Una nebbia di rimandi

A proposito di “Fedeltà” di Marco Missiroli

di / 14 marzo 2019

Copertina di "Fedeltà" di Marco Missiroli

A quattro anni di distanza da Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli, 2015), Marco Missiroli torna in libreria con Fedeltà (Einaudi, 2019), uno dei libri più attesi e chiacchierati dell’ultimo periodo, e si inserisce adesso tra i favoritissimi alla vittoria del prossimo Premio Strega, con Antonio Scurati e Nadia Terranova.

Cerca spesso il dialogo con la letteratura, Missiroli, e l’impressione è che lo faccia furbescamente, per prevenire le accuse. «Sembra quel romanzo. Il sudafricano, il Nobel» dice – o meglio fa dire a Margherita, che poi aggiunge: «O l’altro romanzo. Com’era l’incipit? Luce della mia vita, fuoco dei miei lombi». Il romanzo a cui Margherita allude è Vergogna di Coetzee, premio Nobel nel 2003. L’altro, naturalmente, è Lolita, con cui in verità questo libro ha poco a che fare. Chi ha già letto Vergogna, in effetti, sarà inevitabilmente portato a ripensarci, nonostante le due opere prendano poi due pieghe differenti, interrogandosi su questioni diverse – ed è anche questo, insieme a molto altro, a determinare la distanza dell’una dall’altra.

Carlo Pentecoste e Sofia Casadei, l’uno il professore dell’altra, hanno avuto «un incontro ravvicinato di natura ambigua» nel bagno dell’università. “Il malinteso”, come sarà poi ricordato per tutto il corso della storia. Malinteso perché di fatto nulla si è consumato, i corpi si sono avvicinati e poco altro: solo suggestioni, fantasie inespresse e un’occasione sprecata. Da qui, il tormento. Per lui, per lei, per l’altra (Margherita, appunto, moglie di Carlo).

Missiroli sceglie una ricostruzione degli eventi e delle storie dei personaggi che è insieme pedante e schematica: è minuziosa nella successione cronistica ma si limita agli accenni, come se fossero appunti scritti su tanti post-it. È un procedimento narrativo pigro, perché fornisce al lettore tutte le informazioni necessarie alla comprensione della storia, ma non si spinge oltre, risulta poco incisivo come la presentazione dei personaggi. Di Sofia, per esempio, viene detto: «Da quando aveva lasciato Rimini aveva voglia di spazi aperti. Sei mesi prima era arrivata in stazione Centrale scorticata di desideri e con il presagio che la sua vita sarebbe cambiata, invece era al punto di partenza: una ventiduenne legata alla provincia che faceva cose di cui si pentiva». In sostanza: una classica universitaria fuorisede. Un discorso che vale per tutti gli altri personaggi, che non brillano e non si sforzano di uscire da un certo immaginario ormai logoro e abusato.

Fa forse eccezione Anna, madre di Margherita, figura riuscita nonostante qualche scivolone che siamo portati (o costretti?) a perdonare. Avremmo potuto perdonare anche Carlo, la cui caratterizzazione, seppur non particolarmente originale, riesce comunque a restituirci un animo verosimile. Avremmo potuto farlo, se Missiroli ci avesse risparmiato il processo di vittimizzazione che si consuma sul personaggio soprattutto nella parte conclusiva.

Gli altri, invece, svaporano nella loro inconsistenza: Andrea, fisioterapista frustrato – come tutti – che oscilla tra amante e amico; Sofia, che c’è o non c’è fa lo stesso, e il lettore non solo non se ne affeziona ma nemmeno la sogna come potrebbe sognarla Carlo, tanto è solo accennata, identificabile con tutte le altre – e l’intenzione di ricoprirla di ordinarietà, per quanto chiara, non può salvare Missiroli, perché lasciata lì, quando anche la banalità può essere esaltata da una buona penna –; il papà di Margherita, che di buono ha lasciato solo il mistero della sua Clara, lui che è appiattito a italiano medio che votava Berlusconi per «le tette e i culi al Drive In, la superficialità»; la veggente, un personaggio pressoché inutile; perfino la stessa Margherita, traditrice ma paranoica, insomma una marionetta al servizio degli interrogativi dell’autore.

A volte, questi interrogativi passano da buone intuizioni, e il romanzo si regge sul tormento che produce un’azione incompiuta, la stessa che, se avessimo consumato, sarebbe stata presto dimenticata e non avrebbe ferito nessuno. Sarebbe stato molto più efficace, però, se Missiroli avesse scelto di tacere la lotta interiore di Margherita riportandola in alcune allusioni sparse. E invece l’autore accompagna il lettore, lo guida e gli toglie spazio. «Quanto detestava la psicologia da due soldi: riportare il tradimento all’infelicità. Lei avrebbe tradito per le spalle larghe di Andrea. Per il suo sedere. Perché era giovane. Perché era timido e lei poteva fargli scoprire qualcosa di sé. E soprattutto: per il desiderio che aveva di lei.» Non si risparmia, è già tutto pronto e detto, e al lettore non è lasciato nemmeno il compito di riordinare i pezzi: c’è il soprattutto a non lasciare dubbi.

La scelta di una narrazione “dall’alto”, con questi cambi di prospettiva elastici e non annunciati, da una parte premia la composizione dell’opera, che tuttavia, colpevole la debolezza dei personaggi, non riesce a farsi davvero corale. D’altra parte, rischia di mettere in crisi l’autore, che vuole piegarsi alle voci di ognuno senza riuscire a illuminare – e giustificare – quel processo di trasmigrazione da lui a loro, finendone imbottigliato. Si perde allora in molti passaggi che sfiorano il ridicolo nel loro tentativo di farsi aforismi o portatori di un sentimento più universale: «Si sentiva il cuore scalpitante e sapeva che questo scalpitare avrebbe potuto chiamarlo giovinezza». Questo modo di definire le cose di controversa definizione viene ripreso più di una volta: «Si mosse lungo i gradini con un formicolio che le partiva dal cuore e le finiva in testa; in un altro momento l’avrebbe chiamato incoscienza». È molto più efficace quando invece riporta: «Si alzò in piedi e si avvicinò, gli accarezzò il polso segnato dalla catena, e la bocca, lui sollevò il braccio e la portò a sé e per un attimo sentì che Margherita era la sua ragazza». È questo un modo più poetico di dare immagine alla giovinezza, raccontandone le ingenue e passeggeri illusioni. Sono queste poche cose a salvare Missiroli dal disastro, gli elementi che emergono e acquistano valore (come le mani o la nebbia e la foschia nella prima parte), un finale che rievoca smaccatamente Joyce (la neve, i morti) e che comunque strappa una nota di merito, in una costruzione fragilissima che invece è sempre sul punto di crollare.

Tra le altre, la colpa di Missiroli è quella di aver lasciato sospesi i propri personaggi e la propria storia. Tutti partono e finiscono da perdenti. Perfino Lorenzo, figlio di Margherita e Carlo, sembra avere questo destino quando racconta di essere arrivato settimo su otto alla gara di nuoto. Nel mentre, il fastidio per una narrazione che procede a domande, la tendenza agli elenchi per tutto, l’abuso quasi fanciullesco dei corsivi, la scelta particolare di alcuni sintagmi che molti hanno confuso con la ricercatezza ma che suscita la facile irritazione in tanti altri («i fianchi incoerenti al tratto longilineo», «le particelle di un’impazienza che avrebbe voluto accorpare», «lei aveva imparato a stanargli la contentezza nelle mani, le rattrappiva l’una nell’altra»).

I dialoghi mirano alla verosimiglianza quando sono sordi – e cioè botta e risposta non coincidono, ognuno parla per sé – o si accavallano, ma spesso, proprio per queste ragioni, costituiscono un problema. C’è inoltre poca tensione emotiva nelle scene clou di riconciliazione o di allontanamento, mal girate o perfino mal “recitate”. L’uso ripetuto di espressioni come «la scopava forte»: ma davvero un autore non può andare oltre?

C’è, poi, quella scelta di dividere il romanzo in due parti (2009 e 2018) e di riaprire la seconda con una ricapitolazione frettolosa che indebolisce di molto l’opera. «Prima di diventare padre avrebbe avuto altre donne. Una consulente di marketing, una sua vecchia collega, una ragazza che lavorava nel bar vicino alla redazione, ancora Manuela». E ancora, purtroppo, molte uscite quasi mirate a strappare il sensazionalismo di un certo pubblico, le frasi sciatte come «Suite Francese era un romanzo che traboccava di vita», oppure «si era sempre fidata delle contraddizioni», o peggio «Quando la madre aveva detto che suo figlio era come Milano – difficile solo alle prime occhiate – lui aveva saputo cosa significasse essere compreso».

La sensazione è che Missiroli sia quantomeno un lettore e un osservatore consapevole. Le molte citazioni – alcune delle quali, va detto, si sprecano, come quel «ogni tanto rileggilo, Fenoglio» – sono una strizzata d’occhio al pubblico di lettori, come lo sono gli accenni politici che vanno incontro al sentire popolare (le accuse a Berlusconi, l’alleanza Bonino/Pd che fa storcere il naso). La riproduzione di un mondo che è il pallido riflesso di come ci appare già in superficie: i social network, la crisi economica, perfino Fedez e la Ferragni. A cosa serve, ci chiediamo, caricare la storia di informazioni come «lavorò sulle ombre di modo che il volto del padre fosse un poco nascosto, inserì sette hashtag e il luogo, condivise su Instagram», se non a restituire un’immagine sicura e precotta?

Fedeltà è un romanzo che non brilla, non decolla, si attorciglia, e che conquista quel posto disgraziato che appartiene alle opere che non sono nemmeno così brutte per meritare di conservarsi nella memoria.

 

(Marco Missiroli, Fedeltà, Einaudi, 2019, pp. 232, euro 19, articolo di Giuseppe Del Core)
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LA CRITICA

Missiroli, come molti colleghi, scivola sui sintagmi sensazionalistici e guida fin troppo il lettore all’interno del romanzo, costruendo una fragilissima casa di carte che fatica a non crollare rovinosamente.

VOTO

5/10

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