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“Sherlock - Le cascate di Reichenbach”

di Alessio Belli / 13 marzo

«Deve riuscire a dirlo…»
«Il mio migliore amico Sherlock Holmes è morto».

Spesso si sostiene a piena voce questo concetto: una serie tv – fatta come si deve – possiede i valori e i pregi di un film. Bene, chi non è di tale parere dovrà rivedere la sua posizione. Mentre chi, come il sottoscritto, lo sostiene, ora ha un appiglio inamovibile a cui a fare riferimento durante il dibattito: The Reichenbach Fall.

Ovvero, Le cascate di Reichenbach, terzo e ultimo episodio della seconda stagione di Sherlock. Non ci soffermeremo sui pregi immensi del lavoro targato BBC, anche perché ci ha pensato più che degnamente Mirko Braia nel suo articolo. Parlandone velocemente, la seconda stagione supera sotto ogni aspetto la prima annata e – sembrava impossibile – riesce a rendere Sherlock ancora più complesso, intrigante e affascinante. In queste righe ci concentreremo solo sull’episodio finale, molto probabilmente uno dei momenti qualitativamente alti della storia della fiction tv. Ma andiamo con ordine.

Holmes e Watson sono diventati due star. Grazie al blog tenuto dal dottore e il continuo chiacchiericcio sui mass media, la coppia di consulenza investigativa è sulla bocca di tutti. Non c’è tabloid dove non campeggi la foto del geniaccio britannico con in testa il famoso cappello, qui donatogli come ringraziamento da Lestrade, ispettore capo di Scotland Yard. Con la risoluzione del caso Reichenbach i nostri beniamini raggiungono il top di prestigio e popolarità. La puntata si apre così, mostrando la felice conclusione delle indagini, e le ancora poco consone maniere di Sherlock nel ricevere gli allori. Non viene fatto nessun accenno all’inchiesta: la puntata parlerà d’altro. Lo si capisce quasi subito, perché a prendere la scena ci pensa la Nemesi.

Moriarty, il consulente criminale, il ragno del web, l’acerrimo nemico e rivale di Holmes, stavolta ha dato pieno sfogo a ogni atomo della sua depravazione. Come? Organizzando tre rapine simultanee, in tre posti inaccessibili: la Torre di Londra, la Banca d’Inghilterra e al carcere di Pentonville. Ma come sappiamo, il suo fine non è mai il mero gesto criminale: troppo banale. Lui vuole sfoggiare la sua grandezza e umiliare Holmes. E infatti, l’obiettivo reale è farsi catturare per “far bruciare” il rivale. Dal processo inizierà un duello capace d’inchiodare lo spettatore scena dopo scena. Anche perché stavolta la vittima designata sembra proprio il nostro Sherlock…

Le cascate di Reichenbach  – come gli altri  episodi – è la trasposizione di un racconto di Sir Conan Doyle. Qui si tratta de L’ultima avventura (The Final Problem) e come molti appassionati delle opere dello scrittore sapranno, questo è il titolo passato alla storia poiché vede la morte di Sherlock Holmes. Fedele alla sbalorditiva maestria, la serie trasporta quest’evento sullo schermo offrendo un’ora e mezza che non ha nulla da invidiare a qualsiasi prodotto cinematografico. Anzi, supera tranquillamente la maggioranza della concorrenza. Vedere per credere.

La tensione drammatica ed emotiva è inclassificabile. Merito degli attori, le cui interpretazioni sono fonte di adorazione da parte dei fan e della critica, vista la bravura con cui danno nuova vita a personaggi strausati tra cinema e televisione, anche in chiavi di rilettura poco consone. Robert Downey jr. e Jude Law se ne sono fatti una ragione. Prima dello struggente epilogo, lo spettatore vede e capisce la mole della complessità del rapporto tra Holmes e il fidato braccio destro. In un indimenticabile dialogo, l’amica scienziata Molly spiegherà a Holmes come alcuni suoi atteggiamenti più stravaganti e bizzarri siano dovuti proprio all’influenza subita dal dottore reduce di guerra. Ciò porterà alla lacerante scena – post duello definitivo con la Nemesi – in cui Sherlock, in piedi sul cornicione di un palazzo, sarà obbligato a confessare il falso, pur di salvare la vita a Watson.

Ma oltre all’aspetto emotivo e drammatico, Le cascate di Reichenbach è un capolavoro sia a livello registico che di sceneggiatura. La prima continua in evoluzioni e avanguardistici movimenti di macchina che non hanno paragoni tra gli attuali prodotti televisivi. Alcune soluzioni visive saranno sicuramente saccheggiate a breve. Sempre godibili e originali gli effetti per mostrare i fulminanti  ragionamenti deduttivi del protagonista. Il ritmo poi, è da considerare come una sfida: stai vedendo un caso di Sherlock Holmes? Benissimo, preparati a entrare nel vorticoso mondo della sua mente. La sceneggiatura, forte della base letteraria, viene riadatta e modernizzata offrendo qualcosa di più attuale e diverso rispetto alla base originale. Se Conan Doyle fosse nato alle soglie del terzo millennio e avesse fatto l’autore di serie tv invece che lo scrittore, il suo eroe sarebbe stato così.

Per il resto, non possiamo che invitarvi caldamente a vedere tutta questa mirabile opera televisiva, arrivando carichi e rapiti al gran finale. All’ultima avventura. E lunga vita a Sherlock.