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Cinema

“120 battiti al minuto”
di Robin Campillo

L’amore ai tempi della paura

di Alberto Sorge / 6 ottobre

Definire 120 Battiti al minuto un semplice “film sull’Aids” –pretestuosa e forzata locuzione con cui vengono indicate la maggior parte delle pellicole che, negli anni, hanno trattato questa tema, da Philadelphia (1993) a Dallas Buyers Club (2013) – sarebbe decisamente troppo limitativo.

120 Battiti al minuto è, infatti, anche e soprattutto un film sulla vita, sull’amore, sul dolore, sulla speranza e sulla sua negazione; un film corale, polifonico, nel quale il punto di vista non è mai univoco ma viene prestato allo spettatore attraverso un susseguirsi di incontri/scontri di opinioni, di interpretazioni e di voci discordanti. Una storia quasi urlata, capace di trasformarsi, nei momenti più “alti” e intimisti, in un flebile mormorio; una storia rabbiosa e impetuosa, come un fiume in piena, eppure mai sopra le righe.

Siamo agli albori degli anni Novanta, un decennio contraddittorio che (si scoprirà poi) spazzerà via certezze che si credevano oramai acquisite e punti di riferimento che si ritenevano indiscutibili; un decennio in cui nuove consapevolezze si andranno inevitabilmente a scontrare con l’idea di un futuro a cui ancora non si sa dare una forma ben precisa. Passaggio e cambiamento, insieme. Ed è proprio su questi temi che prendono vita le vicende dei protagonisti di 120 Battiti al minuto, gli attivisti di Act-Up Paris, un’associazione nata nel 1989 (sulle orme del modello americano) con lo scopo di squarciare il velo dell’indifferenza generale che avvolge un argomento – la sieropositività – di cui ancora si sa troppo poco, relegato com’è ai confini della percezione dell’opinione pubblica. Risvegliare le coscienze attraverso atti dimostrativi spettacolari ma pacifici, porre al centro dell’attenzione tutti i disagi e tutte le drammaticità che vivono quotidianamente le persone colpite dal virus letale e cercare in tutti i modi di spingere la ricerca a trovare nuove soluzioni, è il fine ultimo di Sean e dei suoi compagni, un gruppo di giovani militanti che non si vuole arrendere a quella che per molti -in quegli anni- suonava come una condanna a morte.

È tra i banchi di quella che potrebbe sembrare una scuola, durante dibattiti interminabili e discussioni accese, con l’azione politica a fare da sfondo e da cornice alla loro conoscenza, che nasce la travolgente storia d’amore tra Nathan (il neofita del gruppo) e Sean, l’attivista più esuberante, “estremo” e vitale.

Una storia d’amore che dovrebbe essere come tante, che meriterebbe di essere come tutte, che si trasforma ben presto, però, (con l’inesorabile incedere della malattia di Sean) in una forsennata corsa contro il tempo. Un tempo all’apparenza meschino che, tuttavia, diventa per Sean e Nathan un’occasione per vivere appieno, nella sua interezza e alla velocità della luce, ogni singolo istante.

È su questo ribaltamento concettuale, su questo consueto paradosso esistenziale (comprendere l’importanza di ogni istante solamente nel momento in cui ci si rende conto che quegli istanti stanno per finire), che si snodano anche le varie vicissitudini degli altri personaggi del film, così diversi, così uguali, così ostinatamente aggrappati a un ideale, a una speranza, da dimenticarsi, talvolta, di soppesare con la dovuta lucidità le loro stesse esistenze.

Dal sorriso dolce e comprensivo di Thibault (il presidente del gruppo), alla ruvida esuberanza di Sophie, passando per il coraggio di Hèlène (madre di un figlio sieropositivo) tutti i protagonisti del film sembrano voler raccontare agli spettatori (e a se stessi) che non tutto è ancora perduto.

«L’unico modo per combattere la morte è la vita», sembrano voler dire gli occhi di ognuno di loro, anti-eroi avvolti da mille paure, scossi da lampi di fiducia e di entusiasmo che spesso si vanno a schiantare contro l’ineluttabilità del destino che li attende sprezzante. Lo stesso destino che strappa dalle mani amorevoli di Nathan uno Sean sempre più magro, sempre più debole, eppure mai domo, capace di sussurrare con un filo di voce (in una delle scene più toccanti del film), un «mi manchi» che è insieme consapevolezza e rassegnazione, malinconia e perseveranza.

Potremmo definire 120 Battiti al minuto un film universale, tanti e tali sono i temi che l’opera tratta (amore, sofferenza, malattia, assenza), ma non si può non stigmatizzare il fatto che siano le piccole storie, le situazioni più ordinarie (le discussioni, i litigi, gli abbracci, il sesso, la voglia di ballare e di lasciarsi tutto alle spalle, anche se solo per poche ore) ad innalzare all’inverosimile il grado di immedesimazione con i protagonisti, a farceli sentire così vicini, così “reali”.

Stando ben attento a non cedere ad un facile patetismo di facciata (che troppe volte ha delegato al cinema il compito di farsi portavoce di un qualsiasi malessere sociologico) e a non scivolare nei cliché del melodramma, Campillo è stato capace di costruire, spinto dall’esigenza di raccontare un’esperienza vissuta in prima persona, una storia dal ritmo frenetico, cruda, dalle sfumature documentaristiche (l’utilizzo della macchina a mano è esemplare, in tal senso), che non può e non vuole lasciare indifferenti.

120 Battiti al minuto (vincitore del Grand Prix di Cannes e candidato agli Oscar 2018 come miglior film straniero  per la Francia) è, sopra ogni altra cosa, un mosaico di tante solitudini, di tante paure che si sovrappongono, si supportano e infine si armano (metaforicamente) per farsi forza e conseguentemente per dare battaglia ai pregiudizi, ai tabù sessuali e alle sovrastrutture di cui è intrisa una società confusa e disinformata che ancora non riesce (o forse non vuole) comprendere. Un film politico che parla d’amore. O un film d’amore che parla di politica. In qualsiasi modo lo si voglia guardare, un film coraggioso perché capace di “insegnare”, senza avere la presunzione di volerlo fare a tutti i costi.

 

(120 battiti al minuto, di Robin Campillo, 2017, drammatico, 135’)

 

LA CRITICA - VOTO 8/10

Un film essenziale e crudo, feroce e delicato, capace di scuotere le anime attraverso una narrazione lineare e priva di fronzoli.