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Musica

La singolarità di Lorenzo Kruger

L'album solista dell'ex frontman dei Nobraino

di Luigi Ippoliti / 22 settembre

Lorenzo Kruger fa uscire un album solista, “Singolarità”. Era da un po’ che se ne parlava, ma forse non eravamo ancora pronti a un salto  indietro nel tempo del genere. La cosa risveglia sensazioni, e non potrebbe essere diversamente, in chi ha vissuto certi anni tra fine anni ’10 e inizio anni ’10: la partecipazione all’ultimo momento di un certo modo di intendere la musica che da lì in poi sarebbe cambiata per sempre.

Oltre all’effetto nostalgia che possono portarsi appresso, i Nobraino sono stati la rappresentazione di qualcosa in un determinato periodo per un certo tipo di ascoltatore.  L’indie, come atteggiamento e come produzione (no major), aveva ancora motivo di esistere e di essere nominato.

Considerazioni cronologiche: 2010 No Usa! No Uk!. 2011 Il sorprendete album d’esordio dei Cani.  Nel 2012 Best Of.   In questa porzione di tempo i Nobraino sono i Nobraino: il culmine è Lorenzo Kruger che si rasa sul palco del primo maggio a Roma del 2012. Sembrano lanciatissimi, ma le cose stanno cambiando.

C’è quel Contessa lì in mezzo. C’è Il sorprendente album d’esordio dei Cani. Contessa ritorna sempre, per forza di cose, quando si vuole parlare di come sia cambiata la musica indie in italia.  Apripista involontario del pop da cameretta che si fa pop da stadio (Calcutta, The Giornalisti): l’indie moriva, nasceva l’itpop che veniva confuso con l’indie, i Nobraino venivano dimenticati.  I Nobraino erano il passato nel loro momento di maggior successo.

Non sono gli unici ad aver vissuto un’esperienza simile.  Ai Managment del dolore post operatorio, che erano i nuovi Nobraino (l’ostia-preservativo al concerto del primo maggio 2013, ricordate?), dopo Auff!!, succede qualcosa di simile: dimenticati senza grossi strascichi.

Due gruppi che sembrava dovessero dominare una nicchia del mercato, mangiati e sputati dall’indie che si fa mainstream. Senza che ce ne rendessimo conto. Finiti, almeno artisticamente.

Quindi passano gli anni, il 2021 arriva ed esce un album di Lorenzo Kruger. Cos’è successo a uno degli ultimi indie? Dopo che anche l’it pop è, di fatto, morto? 

Le sensazioni generali che trasmette Singolarità sono positive. Non siamo di fronte alla cosa migliore che ci saremmo potuti aspettare da un cantautore del genere. È il minimo sindacale. Ci sono pezzi completamente trascurabili come “Libro aperto“.  Ma non era scontato un album del genere. Perché gli ultimi anni dei Nobraino sono stati uno stillicidio. E perché i tentativi di riciclarsi e darsi una nuova identità artistica possono partorire mostri.

Non era scontato, quindi, che Kruger riuscisse a trovare equilibrio tra ciò che è stato e una nuova grammatica con cui ha dovuto ridisegnare la propria poetica. Ma soprattutto non è evidente una  contaminazione di ciò che rimane dell’it pop (a parte il cantare-gridando alla calcutta «non credo in dio ma credo in qualche cosa» ne “Il Calabrone“), non c’è il nauseabondo appiccicarsi a un modo di fare per sopravvivere al mercato. Il lavoro segue una propria strada, influenzata da ciò che si muove attorno nella misura appropriata.

Singolarità è un album di canzoni pop d’autore che rientra nell’immaginario del suo personaggio. Non ci sono particolari intuizioni musicali. Si accontenta, e può funzionare, di creare una base senza ghirigori su cui fa girare i testi e la voce  (a parte la coda di “Giro del Sole“, con la batteria che si prende la scena). La scrittura però non è sempre all’altezza di certe aspettative che Kruger, vuoi o non vuoi, oramai si porta appresso.

C’è una  certa retorica che  caratterizzava i Nobraino; ci sono i giochi di parole (Con me Low-Fi, uomo dell’ansiolitico); una compostezza alla Bianconi piuttosto evidente.  Lo spleen doveva esserci e c’è ancora oggi, ma riesce a non strabordare nella macchietta, riuscendo a regalare un album piacevole e malinconico.

Singolarità è buono, ma Kruger può dare di più.

LA CRITICA - VOTO 6,5/10

Buono l’album da solista di Kruger, Singolarità. Nonostante alcuni limiti evidenti, l’album dell’ex frontman dei Nobraino si rivela piacevole e malinconico.