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Musica

“Il testamento” di Andrea Appino

di Mattia Pianezzi / 19 aprile

Premetto che di solito mi avvicino con circospezione agli album solisti. Succede però che il 5 marzo sia uscito Il testamento del pisano Andrea Appino, voce graffiante e chitarra degli Zen Circus, per La Tempesta che non smette di sfornare ottimi dischi. Succede che provi comunque a ignorarlo perché sono un tipo testardo. Ma pochi giorni prima di quel 5 marzo esce un video girato nelle cave di Carrara deserte, un giro di accordi familiari con un testo tutto nuovo. E m’incuriosisco.

Appino trova dei collaboratori eccellenti per la sua fatica solista: Giulio Ragno Favero e Franz Valente, basso e batteria de Il Teatro degli Orrori. Una sezione ritmica di tutto rispetto che slegata dal grosso nome si fa comunque sentire attenta e pulsante. Con loro, numerosi ospiti accompagnano Appino nell’ora de Il testamento.

Il primo ospite apre “Il Testamento”, prima traccia dell’album, ed è il violino di Rodrigo d’Erasmo (Afterhours). Canzone ispirata al Monacelli suicida, fa già capire in che termini il disco ci parlerà, unendo la tradizione cantautoriale degli anni ’70 al rock corrosivo più consono al pisano; è una canzone sulla scelta, l’unica cosa che permette di rendere una vita dignitosa – così dice la canzone stessa, c’è poco da interpretare, Appino come sempre non le manda a dire.

Il basso di Favero si sente, perfetto, in “Passaporto”, nella quale il passaporto, ciò che ci fa viaggiare e quindi ci libera nient’altro è se non la sincerità verso se stessi prima di tutto, prima di tutti.

Il brano che accompagna il video delle cave di Carrara è una cover di Bob Dylan: con “La festa della liberazione” Appino si carica in spalla due precedenti illustrissimi, Dylan e De André, il compositore e l’interprete italiano di quel capolavoro che è “Desolation Row”, e tenta un’impresa non semplice, quella di fare proprio un classico. Ma la base è stabile e la struttura regge, allargando la narrazione personale di Appino a narrazione universale, storia di famiglie e provincia tutta italiana.

Attraversa il disco una visione demistificatrice dell’amore totalizzante, una mancanza di fiducia e di potenza di un sentimento sopravvalutato.

Il confronto con gli Zen Circus è doveroso e naturale. Meno ironico, più impegnato e allo stesso tempo di più difficile ascolto è Il Testamento. Un album solista è un’apertura, e Appino stesso confessa di aver avuto in mente da anni alcuni di questi testi: una lunga gestazione personale terminata con un getto che in alcuni punti rischia di suonare ridondante, probabilmente per la lunghezza effettiva del disco.

Altre tracce invece ci ricordano di come Appino non riesca mai del tutto a lasciare il folk punk del suo gruppo, ma pazienza. Anche così è divertente, ascoltabile e profondo.


(Andrea Appino, Il testamento, La Tempesta, 2013)