“Animalia” di Julio Cortázar

di / 27 maggio 2014

Per poter leggere Animalia (Einaudi, 2013) di Julio Cortázar senza di tanto in tanto aggrottare le sopracciglia con fare perplesso o soffermarsi con più attenzione su una frase nella convinzione che ci sia sfuggito qualcosa, è fondamentale partire da un presupposto: mettere da parte qualsivoglia forma di scetticismo. Fatto? Bene, adesso potete avere accesso al mondo dello scrittore argentino, in cui fenomeni e creature che una mente cauta definirebbe inammissibili (o quantomeno improbabili) trovano spazio nella scrittura con una naturalezza disarmante.

Animalia è un testo che – a volerlo inserire in una categoria – risponde ad alcune caratteristiche del genere “bestiario”, particolarmente in voga nel Medioevo ma difficilmente fruibile da un lettore dell’era postmoderna. Quest’ultimo, magari incoerentemente avvezzo a letture fantasy o di fantascienza, riterrà con ogni probabilità di trovarsi di fronte a un perfetto esempio di ignoranza e superstizione da “Tempi Bui”, e leggendo di creature immaginarie e magiche penserà alla sua epoca intellettualmente e scientificamente superiore. Come comportarsi, però, quando un’opera del genere è concepita da un autore del Novecento?

Aurora Bernárdez, prima moglie di Julio Cortázar, dopo la morte del marito ha riunito alcuni fra i suoi racconti più significativi, dando vita a un volume in cui la realtà ingessata di raziocinio viene ridefinita dallo scrittore secondo nuove regole. Ciò che è lecito nel mondo cortázariano, perciò, risponde a possibilità che sfuggono alla logica: un uomo può vomitare coniglietti, un orso può vivere nelle tubature di un’abitazione, e si possono inventare nuovi animali dando loro una consistenza estremamente reale, come le mancuspie. L’esistenza delle mancuspie, a dirla tutta, diventa lecita al cospetto di bestie come gli axolotl, le protagoniste del brano omonimo che apre il volume: salamandre messicane zoologicamente note ma con un aspetto talmente bizzarro da far pensare a uno scherzo del Creato.

Talvolta, gli animali protagonisti dei racconti hanno comportamenti in apparenza consoni alla propria natura: le formiche divorano voracemente fiori e foglie del giardino, il cavallo imbizzarrisce e vuole sfondare la porta di casa. L’impressione però, in alcuni episodi del testo, è che questi animali siano mossi da una determinazione quasi diabolica nel voler scavalcare la supremazia antropica, da sempre prepotente alibi per giustificare la nostra imposizione sul Pianeta. Improvvisamente, l’invasione degli spazi privati da parte dell’animale schiaccia le sicurezze umane, rendendo la bestia più forte dell’uomo sul piano psicologico.

L’esperienza di leggere Animalia, a conti fatti, si rivelerà un’operazione di grande discernimento, e ce ne renderemo conto appieno solo alla fine, quando nel racconto “Passeggiata fra le gabbie” Cortázar fa una confidenza all’amico Ricci: «Gli uomini che credono di lottare contro altri uomini per difendere la libertà, in realtà stanno lottando contro i formicònidi; basta seguire da vicino le notizie sul Vietnam, sul Brasile, sulla mia patria: la lista è lunga e terribile. Un giorno la faremo finita con loro, Ricci, perché Zötl, voglio dire l’immaginazione, è dalla nostra parte, mentre dalla loro hanno solo la forza. Per questo è un bene continuare a moltiplicare le polveriere mentali, lo humour che cerca e favorisce le mutazioni più strampalate; per questo è un bene che esistano i bestiari colmi di trasgressioni, di zampe dove dovrebbero esserci ali e di occhi messi al posto dei denti».


Chi acconsente a entrare nell’universo di Animalia, perciò, accetta la mano tesa di uno scrittore pronto a lasciarci un po’ di spazio nel suo immaginario e proporci un’alternativa, nel caso ne avessimo abbastanza di quotidianità insopportabili.


(Julio Cortázar, Animalia, a cura di Aurora Bernárdez, Einaudi, 2013, pp. 206, euro 18,50)

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