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“Una solitudine troppo rumorosa” di Andrea Renzi

di Luca Errichiello / 19 gennaio

Schiacciare il mondo, compattarlo, comprimere la materia fino a farla collassare su se stessa. Perché «solo quando siamo schiacciati noi diamo il meglio». Hanta è rinchiuso in un anonimo scantinato di un’anonima città, la storia fuori fluisce, mentre Hanta la demarca con il solo ausilio delle pagine di giornale e dei libri che getterà nella sua pressa meccanica. Hanta è perciò fuori dal mondo, ma è allo stesso tempo uno dei più degni personaggi partoriti dal mondo con cui non interagisce. Eppure, in una realtà chiusa e aberrante, il personaggio dello scrittore Bohumil Hrabal è riuscito a mantenere le sue radici. Queste radici sono fatte di ricordi di una gioventù forse prosaica, ma palpabile, verace. Pochi amori, scossi dalle vibrazioni della storia, penetrate persino nella vita di un emarginato. Ricordi di una zingara silenziosamente amorosa, scomparsa poi improvvisamente alle soglie della seconda guerra mondiale. La vita di Hanta è scandita dal ritmo della sua pressa meccanica, oggetto venerato, ma anche unica amante di chi è stato scippato della dignità della sua esistenza. Tuttavia all’apparente inconsapevolezza storica e sociale della sua condizione, Hanta non associa mai l’incoscienza esistenziale ed emotiva. È proprio la consistenza marcata del personaggio dinnanzi ai travolgenti cambiamenti sociali e ingegneristici del ’900 che ne rivela tutta la possanza. Hanta è sì il rabbioso e instancabile compressore delle parole della sua epoca, ma è anche il taciturno osservatore delle aberrazioni che si producono persino nel suo ambiente chiuso. Tra queste l’avvento della pressa idraulica, gli operai sempre più attratti da viaggi in altri paesi e sempre meno attaccati a quelle piccole particelle di realtà distanti che si rintracciano nei libri, e che, come un puzzle, si collegano coerentemente grazie alla fantasia. Hanta narra i malumori di una vita, le allucinazioni dell’alcool, il suo disperato avvinghiarsi a uno strumento meccanico innalzato a simbolo della sua esistenza, fino all’ultimo scacco della società che l’ha recluso: la perdita del lavoro. È qui che si concepisce la cifra drammatica, quasi romantica, di un uomo che faceva dei pacchi di carta pressata un atto colmo di potenza artistica, insinuando tra le pagine dei giornali i capolavori della letteratura mondiale.

Il tema del contatto, dell’esposizione al fluire della vita è esaltato nella messa in scena di Andrea Renzi. Hanta (Andrea Renzi) sembra aver perso il contatto con il mondo, eppure ne sfiora i contorni toccando le pagine dei grandi libri gettati da altri. La fine dell’interazione materiale sarà anche la cesura del cordone ombelicale che nutriva l’animo di Hanta. Doppiamente sconfitto, Hanta non potrà che abbandonarsi alle sue fantasie clastiche, prima rivolte verso il mondo che l’ha emarginato e poi dirette verso se stesso. Andrea Renzi si cimenta in un lavoro di complessità notevole, continuamente in bilico nell’interpretare il recalcitrante gergo da emigrato di Hanta. Il rischio di perdere il ritmo e la scansione delle battute è sfiorato più volte, ma Renzi pare riuscir sempre a ritrovare il personaggio e a coglierne allo stesso tempo la vivida schiettezza e la spontanea complessità, in una commistione di cui sa anche calibrare bene la componente drammatica. Dice Hrabal del suo romanzo: «Non ho tentato di scrivere null’altro se non che da noi un’epoca finiva e un’altra cominciava. […] Si era spezzata un’asse di un’epoca che era durata secoli e il mio eroe Hanta si è trovato nel luogo della rottura ed è stato investito dalle schegge».


Una solitudine troppo rumorosa
di Bohumil Hrabal
scena e regia Andrea Renzi
con Andrea Renzi e Giulia Pica
suono Daghi Rondanini

Andato in scena dal 6 al 15 gennaio 2012 al Nuovo Teatro Nuovo di Napoli