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Addio a Walter Mauro

di Massimiliano Coccia / 5 luglio

Walter Mauro lo conobbi in un pomeriggio di primavera, mentre con la sua andatura filiforme e vacillante si avvicinava alla Casa delle Letterature, dove avremmo di lì a poco presentato la mia ultima raccolta di poesie. Di una persona generalmente osservo le mani per prima cosa e fu così anche con lui, mi colpirono molto perché erano l’esatta ecografia della sua vita. Su quelle rughe e dentro quelle vene che si scorgevano passavano la musica, la resistenza, l’insegnamento, la scrittura, nelle venature della sua pelle c’era il segreto di una tradizione critica che aveva grandi fondamenta. Era molte cose Walter Mauro ma il tratto che ne emergeva era il suo essere “insegnante”, non professore, ma educatore garbato e sognante, che sapeva con un sorriso aprire le tutte le porte della letteratura trasformandola da stanza asfittica in cortile aperto. Amava l’immaginario, amava solcare quel confine flebile che esiste tra vivere veramente e «sognar talmente tanto da mescolar veglia ad incanto», per questo ogni qual volta ti fermavi a parlar con lui, che fosse una presentazione o un momento ritagliato a un Premio sapeva prenderti per mano e portarti da un’altra parte, per altri mari, per altre terre, che tu, umile cadetto, non sapevi neanche che esistessero. Ma aprire gli occhi al nuovo, al diverso, alla scoperta per Walter Mauro non era un esercizio di sapienza e di retorica bensì erano motivo di vita e quindi non occorreva difendersi da tutta quella conoscenza, ci si poteva lasciare trasportare lentamente nel mare «del so di non sapere».
Credeva che l’amore fosse «una sostenibile leggenda», una parte del quotidiano che sapeva sublimarsi solo se abbandonava i suoi legami, solo se sapeva far cadere la scala e riusciva ad aggrapparsi all’Iperuranio.
Walter Mauro aveva un dono che viene concesso ad alcune persone, sapeva esserci, sapeva contaminare, sapeva far diventare la vita delle persone che lo incontravano una meravigliosa avventura. Penso che abbia fatto tutto nella vita, la Resistenza col Partito d’azione e il conseguente carcere a Bari, la musica, il cinema, il calcio, l’arte, le macchine, l’insegnamento, gli incontri importanti, ha vissuto la morte come la vita, ha incontrato quelli che questo mondo lo hanno elevato da postribolo di idee a universo di cambiamento, ha saputo sempre stupire vivendo e non facendo finta. In un’epoca di mercificatori del sapere e di meretrici della cultura, il suo insegnamento rimane un monito, un’essenza di vita e di forza. È stato un rivoluzionario, senza proclami, con la semplicità di un sorriso, con la pratica della sua vita, un uomo semplice e straordinario che ci ha lasciato forse nel momento più difficile per la nostra società, ci ha forse lasciati un po’ più soli, ci ha forse lasciato un po’ spiazzati perché da lui ci saremmo aspettati che anche questa volta lo avremmo rivisto a un premio, a una presentazione, per un’intervista o semplicemente lo avremmo incontrato su un treno o per la strada.
Invece non sarà così, perché la porta dell’aula si è chiusa e adesso se chiudiamo gli occhi lo vediamo camminare lungo il corridoio verso l’uscita, mentre magari fischietta “Stardust” di Armstrong e ondeggia così, semplicemente come un filo d’erba, ebbro di vento e di immaginario. Un filo d’erba che rimane come rimangono le radici.