Flanerí

varie

Dario Bellezza: la parabola dell’io

di Angelo Gasparini / 31 marzo

Quando ho visto Dario Bellezza per la prima volta, avevo quattordici anni, una sera durante la trasmissione del Maurizio Costanzo Show. Ricordo che rimasi molto colpito dalla sua umanità accorata, dalla sua schiettezza un po’ naïf e dalla profondità di ogni sua riflessione; ogni sua parola era sincera, soppesata, mai lasciata al caso.  Per molto tempo recluso nel limbo di quelli scrittori di cui non si può nemmeno parlare(come Pasolini e Penna), il nostro poeta è stato oggi rivalutato dalla  critica e riscoperto dai più giovani che vedono in lui un modello di purezza e autenticità.  Figura spesso controversa e contraddittoria, Bellezza manteneva verso la vita un atteggiamento di « attesa e sospetto». La tematica dell’Io è centrale in tutta la sua opera, nelle raccolte Invettive e Licenze(1971),  Morte Segreta, (1976) ed Io (1983.) L’Io  del poeta è una sorta di alter ego che, da un lato, lo costringe ad uscire allo scoperto, – divorato dall’amore e dalla solitudine – lo spinge a chiedere più trasparenza e moralità, è un «giovinetto inquisitore» scandalizzato da una società borghese sempre più di facciata e, dall’altro, è un giudice dal quale non riesce a liberarsi, una coscienza vigile che gli impedisce di vivere pienamente i propri sentimenti. Alla necessità di dire corrisponde, sempre e biologicamente, l’auspicio della risposta. Le liriche dell’ultimo Bellezza sono segnate, in questo senso, dal tentativo di un dialogo: con se stesso, in primis,  e con un plausibile interlocutore e con ciò che è Altro, in definitiva. La sua opera è un costante richiamo all’auobiografismo, è segnata dalla tragictà e dalla svalutazione della poesia, orfana di compiti salvifici e di messaggi messianici. Il nostro scrittore, infatti, non crede nella figura del poeta vate, è un uomo fra gli uomini che offre la sua vita come testimonianza, non è un cultore della poesia civile, si ritaglia uno spazio equidistante dai poeti puristi e dai neoavanguardisti. Da subito in contatto con le maggiori figure letterarie del tempo, come Pasolini – suo amico e maestro – combatté i luoghi comuni, il perbenismo di facciata, come la Morante, di cui era stato un grande ammiratore e alla quale lo legava un sottile filo di amicizia e amore, inseguiva il lirismo affabulato. Alberto Moravia e Attilio Berolucci, a cui Bellezza era legato da profonda amicizia, insieme a Pasolini indicarono in lui  «il miglior poeta della nuova generazione». Morto il 31 marzo del 1996, Bellezza fu il poeta dell’amore e del disincanto; ci ha lasciato in eredità il suo attaccamento disperato alla vita – che ha divorato e che lo ha consumato – e la sua onestà intellettuale: “ Perdono chiedo a chi non amai. / Forse verrò domani ad un prato / verde, – e non sarò più solo.”