Alla fine dell’illusione

I giovani “Nel groviglio degli anni Ottanta”
di Adolfo Scotto di Luzio

di / 19 novembre 2020

Copertina di Nel groviglio degli anni ottanta
Inauguriamo oggi una nuova sezione di LIBRI dedicata alla saggistica, curata da Paolo Ortelli. Che si tratti di economia o filosofia, di storia o scienza, di costume o di grandi temi contemporanei come ambiente e lavoro, la scelta delle recensioni si concentrerà su quei testi che ci sembreranno in grado di raccontare a un pubblico ampio e non specialistico la complessità del nostro tempo.  Gli articoli avranno cadenza quindicinale, precisamente ogni primo e terzo giovedì del mese. 

 

 

Nel suo ultimo libro, Nel groviglio degli anni Ottanta (Einaudi, 2020), Adolfo Scotto di Luzio, oscillando tra riflessione autobiografica e saggio storico, rilegge gli anni della formazione di una generazione di giovani italiani «nati troppo tardi» per poter vivere l’estasi rivoluzionaria che travolse i loro più fortunati fratelli maggiori sessantottini, all’ombra della cui epopea si sono trovati loro malgrado a crescere, fra il rimpianto per un’occasione sfuggita d’un soffio e il peso della degnazione riservatagli dal mondo degli adulti. Lo avevano già sperimentato altre generazioni (su tutti, gli esclusi per ragioni d’anagrafe dal primo conflitto mondiale, il cui mito degli eroici reduci influenzerà non poco la storia e la letteratura postbelliche, come tinteggiato in maniera tutt’altro che banale nella serie-culto Peaky Blinders). Quando tutto è stato già mandato per aria, resta ben poco da fare a chi si trova a crescere nell’immediato aldiquà di una grande frattura storica, in questo caso quella scavata dagli avvenimenti che, spesso in maniera un po’ corriva, finiscono sotto l’etichetta onnicomprensiva del ’68.

Al tramonto degli Anni di piombo, dalle macerie della storia si intravede la fine del grande scontro fra ideologie contrapposte e delle battaglie politiche e sociali che hanno animato il lungo dopoguerra italiano, consegnando poi lo scettro del vincitore a un capitalismo tecnocratico che rivendicherà la propria missione di guida e indirizzo politico dei sistemi liberal-democratici occidentali, screditati e considerati ormai irriformabili (il “cambio di paradigma” invocato da Confindustria in tempi recenti è solo uno degli ultimi atti di una tendenza ormai di lungo periodo). A chi possono rivolgersi allora i giovani degli anni Ottanta per orientarsi in questo scenario dai tratti postapocalittici? Ai padri, no di certo. Il parricidio e la rottura col passato si erano già irrimediabilmente consumati nel ’68. Ai fratelli maggiori, i sessantottini, appunto? Nemmeno a parlarne. Troppo grande è il senso di inadeguatezza per l’incapacità (o l’impossibilità?) di replicare un’impresa tanto gloriosa, per di più in un momento in cui questa non è ancora oggetto di approfonditi esami storici e sociologici, e anzi è divulgata (e lo sarà ancora a lungo) esclusivamente attraverso la memorialistica agiografica dei suoi stessi protagonisti. E nemmeno alle storiche forme di organizzazione politica portatrici di ideologie capaci di leggere e decodificare la contemporaneità, che pure nel ’68 avevano retto, ma che furono successivamente spazzate via dalla furia iconoclasta dei movimenti del ’77.

Orfani «di una cometa da seguire, un maestro d’ascoltare», come cantava Niccolò Fabi in una canzone che sembra scritta apposta per loro, non più protetti da istituzioni che avrebbero dovuto accompagnarne la crescita, ma che in quel momento iniziano a essere bersaglio di un livoroso e implacabile processo di discredito, i giovani degli anni Ottanta sperimentano il famoso “riflusso” nel privato. Il passepartout interpretativo preferito fra coloro che si sono presi la briga di analizzare questo periodo storico, segnando una contrapposizione coi giovani del decennio precedente, la cui partecipazione politica viene spesso eccessivamente sovrastimata. Ma bisognerebbe aggiungere che questo riflusso non è una semplice e naturale conseguenza del mutamento di un certo quadro storico, ma anche, in una certa misura, l’esito o il fine strategicamente perseguito da un movimento di reazione “dall’alto” alla lunga lotta di classe italiana “dal basso” del secondo dopoguerra, come rivelano i temi imposti alla pubblica opinione dalla linea dettata dai grandi gruppi editoriali del paese (sul tema, Dancing days di Paolo Morando, pubblicato da Laterza nel 2009, offre diversi spunti illuminanti).

Ma se anche quella del ’68, al pari di ogni rivoluzione, è una rivoluzione tradita – come riporta l’autore in una bella citazione di Marcuse – ed è quindi destinata a essere rimpianta, cosa resta ai giovani degli anni Ottanta? Uno sconfinato e inconsolabile sentimento di nostalgia e perdita, prima di tutto. Certo per l’occasione mancata, lo abbiamo già detto. Ancora, una perdita dell’entusiasmo, della speranza che, seppure fra mille contraddizioni, avevano accompagnato la ricostruzione e il processo di modernizzazione del paese. Ma soprattutto, e questo è il punto centrale dell’argomentazione di Scotto di Luzio, una perdita della capacità di costruire appartenenze e affiliazioni, terribile eredità del crollo e della delegittimazione di strutture e ideologie validamente funzionanti a questo scopo. Privati di strumenti critici che potessero almeno suggerire direzioni trasformative di una realtà a vario titolo considerata deludente, e non più protetti, come i loro padri e i loro fratelli maggiori, dai quei diaframmi, da quei “corpi intermedi” fra loro e un più o meno oscuro Potere da combattere, i giovani degli anni Ottanta sperimentano per primi la caduta degli argini discriminatori del vero dal falso. Il che spiana la strada all’uso della comunicazione spettacolarizzata come arma di propaganda e manipolazione: in una formula, a quella postverità di cui oggi si fa un gran parlare.

Non che siano mancati del tutto i momenti in cui i ragazzi degli anni Ottanta sono saliti alla ribalta della scena pubblica dando vita a grandi movimenti collettivi. Ciò avviene in particolare, nel 1985 e poi sul finire del decennio, con la Pantera. Ma la distanza fra questi movimenti e quelli che li hanno preceduti è tanto lampante da lasciare disarmati. L’aspirazione a una radicale trasformazione della società, legata per forza di cose alla credibilità di ideologie e apparati politici, è irrevocabilmente perduta, e con essa la capacità di far tremare il Potere (sfidandolo anche sul piano della violenza), il quale non avrà difficoltà ad assecondare, compiaciuto e paternale, i balbettanti vagiti dei manifestanti su questioni di portata tutto sommato limitata. Non a caso, i due movimenti degli anni Ottanta nascono, e inevitabilmente muoiono, nel perimetro limitato del sistema educativo (il primo nelle scuole superiori del Nord e il secondo nelle università del Sud), ossia in un recinto, la “cattività” dei giovani degli anni Ottanta, unico e ristretto orizzonte rimasto nel quale esprimere una rudimentale forma di partecipazione politica.

Di questo e di molto altro ancora parla il ponderoso testo di Scotto di Luzio. Sono numerose le incursioni nel campo del costume di quegli anni, la cui funzione si rivela alle volte più aneddotica che argomentativa; così come l’autore insiste in dettagli di taglio pedagogico (del resto più che giustificati, per un docente di Storia della pedagogia) che talvolta rischiano di pregiudicare l’equilibrio tra riflessione autobiografica e saggio accademico che sta alla base del libro. Tuttavia, il lascito di Nel groviglio degli anni Ottanta è più che mai prezioso. E forse ancor più dell’analisi su quel decennio, nella mente del lettore resta un ricco bagaglio di strumenti per interpretare l’evoluzione dei fenomeni sociali che dominano la contemporaneità, e che proprio allora iniziavano a fare capolino: dalla delegittimazione delle istituzioni al discredito della politica, dalla sovversione dei rapporti di forza fra stato e mercato all’uso criminoso dei mezzi di comunicazione, e l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo. Sarebbe interessante scoprire se questa fosse una precisa intenzione dell’autore, o un piacevole effetto perverso scaturito nel farsi della scrittura.

 

(Adolfo Scotto di Luzio, Nel groviglio degli anni Ottanta. Politica e illusioni di una generazione nata troppo tardi, Einaudi, 2020, pp. 312, euro 30, articolo di Pasquale Di Padova).
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