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“Piuttosto che morire m’ammazzo” di Guido Catalano

di Sabatino Peluso / 22 luglio

«Si può fare i poeti senza essere poeti? Si può non fare i poeti ed esserlo? Cosa significa essere poeta? […] Ecco, questa è solo una piccola percentuale delle domande che mi pongo prima di andare a letto o mentre faccio la pipì nei bagni dei bar che frequento». Arrivato al sesto libro di poesie, Piuttosto che morire m’ammazzo (Miraggi, 2013), che raccoglie quelle che Guido Catalano ha scritto nel corso dell’ultimo anno, è giusto porsi simili domande? Leggendolo, non si capisce bene quanto Catalano sia interessato a trovare le risposte, resta però che questo non è che un modo possibile per rispondere a quelle altre domande, quelle a cui soprattutto l’ultimo decennio ci ha abituato: la poesia è morta? La poesia è viva? La poesia, dov’è? Chi la fa?

Non che Catalano abbia deciso di impegnarsi in uno studio del profilo del poeta degli anni post-00, ma quello che piace vedere è quest’ovvia problematicità del soggetto poeta messa al centro, e, insieme, il nostro bisogno di ripensarlo. Allora, oggi, chi dice «poeta» dice qualcosa che la letteratura stessa prova a ritrovare, forse dietro un neologismo o nel bel mezzo del liquido, realistico panorama di quello che era ed è l’inchiostro.

Allora, forse per questo suo attacco interrogativo, forse per il suo modo di usare la parola, Piuttosto che morire m’ammazzo sembra quasi scriversi per rinuncia e per necessità, come se il suo autore pensasse «piuttosto che fare il poeta scrivo poesie», quando fare il poeta, appunto, risulta qualcosa di indefinito.

Quella di questa raccolta però vuole essere poesia, e innanzitutto poesia dello spaesamento («io i punti cardinali non li so»), parlando di una condizione propria del singolare, inteso come entità numerica che mira nel proprio panorama un plurale che è di fronte e tutto intorno, ma senza prendere la china «da melodramma dei miei coglioni».

Sessantanove componimenti, tra poesie e qualche dialoghetto; un’ambizione che più che prosimetrale possiamo definire cabarettistica, performativa, come la modalità di fruizione che più le si addice per far emergere quella che è la sua prima caratteristica: la musica. Al centro si pone dunque il sentimento, ma anche tante cianfrusaglie e cose comuni, che rappresentano poi l’oggettistica sincera di quel sentimento.

È una raccolta fatta di creature piccole: cani, gatti e minuscoli compagni d’arredamento disseminati nei versi come le uniche lettere che Catalano impiega, forse perché parla a quel gigante, maiuscolo, che è l’assenza, condizione che è vera, sì, ma più per sfiga che per impossibilità: «se tu fossi qui / probabilmente / io sarei lì / tu lo sapresti / e verresti lì / ma io sarei già su un tram / per tornare qui / e ti vedrei dal finestrino / che cammini a passo veloce / verso lì».

«E poi come sempre – e forse più che in passato – dalle pagine di questa raccolta tracima una quantità d’amore che non si capisce come sia possibile tutto questo amore per un uomo solo», fatto sta che questo abbonda e dà il tempo alla poesia, fino al punto da togliere qualsiasi ingresso al pensiero civile. Resta tutto ciò che è performance, in una maniera che Catalano intende bene e che è coerente con il “farsi” della sua poesia.

Poeta, Catalano, forse non vuole esserlo. Soltanto il reduce di uno scontro con le parole in attesa di capire come stanno / veramente / le cose:

[…]
poeti che abbaiano è pieno
di meno
cani che scrivono poesie oneste
con una buona pistola comunque li abbatti entrambi facile
e se ti avanza un colpo
sparatelo nel piede
[…]
 


(Guido Catalano, Piuttosto che morire m’ammazzo, Miraggi, 2013, pp. 154, euro 14)