Flanerí

Musica

“Blonde on Blonde”
di Bob Dylan

51 anni di un classico della cultura occidentale

di Giada Ferraglioni / 19 maggio

C’è qualcosa in Blonde on Blonde che non lo rende un album di puro rock’n’roll. O meglio, di non solo rock’n’roll.

Nel 1966 i Beatles e i Rolling Stones hanno già all’attivo rispettivamente 5 e 10 album di musica rock eccezionale. Anche Bob Dylan aveva anticipato la conversione dall’acustico con l’esplosivo Bringing it All Back Home e il leggendario Highway 61 Revisited (vinile che conteneva, tra le altre, “Like a Rolling Stone”), entrambi realizzati nel corso del 1965.

Ma il ritardo con il quale Bob Dylan porta con sé sul palco jack e amplificatori ha, nonostante tutto, l’aura della rivoluzione.
Nel maggio del 1966, esattamente a un anno dall’apparizione della Stratocaster a Newport, Dylan realizzava la sua più grande eresia in formato double record: con Blonde on Blonde il Cristo del folk esplodeva finalmente in un elettrico e splendido Giuda.

Accanto all’aria scanzonata di tracce come “Rainy Day Woman” e “I Want You”, si percepisce, adesso come allora, qualcosa di più significativamente energico. Una gravante eredità dal folk di ballate aspre e lunghe narrazioni, corrette dal romanticismo spregiudicato di un giovane artista nel pieno della sua rivelazione.

Quello di Blonde on Blonde è un universo di matrice biblica, derivato dritto dai racconti folk della sofferenza e della morte, della dialettica del servo e del padrone, dell’uomo e della terra. E’ ancora lì, viva per tutte le quattordici tracce dell’opera, quella terra delle radici, grezza e calda, antica madre di centinaia e centinaia di uomini e donne in migrazione.

E poi c’è l’ermeneutica del testo. Con le sue liriche, Dylan mostra e dimostra come la forza del linguaggio verbale possa risiedere in realtà nella sua potenza ermetica, in una comunicazione evocativa che gli sarebbe valsa, giusto 50 anni dopo, il Nobel per la Letteratura.

Il Roots fa da groove all’anima del disco. Ad ogni traccia sembra di ascoltare il grido di vittoria degli Yankees nel profondo Sud, affiancato inevitabilmente dalla decadenza di quel Deep South degli anni Venti e Trenta di cui Steinbeck e Faulkner fecero il cuore della loro poetica.

Blonde on Blonde è l’epilogo del Vecchio Testamento di Zimmerman. Un cammino che parte dai lamenti alla Guthrie del 1962 e 1964, passando per le tonalità imploranti di The Freewheelin’, fino alla voce di fumo di Bringing It All Back Home e Highway 61 Revisited.

Ma Blonde on Blonde è anche il disco che apre le porte al Nuovo. Non è una cesura con il passato, è ritrattarlo, rivisitarlo, capirlo ancora meglio.

Si tratta di un bisogno inarginabile di intima ricerca d’identità, una necessità che, passando per il country à la Nashville di Nashville Skyline (1969) e per i capolavori di Planet Waves (composto e registrato con The Band nel 1974), trova il suo culmine in Blood on The Tracks (1975), manifesto dell’Uomo Dylan, non più solo narratore magistrale, ma soggetto pieno della sua arte.

Blonde on Blonde è la speranza di migliaia di artisti, e insieme la loro frustrazione. D’altronde chi non si sentirebbe mortificare qualsiasi ambizione ascoltando “Visions of Johanna”? Forse solo Dylan ha saputo fare di meglio.

(Blonde on Blonde, Bob Dylan, Folk Rock / Blues Rock / Roots Rock)