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Cinema

“A Bigger Splash”
di Luca Guadagnino

Dopo i fischi di Venezia arriva la prova della sala

di Francesco Vannutelli / 27 novembre

Quando è stato presentato all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia  si è capito abbastanza in fretta che A Bigger Splash, il nuovo film di Luca Guadagnino, avrebbe conosciuto un destino vicino a quello del film precedente del regista, Io sono l’amore del 2010. Almeno, c’è da augurarselo per Guadagnino. Dopo una serie di passaggi per festival internazionali, Io sono l’amore è arrivato in pratica senza essere notato nelle sale italiane finendo in fretta in quel dimenticatoio riservato alle opere con eccessive pretese formali, tendenti a un manierismo esagerato e freddo, almeno stando al giudizio critico medio della stampa italiana.

Quando poi è uscito nelle sale statunitensi come I Am Love, tutto si è ribaltato. È diventato un caso, con incassi nettamente superiori negli Stati Uniti che in Italia (cinque milioni di dollari contro poco più di duecentocinquantamila), nomination agli Oscar, ai Golden Globe e ai Bafta e giudizi unanimi nel lodare la capacità di Luca Guadagnino di raccontare l’upper class milanese e i travagli dell’esterna Emma interpretata da Tilda Swinton. Due modi completamente diversi di guardare lo stesso film, in sostanza.

Con A Bigger Splash le cose stanno andando quasi allo stesso modo sul piano del giudizio critico, in attesa della risposta del pubblico. Se date un’occhiata agli aggregatori internazionali di recensioni come Rotten Tomatoes o Metacritic troverete valutazioni medie piuttosto alte. Se vi fate un giro sui siti italiani di cinema, o sui giornali, non solo troverete soprattutto recensioni negative, ma anche una certa tendenza all’astio nei confronti di Guadagnino e del suo film. Questo per una scelta di cambio di registro che può lasciare interdetti, senza dubbio, ma che dal di fuori non è stata neanche notata.

Marianne è una rockstar di fama internazionale in fase di recupero da un intervento alle corde vocali. Si è ritirata a Pantelleria con il suo compagno Paul, un documentarista, e non fanno nient’altro che stare nudi, prendere il sole, andare al mare. Un giorno su di loro piomba – letteralmente – un’ombra dal passato: Harry, storico produttore discografico ed ex di Marianne, arriva sull’isola in compagnia della appena scoperta figlia appena maggiorenne Penelope, di cui ignorava l’esistenza fino a pochi giorni prima. Tutti insieme, nella villa con piscina, saranno protagonisti di un gioco psicologico molto teso che si porta dentro tutto quello di irrisolto che il passato ha lasciato sulle loro spalle.

Il punto di partenza per A Bigger Splash è La piscina, film del 1969 di Jacques Deray con i bellissimi Alain Delon, Romy Schneider e Jane Birkin. La dinamica era la stessa, fino a un certo punto, solo che Delon era uno scrittore in crisi dopo un libro andato male. Guadagnino sposta tutto nel mondo della musica per essere più libero da condizionamenti intellettuali e si affida, ancora, alla musa Tilda Swinton (è il quarto film insieme) per la splendida Marianne, rocker senza voce che si veste come David Bowie e ricorda PJ Harvey. Accanto a lei, è soprattutto lo straordinario Harry di Ralph Fiennes a incarnare tutta l’essenza del film. Dietro l’apparente istrionismo e la carica sempre al massimo – straordinaria, per dire un solo momento, la scena di ballo su “Emotional Rescue” dei Rolling Stones – c’è un dolore che si chiarisce attraverso una serie di flashback e che spiega un po’ alla volta perché sia arrivato lì sull’isola.

Era stato Harry a presentare Marianne a Paul. Era stato Harry ad affidargliela quando era chiaro che le cose tra di loro non potevano più funzionare. Eppure Marianne è sempre rimasto l’amore della vita di Harry, quella da cui sapeva che un giorno o l’altro sarebbe tornato. Quella, però, che non sembra volerlo più.

Tutto A Bigger Splash è una simbolica rappresentazione del superamento della figura paterna, di Harry, nello specifico. Marianne si stacca da quell’amore distruttivo per una normalità più equilibrata in cui è possibile anche il silenzio. Paul (il solito fisico Mathias Schoenaerts) supera l’uomo che le ha presentato la donna della vita, vince le sue stesse dipendenze fino a non essere più sotto di lui ma al suo stesso livello. Penelope (interpretata da Dakota Johnson) fa i conti con una figura che non ha mai conosciuto e che continua a non poter riconoscere.

Sullo sfondo di Pantelleria, questa battaglia di identità si delinea trascinata dalla frenesia di Harry continuando ad alimentare una tensione che arriva a esplodere e a spezzare il film nel pre-finale. È qui il peccato mortale che viene attribuito a Guadagnino. C’è un passaggio brusco che richiede l’ingresso in scena dei carabinieri, di un ufficiale in particolare, interpretato da Corrado Guzzanti, che ha alcuni elementi della macchietta, con l’accento siciliano marcato, la passione neanche troppo nascosta per la rockstar, un certo provincialismo bigotto. È un personaggio straniante, senza dubbio, che introduce un elemento ulteriore di comicità virata al surreale che stride nettamente con tutto il resto, ma che vuole anche sottolineare l’alterità dei quattro protagonisti rispetto al mondo che li circonda, alle sue dinamiche, alla sua morale, anche alle sue leggi

La domanda generale è perché, che c’entra con tutto il resto, era necessario? Il modo migliore per darsi una risposta è guardare il film. Quello che si può dire è che probabilmente, se si fosse trattato di un film non italiano e non ambientato in Italia, ci sarebbe stata molta meno indignazione.

 

(A Bigger Splash, di Luca Guadagnino, 2015, commedia/thriller, 120’)

LA CRITICA - VOTO 7/10

Trascinato dalla potenza irresistibile di Ralph Fiennes e costruito intorno alla bellezza muta di Tilda Swinton, A Bigger Splash non ha paura di spiazzare e di muoversi secondo logiche inaspettate, che piaccia o no allo spettatore (e alla critica).