanti senza troppi veti per vedere dove la scrittura mi avrebbe portato. Così in alcuni punti compaiono corde di carne, teschi riflessi nello specchio, cumuli di pezzi di corpi che prendono la forma di una città. In altri passaggi invece ci sono strade e palazzi che possiamo riconoscere, pizzerie, fast food e cimiteri dove forse siamo statə davvero. Vorrei citare un’altra frase di Fisher: «Il capitale è a ogni livello un’entità eerie: comparso dal nulla, esercita cionondimeno maggiore influenza di qualsiasi entità che sulla carta dovrebbe essere concreta». Viste le dinamiche che il capitale mette in atto nel libro, potremmo osservare le sue conseguenze eerie. I due libri sono molto diversi ma hanno anche dei punti di contatto, lo scenario della capitale, per esempio, e alcuni temi, come quello dell’iperproduttività. Per quanto riguarda la capacità di immaginare il futuro, non ne ho più di chiunque altrə. Il mestiere di chi narra, anche di chi scrive fantascienza, non è quello di prevedere il futuro ma di immergersi fino in fondo nel presente. Per dirla con Le Guin «la fantascienza non prevede; descrive».

 

Sono fame è un titolo che ha due significati: posso essere io come singolo ad aver fame, ma anche gli altri. Una fame, se ci pensi, contagiosa. Se ti ricordi, durante la presentazione milanese del libro è stato detto da una delle relatrici che «la fame è la nuova pandemia». Sono d’accordo con questa affermazione: la fame riguarda tutti i personaggi del romanzo. C’è la fame nel senso letterale del termine, come dimostra il personaggio di Ovoman e i suoi video in cui mangia qualsiasi cosa (e che tanto ricorda il compianto YouTubo Anche Io), ma anche in senso metaforico, inteso come lotta per realizzarsi, come Chiara che cerca da un lato di fare punti con le sue consegne e dall’altro aspira a pubblicare articoli accademici di filosofia. Che tipo di fame racconti? È veramente una fame pandemica?

Questa è una riflessione davvero interessante e un’osservazione che mi è stata fatta anche da Davide Spinelli di Marvin rivista. Mi piace molto come chiave di lettura ma ammetto in tutta sincerità che la metafora della fame come malattia o addirittura come pandemia non era intenzionale. Sono rimasta tuttavia – anzi per questo ancora di più – davvero affascinata da questa lettura e la accolgo con piacere. La fame a cui pensavo io mentre scrivevo è duplice. La fame del mondo neoliberista dell’iperproduttività – «loro sono fame» – è una fame smodata e cannibalica. La fame di Chiara, invece – «io sono fame» –, protagonista antieroica del libro, è la fame giusta di chi cerca un posto nel mondo e non lo trova, una fame che chiede nutrimento perché il corpo non muoia.

 

Centrale è il mondo del lavoro. Questo romanzo potrebbe benissimo rientrare nel filone della letteratura del lavoro. Se ci pensi, siamo passati da La chiave a stella di Primo Levi, dove il lavoro per Libertino Faussone è un mezzo per raggiungere la dignità e la libertà, al tuo romanzo e a Nina sull’argine di Veronica Galletta, dove il lavoro è ormai sopravvivenza e costringe le persone a compiere scelte difficili. Quali scelte compie Chiara? E quanto è difficile per lei sacrificare le cose per mettere il lavoro al primo posto?

L’arrivo nella capitale di Chiara è una non-alternativa. Dopo la laurea, lo stage e la rinuncia all’idea del dottorato, non le resta che trasferirsi nella famelica e immensa città, vista come meta in cui tutti i sogni si realizzano, luogo del successo, dell’autoaffermazione. Nella narrazione tossica che la circonda, quella del se vuoi puoi, se non sta ottenendo quello che vuole dalla vita è colpa sua, è necessario che si rimbocchi le maniche, che lasci il nido famigliare, che prenda una cameretta in affitto e che dimostri cosa è disposta a fare pur di – e qui cito Han – «realizzarsi, ottimizzarsi». Tuttavia nella capitale vivere di scrittura, farsi notare sulla rivista di filosofia per la quale ambisce a scrivere non è semplice. Dopo aver distribuito a destra e a manca il suo cv, l’unico impiego che trova è quello di “rondine”, un mestiere che assomiglia a quello di rider ma che non coincide perfettamente con esso. Da questo momento in poi Chiara continua a non scegliere, svolge la sua mansione spronata dai messaggi del tutor di Envoyé, Mario, che le scrive per guidarla e monitorarla costantemente. Per gran parte del libro Chiara è alienata, per questo i passaggi in prima persona si alternano a quelli in terza persona, in cui lei viene osservata dall’esterno. I brevissimi “flash” introdotti dai trattini rappresentano gli attimi in cui pensieri e ricordi del passato la fanno uscire dall’apatia e la spingono a riappropriarsi della propria identità. Da un certo punto del romanzo in poi, quando inizia a prendere cognizione di ciò che realmente la circonda, capisce tutto ciò a cui sta rinunciando per rientrare dentro il sistema della capitale e ricomincia a provare il dolore legittimo della mancanza, mancanza della propria identità, del passato, degli affetti.

 

Tra i numi tutelari di Sono fame, citati esplicitamente all’interno del libro, figurano Byung-Chul Han e Mark Fisher. In Realismo capitalista il filosofo inglese scrive: «Lavoro e vita diventano inseparabili […] per funzionare, in quanto elemento della produzione just in time, devi saper reagire agli eventi imprevisti e imparare a vivere in condizioni di instabilità assoluta». Questa instabilità influisce molto sui rapporti umani: dai dialoghi scarni e dalla tua prosa asciutta si capisce che Chiara non ha tempo per coltivare dei legami, al punto che nel corso del romanzo affermerà di «non avere idea di cosa significhi stare insieme e amarsi». È ancora possibile in un mondo così instabile stabilire dei legami?

Secondo me sì, e anzi credo che i legami siano l’unica via di salvezza, a maggior ragione in questo contesto.

 

Mi è piaciuta molto l’immagine che hai usato per parlare di quelli che alla fine sono dei rider: la rondine. Come nasce questa idea? Quanto è rappresentativa, parafrasando Gianluca Didino in Essere senza casa, di questi «tempi strani» che viviamo?

Volevo raffigurare un corpo al lavoro, per scostarmi dal luogo comune per il quale la maggior parte dei mestieri sono ormai smaterializzati. In più cercavo un lavoro adatto a rappresentare la fame esagerata della capitale ed ecco qui le rondini, che nel nostro immaginario sono gli uccelli che portano il cibo al nido per sfamare i più piccoli. Ho distorto questa immagine bucolica per mostrare esseri umani adulti che portano cibo ad altri adulti. Il tutto nel contesto di una piramide sociale dove chi sta alla base viene de-umanizzato, come le volpi e i quokka del romanzo per esempio, riproducendo la dinamica di sfruttamento tra la razza umana e le altre.

 

In La società della stanchezza Byung-Chul Han ci parla di come dalla società disciplinare di Foucault siamo passati a quella della prestazione, che genera «soggetti depressi e frustrati». Quella del potere, infatti, è una costrizione illimitata. Il lavoro di Chiara per Envoyé è senza limiti, addirittura considerato un gioco in cui sono i lavoratori stessi a stabilire le regole. Il problema, però, per dirla à la Fisher, è che vivono costantemente un’«ansia da esame», sempre attenti a performare e a concentrarsi sul lavoro in qualsiasi momento della giornata. Al giorno d’oggi, anche a causa dello smart working, siamo sempre in balia del lavoro. Chiara, allora, subisce o agisce il lavoro?

Chiara subisce completamente il suo lavoro. Ogni scelta che crede di aver fatto, ogni libertà che crede di aver acquisito sono in realtà azioni obbligate, per il paradosso secondo cui se lavori quanto vuoi lavori sempre.

 

Leggendo Sono fame ho avuto l’impressione che quello che hai raccontato in Non muoiono le api si sia concretizzato realmente. Azzardo col dire che Envoyé sia lo stadio ultimo di Nuvola, una sorta di panottico digitale. Mi è venuta in mente questa idea per tre elementi ricorrenti: il ricorrere alla terminologia dell’occhio, le parti narrate in terza persona in cui vediamo Chiara consegnare il cibo e le chat fra la protagonista e Mario, che rivelano un controllo sempre più ossessivo nella vita di Chiara. Lei sembra volersi staccare dalla tecnologia, ma a questa è sempre richiamata. Quello che successe ad Anna e Stefano in Non muoiono le api ora è realtà. È così? Siamo veramente prigionieri della tecnologia?

Grazie per aver sottolineato la ricorrenza di questi elementi, in particolare dell’occhio di orwelliana memoria. Per me, Sono fame appartiene allo stesso universo di Non muoiono le api ma si colloca, sulla mia immaginaria linea del tempo, qualche decina di anni prima. È difficile rispondere alla tua domanda perché ci sarà sempre chi sventola slogan progressisti in difesa della tecnologia. Non so darti una risposta universale e che sia valida per ogni persona in ogni parte del mondo. Quanto a me, sì, mi sento eccessivamente prigioniera della tecnologia.

 

Per concludere ti vorrei parlare del corpo e del dolore. L’entusiasmo e la performatività richiesti a Chiara la portano da un lato a resistere alle mestruazioni e dall’altro a ignorare inizialmente la notizia delle rondini uccise. Chiara, però, giunge a una verità: quella di essere «uno scheletro ferito con ciuffi di capelli in testa». Un corpo nudo, ferito, ma ancora in vita, e a poco a poco cercherà di accettare la sua corporeità. Così facendo, Chiara intraprende la strada della non conformità: per tornare a Byung-Chul Han, la via dell’«idiota eretico», della negatività. La libertà di Chiara passa, dunque, dal corpo e dall’accettazione del dolore?

A mio parere la libertà di Chiara è una libertà che si conquista a seguito di un percorso doloroso – anche in senso fisico – ma non necessariamente attraverso l’accettazione di quel dolore. Forse in questo caso si può dire che Chiara sfugga all’anestesia psicologica e fisica che l’iperproduttività le richiede per scappare verso una dimensione altra e sicuramente più umana.

 

(Natalia Guerrieri, Sono fame, Pidgin Edizioni, 2022, 260 pp., euro 15, articolo di Alberto Paolo Palumbo)
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