Flanerí

Altre Narratività

Alla ricerca di nuovi autori per effe #6

Scade il 21 ottobre 2016 il nuovo contest dedicato ai racconti inediti

di Redazione / 13 ottobre

Limite: dal latino limes, confine, linea terminale o divisoria, livello massimo al di sopra o al di sotto del quale si verifica normalmente un fenomeno, impedimento fisico, umano oppure divino.
Questo è il tema da cui lasciarsi ispirare per partecipare alla selezione dei racconti per il prossimo numero di effe – Periodico di Altre Narratività, il #6. Una traccia deliberatamente nebulosa, un concetto il cui significato finale sia determinato in maniera esclusiva dall’autore, dalla sua capacità di interpretare e modulare una sostanza vaga e polisemica fino a renderla una cosa netta, chiara, propria.

La partecipazione al nuovo contest è aperta a tutti, autori giovani, meno giovani, esordienti e no.

I racconti, rigorosamente inediti, devono essere inviati all’indirizzo altranarrativa@flaneri.com, in formato .doc, specificando nell’oggetto della mail titolo, nome e cognome. La lunghezza del racconto deve essere compresa tra le 15.000 e le 40.000 battute. La scadenza del contest è fissata alle ore 23 del 21 ottobre 2016 e la partecipazione è gratuita.

Dopo un’attenta lettura, i testi più meritevoli saranno sottoposti agli editor di 42Linee, lo studio editoriale a cui è affidata la cura redazionale del volume, e pubblicati sul prossimo numero dell’antologia periodica effe e su Altre Narrativitàla sezione di Flanerí dedicata ai racconti brevi.

Per chi ancora non lo conoscesse, effe – Periodico di Altre Narratività è un progetto indipendente che coniuga le narrazioni inedite con la creatività di giovani illustratori, con l’intento di creare una «zona franca» in cui autori meno noti siano sostenuti da scrittori già affermati.

Alcuni degli autori comparsi nei volumi precedenti sono: Riccardo Gazzaniga (Einaudi Stile Libero), Marco Lazzarotto (Indiana), Enrico Macioci (Mondadori), Riccardo Romagnoli (Transeuropa), Paolo Zardi (Neo edizioni), Vins Gallico (Fandango Libri) e Demetrio Paolin (Voland).

Sul sito www.42linee.it trovate i volumi precedenti e l’elenco delle librerie in cui è possibile acquistarli.

 

Per ulteriori informazioni:
redazione@flaneri.com
redazione@42linee.it

 

 

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Altre Narratività

Alla ricerca di nuovi autori per effe – Periodico di Altre Narratività #6

Scade il 21 ottobre 2016 il nuovo contest dedicato ai racconti inediti

di Redazione / 21 settembre

Limite: dal latino limes, confine, linea terminale o divisoria, livello massimo al di sopra o al di sotto del quale si verifica normalmente un fenomeno, impedimento fisico, umano oppure divino.
Questo è il tema da cui lasciarsi ispirare per partecipare alla selezione dei racconti per il prossimo numero di effe – Periodico di Altre Narratività, il #6. Una traccia deliberatamente nebulosa, un concetto il cui significato finale sia determinato in maniera esclusiva dall’autore, dalla sua capacità di interpretare e modulare una sostanza vaga e polisemica fino a renderla una cosa netta, chiara, propria.

La partecipazione al nuovo contest è aperta a tutti, autori giovani, meno giovani, esordienti e no.

I racconti, rigorosamente inediti, devono essere inviati all’indirizzo altranarrativa@flaneri.com, in formato .doc, specificando nell’oggetto della mail titolo, nome e cognome. La lunghezza del racconto deve essere compresa tra le 15.000 e le 40.000 battute. La scadenza del contest è fissata alle ore 23 del 21 ottobre 2016 e la partecipazione è gratuita.

Dopo un’attenta lettura, i testi più meritevoli saranno sottoposti agli editor di 42Linee, lo studio editoriale a cui è affidata la cura redazionale del volume, e pubblicati sul prossimo numero dell’antologia periodica effe e su Altre Narrativitàla sezione di Flanerí dedicata ai racconti brevi.

Per chi ancora non lo conoscesse, effe – Periodico di Altre Narratività è un progetto indipendente che coniuga le narrazioni inedite con la creatività di giovani illustratori, con l’intento di creare una «zona franca» in cui autori meno noti siano sostenuti da scrittori già affermati.

Alcuni degli autori comparsi nei volumi precedenti sono: Riccardo Gazzaniga (Einaudi Stile Libero), Marco Lazzarotto (Indiana), Enrico Macioci (Mondadori), Riccardo Romagnoli (Transeuropa), Paolo Zardi (Neo edizioni), Vins Gallico (Fandango Libri) e Demetrio Paolin (Voland).

Sul sito www.42linee.it trovate i volumi precedenti e l’elenco delle librerie in cui è possibile acquistarli.

 

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Libri

LIBRI PER L’ESTATE 2021

La redazione consiglia

di Redazione / 17 luglio

Ci troviamo di fronte all’ennesima estate strana, fatta di desideri di fuga e ansie da pandemia. Ma che partiate o che restiate a casa, i libri sapranno sempre darvi la risposta giusta. Per questo abbiamo deciso di tornare con i nostri consigli di lettura per le vacanze. Una lista di libri decisamente variegata che possa servirvi quantomeno per distrarvi un po’ da nuovi decreti e vecchie minacce di chiusure a colori.

 

 

Niccolò Amelii

I mesi estivi sono per me, lettore compulsivo ma sistematico, mesi un po’ anarchici, votati spesso a ripescaggi, contaminazioni e accostamenti disorganizzati e intuitivi. Mi sistemo davanti alla pila sempre crescente dei libri accumulatisi nei mesi precedenti, scosto via il sottile strato di polvere sedimentatosi sulle copertine e mi lascio guidare dalla curiosità del momento e dalla voglia di essere almeno per qualche settimana dedito a letture puramente disinteressate (non legate dunque prettamente a ragioni lavorative). Ecco allora, in ordine sparso, i libri che terrò a portata di mano, tra il comodino e la borsa da mare: tra le uscite più recenti due libri che mi incuriosiscono per lo stile e la tematica, Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata di Raphael Bob-Waksberg (Einaudi), raccolta di racconti che mette al centro l’amore e le sue sfaccettate declinazioni contemporanee, e Spatriati di Mario Desiati (Einaudi), storia generazionale di chi è o si vorrebbe sempre altrove (fisicamente e mentalmente) nel tentativo di ridefinire la propria fisionomia e la propria identità irrisolta. Tra i recuperi cronologicamente più lontani nel tempo, le mie scelte sono ricadute invece su La città degli untori di Corrado Stajano, radiografia narrativo-giornalistica di una Milano oscura e impensata, pubblicato nel 2009 da Garzanti e poi riproposto da il Saggiatore, e su America amore di Alberto Arbasino (Adelphi), volume di quasi novecento pagine che affronterò a poco a poco con rapide, sconnesse quanto goduriose incursioni, accompagnando la prosa mirabile di Arbasino e i suoi finissimi ritratti americani magari con un gin tonic da bere rigorosamente al tramonto.

 

 

Claudio Bello

Ad agosto mi piace lasciarmi ossessionare da qualche autore ossessivo. Quest’anno, come già ripeto da un po’ a qualche amico altrettanto nerd, voglio passare un’estate post-esotica, dedicarmi cioè alla lettura di Antoine Volodine. Penso che comincerò con Terminus radioso (66thand2nd), un libro visionario ambientato in un mondo contaminato e in preda alla catastrofe (perché non è vero che l’estate è tutta allegria. Bisogna rivalutare la malinconia dell’estate). In realtà sono anche fatalmente tentato da Vorrh di Brian Catling (Safarà), che parla di un’enorme foresta viva e labirintica, e mi sembra un trionfo del new weird (che è stato la mia ossessione dell’inverno). Voglio anche dedicarmi alle raccolte di racconti, però, perché leggerle d’estate è un grande piacere (ma in realtà lo è anche in tutte le altre stagioni). Per ora ho tre idee: Le visionarie (Not, a cura di Ann & Jeff VanderMeer), Novena di Marco Marrucci (Racconti edizioni) e Storie dell’arcobaleno di William T. Vollmann (minimum fax). Probabilmente li ficcherò in valigia tutti e tre. Di certo non rinuncerò a un saggio: pensavo ad Allucinazioni americane (Adelphi), il libro che Roberto Calasso ha dedicato a Hitchcock. Infine, una mia personale tradizione: ogni estate leggo un libro di Stephen King, e questa volta si tratterà di Le notti di Salem (Sperling & Kupfer), una magistrale storia di paura con vampiri e case stregate.

 

 

Giovanni Bitetto

Questa estate, complice alcuni concorsi pubblici in cui sono andato a impelagarmi, non avrò molto tempo per leggere. Dunque immaginerò un me ipotetico che, come ogni agosto che si rispetti, passi le ore pomeridiane dondolando su un’amaca di una qualche fazenda pugliese. La mia proiezione rispetterà un certo gusto per le belle lettere portandosi dietro Fifty-fifty (TerraRossa edizioni), primo volume di un dittico di Ezio Sinigaglia, valente penna manierista riscoperta negli ultimi anni dall’alacre lavoro di Giovanni Turi e Giuseppe Girimonti Greco. A ciò, quel me infastidito dal caldo, aggiungerà le sfuriate di Teatro VI, sesto e conclusivo volume dell’opera teatrale di Thomas Bernhard, recentemente edito da Einaudi. Ricordandosi poi che bisogna pur interessarsi dell’oggi, l’avveduto ectoplasma sfoglierà (finalmente in italiano!) Cyclonopedia (Luiss University Press), caposaldo della theory fiction di Reza Negarestani, e Cosmotecnica (Nero edizioni), intrigante saggio sulla questione tecnologica in Cina per mano di Yuk Hui – due ottimi libri per accreditarsi in ambienti ketamina&lotta di classe. Infine, quel pigro impostore si tufferà in territori adelphiani ripescando La Gran Bevuta, primo romanzo del mistagogo René Daumal, e Lettere II, secondo volume delle lettere di Samuel Beckett che ripercorre gli anni della guerra. Saziato da questa scorpacciata si avvicinerà a me, chino su infinite sillogi di quiz a risposta multipla, e mi ringrazierà con sorriso sornione. Inutile dire che la risposta non è qui riportabile.

 

 

Elisa Carrara

«Amiamo stupirci, come i bambini, ma non troppo. Quando lo stupore c’imponga di uscire veramente di noi stessi, di perdere l’equilibrio per ritrovarne forse un altro più arrischiato, allora arricciamo la bocca, pestiamo i piedi, davvero ritorniamo bambini». Scriveva così Cesare Pavese in un articolo pubblicato nell’estate del 1945 su L’Unità di Torino: si intitola Leggere e racchiude tutto ciò che, secondo me, si dovrebbe sapere poco prima di aprire un libro. Ho sempre ammirato chi è in grado di fare liste, progetti, chi decide cosa e quando leggere, senza lasciarsi distrarre: da tempo ho accettato, con una certa ostile arrendevolezza, che il caso governa le nostre scelte più di quanto immaginiamo. Perciò la mia unica certezza, in quest’estate offuscata, sarà affidarmi alle parole altrui: ossia cercare letture capaci di far «perdere l’equilibrio», di stravolgere non il mondo, che ha lo straordinario potere di rimanere sempre uguale a sé stesso, ma il modo di vedere le cose. Letture distanti dall’amore ingiustificato per l’ordine, per l’equilibrio, per le simmetrie dilaganti. Spero, allora, di perdermi nel pensiero di Edgar Morin, del quale ho letto ancora troppo poco, di riconciliarmi con la forza del cinema (attraverso la rilettura di alcuni classici e di altre novità), di recuperare la visione di Todorov, e quella, ancora sconosciuta, di Iris Murdoch. E, infine,  di scovare saggi e reportage narrativi che mostrino luci e ombre del nostro passato e del nostro presente.

 

 

Francesca Ceci

In un’estate nuovamente incerta, in cui non si progetta troppo per non essere smentiti, non si parte troppo per non illudersi eccessivamente, una piccola forte certezza rimane la libertà di poter leggere comunque e dovunque.
Senza un vero e proprio programma di lettura e senza sapere dove esattamente arriveranno, i libri in vista sono sempre quasi troppi, estivi e non, ma destinati loro malgrado a questo periodo. Tra i tanti in attesa c’è Quaderno dei fari di Jazmina Barrera (La Nuova Frontiera), che promette un percorso tra le coste e le scogliere per allontanarsi da se stessi; c’è Latte arcobaleno di Paul Mendez (Atlantide edizioni), che inizia con un boxeur giamaicano nell’Inghilterra degli anni cinquanta e che fin dalla sinossi fa pensare a James Baldwin. E poi c’è un libro che tutto sembra tranne una leggera lettura estiva ma di cui ho sentito tanto parlare in questi mesi, tra riviste e podcast, che forse in un momento controcorrente come è l’estate troverò il coraggio di iniziare: Se la morte ti ha tolto qualcosa tu restituiscilo  (Utopia) della poetessa danese Naja Marie Aidt.

 

 

Daniele De Cristofaro

Di solito nelle mie letture sono abituato ad alternare un saggio a un romanzo, giusto per tenere la mente un po’ attiva da un lato e distenderla dall’altro. Penso proprio che anche per questa estate non farò eccezione, perciò i miei consigli di lettura seguiranno per lo più questo personale parametro.
Partirei col raccomandare, per quanto riguarda la saggistica, un libro che ho amato molto ai tempi dell’università e che rileggerei molto volentieri: Geometria delle passioni (Feltrinelli) del filosofo Remo Bodei, illustre accademico nonché persona dotata di straordinaria umiltà, scomparso purtroppo da due anni. Saltando poi al romanzo, sempre in tema di riletture, non mi dispiacerebbe riprendere in mano Tropico del Capricorno(Mondadori) di Henry Miller, lettura anch’essa un po’ datata, risale infatti ai tempi del liceo e che fu per me come una vera e propria folgorazione: dopo quello del Cancro, infatti, concentrato più sul piano narrativo-biografico, Tropico del Capricorno regala anche suggestive riflessioni filosofiche. Dalla citazione di un personaggio come Henry Miller alla connessione con la figura dell’outsider il passaggio è breve e quasi obbligato, e mi riporta a un altro saggio che vorrei consigliare: L’Outsider di Colin Wilson (Atlantide). Infine concludo citando il romanzo di un autore che sono sicuro non mi deluderà: Schiavo d’amore di Somerset Maugham (Adelphi), di cui ho potuto apprezzare la fluida prosa già con Il filo del rasoio e con Acque morte, sempre editi da Adelphi.

 

 

Dario De Cristofaro

«L’uomo è un animale viaggiante», così iniziava un libro di Manganelli che consigliavo qualche anno fa (Cina e altri Orienti, ndr). Faccio mio ancora una volta questo enunciato e mi appunto i libri che porterò con me questa estate. Moby Dick di Herman Melville è una certezza da rileggere; terminato questo leggerò sicuramente Alabama di Alessandro Barbero (Sellerio) e Quando vi ucciderete, maestro? di Antonio Franchini. In questi giorni ho comprato anche Contro l’impegno di Walter Siti (Rizzoli), Opera aperta di Umberto Eco e L’arte della guerriglia di Gastone Breccia (il Mulino), con cui concluderò le mie letture estive.

 

 

Daria De Pascale

Il 2021 è cominciato come un anno di scoperta: mi ritrovo, quasi sempre per caso, ad avvicinarmi a territori (purtroppo al momento solo letterari) che fino a poco tempo fa mi erano del tutto estranei, per cui non avevo mai provato interesse. Scopro nomi, luoghi, fascinazioni nuove, ed è con questo spirito che metto insieme una lista di possibili letture estive, sempre pronta a lasciarmi trascinare altrove da altre casualità.
Dopo un intensissimo mese insieme a 2666 di Roberto Bolaño (Adelphi), continuerò a esplorare un po’ a tentoni il mondo sudamericano con L’occasione di Juan José Saer (La Nuova Frontiera) e Andarsene di Rodrigo Hasbún (Sur). Farò poi un lungo viaggio fino alla Finlandia – dove l’anno, appunto, è iniziato –, per scoprire Fair Play di Tove Jansson (Iperborea), e mi aspetto già di trovare lì nuove ragioni per fermarmi, mandando all’aria ogni piano di lettura. Nonostante tutto, cercherò però di mantenere dritta la barra e seguire le due direzioni di lettura più costanti di questo periodo: l’editoria, con Cose da fare a Francoforte quando sei morto di Matteo Codignola (Adelphi), e ciò che si muove tra il new weird e la theory fiction, recuperando finalmente Ballardismo applicato di Simon Sellars (Nero edizioni).

 

 

Giulia Eusebi

Mai come in questo agosto ho necessità di intraprendere dei viaggi: fisici, metafisici, mentali. La scelta delle mie letture estive è quindi ricaduta su una triade che mi dia la possibilità – o almeno questo è l’auspicio – di studiare itinerari, scoprire nuove strade, ritornare in luoghi conosciuti per guardarli da una diversa prospettiva e, non ultimo, di fare incontri e ascoltare storie.
Parto con Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni Ottanta di Pier Vittorio Tondelli per una necessità di ripercorrere il passato recente della provincia italiana attraverso quello che l’autore stesso definisce «un viaggio, per frammenti, reportage, illuminazioni interiori, riflessioni, descrizioni partecipi e dirette, nella parte degli anni Ottanta più creativa e sperimentale».
Il viaggio prosegue con Nella foresta delle metropoli di Karl-Markus Gauss, perché sono rimasta affascinata dalla definizione che Ilma Rakusa ha fatto del libro, ovvero «una cartografia biografica dell’Europa». Un modo nostalgico di esplorare, di entrare in contatto con i luoghi e le persone che li hanno vissuti.
E dopo aver viaggiato nel Vecchio continente, vorrei avventurarmi in mare, portando con me Quaderno dei fari di Jazmina Barrera, per apprendere le storie che si celano dietro questi giganti romantici, guardiani della terra e delle acque, che hanno affascinato scrittrici e scrittori. Una sorta di portolano letterario e spirituale che mi accompagni nel viaggio e che mi permetta sempre di trovare un porto in cui approdare.

 

 

Martin Hofer

Questa estate è iniziata all’insegna delle città letterarie, prima con la lettura di Super-Cannes di J.G. Ballard (Feltrinelli), poi con la rilettura ad alcuni anni di distanza di L’altra parte di Alfred Kubin (Adelphi), entrambi consigliatissimi. Per il mese di agosto ho la possibilità di pescare da una bella pila di provviste accumulate nelle ultime settimane: ci sarà senz’altro spazio per Padre Occidentale (effequ), l’opera seconda di Simone Lisi, e magari anche per il recupero di Terminus Radioso di Antoine Volodine (66thand2nd) e di Necropolis di Giordano Tedoldi (Chiarelettere).

 

 

Luigi Ippoliti

Cercherò di essere il più razionale possibile, evitando progetti di lettura irrealizzabili: per festeggiare l’Europeo appena vinto, ho già sul comodino il libro di Stefano Piri Italia-Francia, l’ultima notte felice (66thand2nd). Poi, visto che ho appena terminato Tre millimetri al giorno di Richard Matheson (che vi consiglio), continuerò con la fantascienza e mi butterò sul suo grande classico Io sono leggenda. Infine, per forza di cose, terminerò quest’estate con Due vite di Emanuele Trevi. Con questi tre libri dovrei stare tranquillo, anche se la tentazione di leggere quel vecchio amore giovanile che è Palahniuk mi porterà dritto al suo nuovo L’invenzione del suono (Mondadori). Vediamo.

 

 

Giuseppe Maria Marmo

L’estate con tutto il carico di bilanci e riconciliazioni che si porta dietro è una valanga che ci soverchia tra un bagno e l’altro. Quindi per una sana dose di leggerezza con ghiaccio sto cercando di scovare in tutti i mercatini dell’usato un libro fantasma scritto da Umberto Eco e Roberto Leydi nel 1961, dal titolo Shaker. Il libro dei cocktail (Pizzi Editore); un allegro, colto e ironico volume sull’arte della mixologia, dove sardonicamente il giovane semiologo, allora ventinovenne, ci illustra con dovizia di particolari la ricetta per produrre nella vasca da bagno un buon gin speziato. Nell’attesa e con la speranza di trovare questo piccolo tesoro porterò con me il primo romanzo di Tommaso Landolfi, La pietra lunare(Adelphi), un testo immaginifico nel quale l’incontro tra città e provincia, convenzione sociale e irrazionalità del mito, viene scaraventato nel tumulto dell’iniziazione erotica. Città aperta di Teju Cole (Einaudi) sarà sicuramente la mia seconda lettura estiva; un romanzo che con la sua marcata componente esplorativa ricorda in qualche modo lo stato d’animo che accompagna questa stagione di novità e cambi di rotta. Lo sguardo dell’eroe sembra essere quello di chi d’estate scruta un posto o una situazione per la prima volta; uno sguardo delicato e profondo che raccoglie impressioni e rivela i nostri confini. Tra i libri che ho messo in valigia c’è anche Piranesi (Fazi Editore) di Susanna Clarke; romanzo fantasy inusuale dove il protagonista abita in una sorta di palazzo labirintico da cui non esce mai. Un testo che subisce l’influenza di grandi classici della letteratura come La biblioteca di Babele di Borges e Aspettando Godot di Beckett ma che si rifà anche al mito della caverna di Platone. Infine ho deciso di dedicarmi alla rilettura di Solo (Carbonio), un racconto lungo di August Strindberg, nella nuova traduzione di Franco Perelli, in cui il protagonista attraverso il faticoso ma necessario esercizio della solitudine osserva con elegante realismo la propria trasfigurazione morale.

 

 

Giovanna Nappi

I libri scelti per il periodo estivo sono per me sempre all’insegna dei grandi ritorni. In prima linea quello – attesissimo – in libreria di Mario Desiati, con Spatriati, da poco pubblicato da Einaudi: autore ormai già portavoce di più di una generazione di ragazzi e ragazze, erge a protagonisti i cosiddetti «spatriati», i senza patria, cittadini del mondo che a fatica, ancora oggi, vengono inquadrati in categorie socialmente accettate. Sarà poi la volta di A volte una bella pensata di Ken Kesey, autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo. Quasi novecento pagine alla scoperta dell’America, nel cuore dell’Oregon, dove scoppia una rivolta sindacale tra le file degli operai dell’industria del legno. È questo lo spunto per ricreare personaggi già definiti «indimenticabili», tra paesaggi maestosi ed epopee familiari che tornano finalmente in Italia dopo cinquantasette anni grazie a Black Coffee. Ultimo volume della tornata estiva di letture, Panico di James Ellroy. Per inquadrarlo basterebbero poche parole: fumo, alcol, violenza, una città che marcisce; tra queste coordinate, in una Los Angeles degli anni Cinquanta, un ex poliziotto si ritrova in scandali e complotti più pericolosi di quanto avrebbe voluto.

 

 

Gabriele Sabatini

Libro da spiaggia, ma solo perché si presenta sotto l’intreccio di brevi biografie, comode da leggersi fra un bagno e un gelato (rigorosamente in quest’ordine per evitare congestioni), Disorganici. Maestri involontari del Novecento di Filippo La Porta: una enciclopedia portatile di figure con cui occorre trovare la giusta confidenza se si prova a capire il secolo passato e interpretare il tempo presente. Fra loro manca però Leone Ginzburg, sulle cui Lettere dal confino tornerò certamente in ogni spostamento fino a settembre; un po’ perché i carteggi sono sempre appassionanti (salvate e stampate mail e chat, i nipotini vi ringrazieranno), un po’ perché da qualche tempo penso a come sarebbe stata l’Einaudi degli anni Cinquanta se lui fosse sopravvissuto alla violenza nazifascista. E se poi alla fine di agosto mi dovessi rendere conto di aver speso troppo (e succederà), potrei attingere alla Teoria dei sentimenti morali per ricordarmi, attraverso le amene pagine di Come Adam Smith può cambiarvi la vita di Russ Roberts, che il denaro forse non è tutto.

 

 

Cristiana Saporito

Quest’anno mi sono infatuata della tarologia. Precisiamo subito, non intendo propinarvi interattivi in diretta sul ritorno del partner animico né snocciolare drappelli di arcani maggiori, con spolverate di oracoli della Sibilla. Sarebbe bello, ammetto, ma non lo farò. Però questa passione ancora in stato fetale mi ha già trasmesso una traccia lampante, che è quella che vorrei condividere, in stile lanterna cinese spedita tra i nembi. Nulla di quello che accade, accade e basta. Si verifica perché esiste un motivo. Perché i nostri pensieri ci traghettano ovunque. Ovviamente anche davanti a un libro.
Quindi vi propongo un gioco: davanti ai vostri scaffali o a quelli di una libreria, avvicinatevi e inspirate. Poi, lasciatevi attrarre. A me è successo di totalizzare un bottino da corredo matrimoniale.
Qualcosa di nuovo. Qualcosa di vecchio. Qualcosa di prestato. Qualcosa di azzurro. Qualcosa con cui partire e per cui restare impigliati. Ecco quello che deborda dal bagaglio:

Il cielo è dei violenti di Flannery O’Connor (vecchio, minimum fax): qui siamo di fronte all’immensità. Ed è normale supporre di trovarsi spaesati. Enormità di una scrittrice mai abbastanza letta e sempre pronta a spiazzarci. Storia fitta e bruciante di Francis Marion, orfano di quattro anni rapito dal suo prozio ultrareligioso e intenzionato a farne un uomo di puro spirito. A 14 anni Francis riapproda a casa con una missione addosso. E un grumo di nodi contro cui schiantarsi. Non c’è molto da aggiungere. Se non il brutale, impagabile impatto. Con i crateri insaziati della legge interiore.
I mostri del mare di Chloe Aridjis (nuovo, Playground): amate i romanzi di formazione? Quelli da evento spartiacque, che in un’estate, un viaggio, condensano il senso labile e cocente dell’esistere? Quelli del prima e del “mai più come prima”, dell’inesausto crescere cercando? Allora spiaggiatevi tra queste pagine. Tra i relitti di Luisa e la sua insofferenza. Il tutto fatalmente condito da mareggiate di new wave anni Ottanta. Per me un richiamo irresistibile.
La vita segreta delle api di Sue Monk Kidd (prestato, Mondadori): se una parte di voi, più o meno consapevolmente, agogna una rinascita, orbitate intorno al titolo giusto. Lily non può vantare nessuna credenziale per essere felice, con un padre che la imbottisce di lividi e una madre morta forse prima di poterla amare. Eppure palpita un riscatto. Tra le carezze della sua governante e le geometrie di un insetto magico. Delizia di un mistero nascosto nel minuscolo.
Gli affamati di Mattia Insolia (prestato, Ponte alle Grazie): romanzo potente, sul disagio insanabile di due fratelli. Antonio e Paolo vivono in bilico nell’equilibrio di vetro che hanno costruito per loro. Ma il passato scuote la pelle delle loro abitudini, le trova sguarnite a lasciarsi ferire. Come noi che leggiamo questa lingua fendente.
E il suo mosaico di solitudini.
La simmetria dei desideri di Eshkol Nevo (Blu e universale, Neri Pozza): questo, signori, è il libro perfetto. Per chi? Per chiunque abbia un amico. E sappia e sperimenti cosa vuol dire tradire il confine dell’altro. Fare il male pensando al meglio, trafiggere il tu con le più alte intenzioni. È il romanzo dell’amicizia che invecchia, che resiste franando. Insomma, è il romanzo per la propria valigia e per quella di chi amiamo.
Se poi la stesa terminasse con il dieci di coppe, allora il trionfo sarebbe garantito…

 

 

Francesco Vannutelli

L’obiettivo dell’estate è leggere (almeno) La storia di Elsa Morante, probabilmente un po’ in formato audiolibro durante i viaggi in macchina, un po’ su carta. Nella mia scorta di titoli da leggere e che probabilmente porterò in giro con me ci sono anche Dominio di Andrea Esposito (ilSaggiatore), Esercizi di fiducia di Susan Choi (edizioni SUR), Domani avremo altri nomi di Patricio Pron e Le canaglie di Angelo Carotenuto.

 

 

Foto: Mathilde Langevin, via Unsplash.

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Libri

Nika Turbina, il fiore d’assenzio

La parabola di una enfant prodige

di Lorenzo Gafforini / 16 luglio

«Il motoscafo taglia la laguna increspata verso San Michele, e Nika ride quando gli spruzzi d’acqua la sfiorano. “È bello correre, sembra di essere al luna park, e questa città tutta d’ acqua è come una favola”». Così il 30 maggio 1985 Roberto Bianchin scrive su La Repubblica, in occasione dell’assegnazione a Venezia del Leone d’oro alla poesia. L’edizione di quell’anno vanta nomi sia del panorama italiano sia internazionale.

Nei primi anni Ottanta della selezione degli autori nostrani si occupa Paolo Ruffilli e risaltano subito poeti del calibro di Dario Bellezza, Franco Fortini e Gabriella Sobrino. Tuttavia, il premio è invenzione di un altro vivace scrittore, attento alle novità editoriali e con uno spiccato spirito critico: Franco Zagato. Proprio lui si occupa, invece, di scegliere gli autori stranieri. Quell’anno sono selezioni il senegalese Leopold Senghor e lo statunitense Robert Creeley. Fra queste autorevoli personalità letterarie, emerge un altro ospite totalmente inusuale e che farà molto parlare di sé. Si tratta di Nika Turbina, poetessa sovietica di undici anni che vanta al suo attivo un solo libro, edito in Italia nel 1984 dalle Edizioni del Leone – la casa editrice di Zagato, appunto. Prima di lei tale onorificenza era stata assegnata solo a un’altra scrittrice russa: Anna Achmatova, all’età di sessant’anni e come coronamento per la sua carriera.

Il libro è Quaderno di appunti – oggi introvabile – per la traduzione di Evelina Pascucci e le illustrazioni di Ernesto Treccani. Il libro ha la particolarità di essere uscito in Italia ancora prima che in Urss: infatti, da questa pubblicazione seguiranno ben dodici traduzioni aumentando esponenzialmente così il successo della poetessa. Il libro sarà edito in Unione sovietica solo alla fine del 1984 con una tiratura di trentamila copie – un numero esorbitante per la poesia – che finirà in pochissimo tempo.

In occasione della premiazione la Turbina è accompagnata dalla nonna Ljudmila Karpova e dal russo Evgenij Evtušenko che cura anche l’introduzione all’opera. Il cosiddetto poeta del disgelo è acclamato e rispettato artisticamente in Italia e vanta al suo attivo pubblicazioni con Garzanti, Mondadori, Feltrinelli, Editori Riuniti ecc. Poi, nel 1985 sarà pubblicato anche il suo pometto Mamma e la bomba sempre per la casa editrice di Zagato. È lui stesso a caldeggiare la promozione della poetica della Nika Turbina, dopo averla incontrata per la prima volta nel 1983.

 

Genesi di una enfant prodige

Nika Turbina nasce a Yalta nel 1974. Il padre abbandona subito la famiglia e Nika cresce con la madre scultrice – Maya Nikanorkina – e i nonni. Per anni si vocifera addirittura che sia figlia del poeta Andrei Voznesensky – illazione poi smentita. In particolare, il nonno è Anatolij Nikanorkin, poeta discretamente affermato. La nonna, in compenso, lavora in un albergo e conosce molte personalità letteraria di passaggio.

La Turbina fin dalla tenera età ha problemi respiratori e fatica a dormire la notte. I famigliari le leggono versi delle poesie più svariate per distrarla e non farla agitare ulteriormente. La bambina ne impara alcune a memorie e comincia a ripeterle nei momenti di irrequietezza. Sempre nell’articolo di Roberto Bianchin, la Turbina afferma: «Ho cominciato a comporre versi a voce alta quando avevo tre anni. Battevo i pugni sui tasti di un pianoforte a coda e componevo. I versi sono venuti a me come qualcosa di straordinario che giunge all’ uomo e poi si allontana. Ma per ora questo qualcosa resta, è come un sogno che permane…».

Da queste suggestioni, la poetessa comincia a comporre senza nemmeno saper scrivere. Acconciata à la Mireille Mathieu – come ricorda l’amico Vlad Vasyukhin –, parla in maniera semplice, intuitiva, come se stesse recitando i versi mandati a memoria. Specialmente i nonni si rendono conto dell’eccezionalità del fatto e iniziano a scrivere i componimenti della nipote. Le prime liriche riportate e di cui ancora oggi si ha testimonianza risalgono al 1981, quando ha soli sette anni. Soprattutto grazie ai contatti della nonna, il talento della Turbina riesce a uscire dai confini provinciali di Yalta e ad approdare nelle metropoli dell’Unione sovietica. Grazie al supporto dello scrittore Julian Semënov, il giornale Komsomolka ne pubblica i versi e addirittura viene ospitata in alcune trasmissioni televisive.

La voce giunge così fino a Evtušenko che fin da subito si dimostra scettico nei confronti di un talento così prematuro. È opinione già diffusa all’epoca che le poesie non siano della bambina, bensì dei parenti che cercano semplicemente un modo per ottenere successo. Tuttavia, Evtušenko decide di ricevere la Turbina a Peredelkino, fuori Mosca, nella dacia di Pasternak. Così Evtušenko scrive nell’introduzione a Quaderno di appunti: «Le chiesi di recitarmi dei versi. Tutti i dubbi che si trattasse di una mistificazione letteraria caddero all’istante: solo i poeti possono recitare in quel modo. La sua voce vibra di un suono particolare, direi macerato». E in effetti basta guardare qualche vecchio filmato sul web per comprendere tutta la forza emotiva con cui la Turbina recita, come posseduta dal più alto spirito poetico. Proprio per questo motivo – anche per fugare ogni dubbio – quasi contemporaneamente all’uscita del volume vede la luce anche un disco che raccoglie le sue letture.

Consapevole delle parole, soppesa ogni sillaba con rarissima sensibilità. È stupefacente come nella recitazione – per parafrasare uno dei suoi passaggi più famosi – i versi assumano proprio il peso delle pietre, senza che essi possano lasciare indifferente lo spettatore. A leggere testimonianze di questo tenore vengono alla mente numerosi esempi e talenti letterari precoci: si pensi all’impressione che il giovanissimo Rimbaud lasciava ai suoi interlocutori o lo stupore di chi ascoltava con rapimento l’adolescente von Hofmannsthal. Oppure per citare un riferimento più vicino alla Turbina – la quale frequentava la medesima scuola –, si pensi anche alla straordinaria voce di Maria Cvetaeva che all’età di quindici anni scrisse: «Verrà il tempo dei miei versi/come per i vini pregiati». A proposito, Evtušenko dedicherà alla Cvetaeva – autrice anche de Le notti fiorentine – la straziante lirica Il chiodo di Elabuga – in ricordo del suicidio della scrittrice – contenuta nella raccolta Le betulle nane («Vorrei restare un poco / dove ha vissuto lei, Marina Ivànovna»). Ma tutti gli esempi citati erano adolescenti – o stavamo diventando tali – a differenza della Turbina.

Nei suoi versi si scorge un’inusuale maturità, connotata da una vena spiccatamente tragica. È come se la poetessa avesse vissuto l’intero spettro dei sentimenti, cogliendone ogni sfumatura, senza che però li abbia vissuti. L’ineluttabilità del tempo, la fine di un amore, l’ipocrisia umana; sono solo alcuni dei temi che vengono trattati nel libro. Inoltre, il tutto, è impreziosito da un linguaggio semplice, diretto. I versi sono brevi e abbozzano – Bozza era il titolo letterale dell’opera prima – una serie di scorsi destinati a imprimersi nella mente del lettore. Zagato si interroga sul destino dell’enfant prodige. Si tratta di «una meteora passeggera o continuerà a salire i faticosi e dolenti gradini di quella scala che porta sempre più in lato, anche se nessuno finora ci ha detto dove conduce?».

L’introduzione al volume, inoltre, è ulteriormente arricchita da una poesia inedita dello stesso Evtušenko che rende omaggio alla «bambina-poeta». Il componimento prende spunto dal primo incontro fra i due («sul marciapiede, nelle orme non cancellate di Pasternak  / lasciavi le tue»). Inevitabilmente seguono riflessioni fra le diverse generazioni e l’inevitabile perdita dell’innocenza in cambio della maturità. Ma la padronanza artistica di un letterato esperto è forse barattabile con lo spontaneo slancio vitale della fanciullezza? «Bambini segreti, noi. / Adulti non abbastanza, perché / temiamo d’essere bambini». In Evtušenko c’è tutta la dolcezza d’un padre poetico, capace di amare la propria figlia e al contempo già in grado di soffrirne la mancanza. In questa poesia senza titolo, il poeta di Zima canta la celestiale fragilità della sua beniamina e al contempo sa perfettamente che di fronte a lui vi è innanzitutto una bambina. Evtušenko in quegli anni diviene una guida per Nika Turbina, tanto da essere definito una sorta di “padrino”. Nel repertorio fotografico della poetessa si vedono i due persino al luna park, intenti a giocare e ridere. Turbina chiamava affettuosamente Evtušenko “zio Zenja”. La stima della bambina verso di lui è tale che gli dedicherà direttamente ben due poesie dalla sua prima raccolta: la prima è Anno 1941, ispirata alla prima sceneggiatura del Poeta, Giardino d’infanzia; la seconda, invece, è La guida – voi, un’autentica dichiarazione di affetto e stima verso il suo vate. Questo componimento, in particolare, recita: «La guida – voi / io invece – un vecchio cieco. / Voi – il controllore, / io – non ho il biglietto. / […] La voce umana – voi, / io – un verso dimenticato».

 

Da Quaderno di appunti alla prematura scomparsa

Quaderno di appunti, in particolare, è suddiviso in tre sezioni e ognuna di esse fa riferimento all’anno in cui sono stati composti i relativi versi. La silloge – composta tra il 1981 e il 1983 – è composta dunque da: Sono gravi i miei versi, Sono un fiore d’assenzio e Un quaderno di appunti la mia vita. Dichiaratamente ispiratosi a quest’ultima parte, il titolo del libro è scelto grazie al supporto di Evtušenko, in quanto: «un bambino di nove anni racchiude in sé temi e motivi che, sviluppandosi, formeranno l’uomo. E come in un quaderno d’appunti nascono e si delineano le forme del pensiero poetico, così nel bambino si delineano i tratti della futura maturità morale».

Il volumetto, come anticipato, è un caso editoriale e permette a Nika Turbina di viaggiare per tutto il mondo, tenendo addirittura delle letture in varie università. Stimata da moltissimi autori, avrà il sostegno – fra gli altri – anche di Iosif Brodskij. La seconda raccolta – Scale che salgono, scale che scendono – rimane inedita in Italia e nonostante il successo di pubblico non riesce a eguagliare minimamente il caso editoriale del 1984.

Ormai adolescente, la Turbina non riesce a rinnovarsi e anche venuto a mancare il sostegno di Evtušenko diviene sempre più irrequieta. Il pubblico sembra aver perso interesse nei confronti della bambina-poeta e non apprezza più in maniera così appassionata i suoi componimenti. Oltre a essere l’età di transizione per eccellenza, l’adolescenza porta anche il nuovo matrimonio della madre e la nascita di un secondo figlio. Il rapporto fra la Turbina e la madre peggiore e comincia la fuga della poetessa che sposa – a soli sedici anni – un ricco psichiatra italiano di settantasei anni residente in Svizzera. La relazione dura solo un anno e Turbina ritorna a Mosca con l’intento di cimentarsi nello studio della letteratura e della cinematografia. In quegli anni la sua produzione non è più così prolifica – risulta che in Svizzera abbia scritto una sola poesia – e il pubblico non è più attirato come prima dalla sua opera. La bambina finisce di essere tale e non impressiona più la sua voce, ormai non più acerba e così spontaneamente ispirata.

Gli anni Novanta, inoltre, sono caratterizzata dall’abuso di droghe e alcool che ben presto la portano a una depressione. La notte tra il 14 e il 15 maggio del 1997 tenta il suicidio buttandosi dal quinto piano e riporta danni permanenti alla schiena. Tuttavia, la morte avviene l’11 maggio del 2002, quando cade tragicamente da una finestra morendo sul colpo. Così recita la poesia Bambola nel 1983: «Una bambola rotta. / Non ho cuore in petto, / l’hanno dimenticato, / E in un angolo scuro, inutile / mi hanno abbandonato. / Una bambola rotta, / sento soltanto, sul far del giorno, / sommesso il sussurro di un sogno».

 

L’eredità di Nika Turbina

Ancora oggi la storia della Turbina è avvolta in un dedalo di ambiguità e contraddizioni. La vicenda ha attirato l’attenzione di diversi scrittori e giornalisti fino a giungere ad Alexader Ratner. Nel suo libro uscito in Russia nel 2018 sostiene addirittura che i componimenti dell’infanzia non siano riconducibili alla bambina, bensì a famigliari e amici. Nonostante i dubbi e le provocazioni, è innegabile come la poetessa continui a scrivere durante gli anni, seppur in maniera meno frequente. Questo portò nel 2011 alla pubblicazione postuma di Stala risovat svoyu sudbu – letteralmente Ho cominciato a dipingere il mio destino – che raccoglie l’opera omnia dell’autrice: dalle poesie dell’infanzia alle pagine di diario. Poco prima in Italia era stato anche pubblicato Sono pesi queste mie poesie – edito dalle Edizioni Via del Vento – a cura di Federico Federici che ripropone in una nuova traduzione di alcune poesie di Quaderno di appunti e altre ancora degli anni immediatamente successivi. Come ricorda lo stesso Federici nei suoi saggi critici sulla poetessa – poi pubblicati in un volumetto autonomamente – le pagine del diario svelano la vita della Turbina sotto una luce inedita. Sconvolgente il passaggio in cui scrive: «Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina, nelle mie poesie. Non c’era bisogno che diventassi donna».

Flanerí

Musica

I migliori album fino a questo momento

di Redazione / 16 luglio

Siamo arrivati a poco più di metà anno e abbiamo deciso di fare un breve elenco (in ordine puramente casuale) degli album usciti in questo 2021 che, per ora, ci hanno colpito di più.

 

Ira, Iosonouncane: album ambizioso, il più ambizioso del cantautore sardo. Monumentale, complesso.  Di difficile metabolizzazione, si sviluppa in quasi due ore di suoni. Un  dedalo di suggestioni in cui è facilissimo (e pure bello) perdercisi. È meglio di Die? Domanda a cui si potrà rispondere tra qualche tempo. Per ora ci godiamo il coraggio di Iosonouncane.

 

Boy From Michigan, John Grant: un nuovo album di John Grant è sempre una bella notizia. Forse non raggiungerà mai più il livello altissimo di Queen of Denmark, capolavoro anni ’10 di cui si parla sempre troppo poco,  ma in quest’ultimo lavoro ritroviamo quegli sprazi melodici che hanno reso grande il cantante americano.

 

Blue WeekendWolf Alice: album di grande impatto per la band inglese, dove il dream pop si mescola con lo shogaze fino ad arrivare a toccare suggestioni synth grunge. Non l’album dell’anno, ma qualcosa di cui periodicamente avremo bisogno. Da ascoltare “Delicious Things

 

Paesaggio dopo la battaglia, Vasco Brondi: Forse sarà impopolare questa segnalazione, perché probabilmente il tempo d’oro di Vasco Brondi è passato. Paesaggio dopo la battaglia non è la cosa migliore scritta dall’artista emiliano, ma ci ridà indietro alcuni spunti dei primi album che negli ultimi anni mancavano (Terra). La chiusura dell’esperienza Le luci della centrale elettrica gli ha fatto bene.

 

Forme complesse, Fine Before You Came: Non i FBYC a cui siamo semore stati abituati. Il loro ultimo album è un lavoro più cerebrale, che lavora per sottrazione. Più melodico e cantautorale rispetto al passato, il gruppo tanto caro a Niccolò Contessa tira fuori qualcosa di veramente importante.

 

For The First Time, Black Country, New Road: album potente per gli inglesi, trascinante e suggestivo. Un miscuglio di generi (post rock, jazz rock) e una consapevolezza notevole per un gruppo al suo esordio. Se non l’avete ancora ascoltato, potrebbe diventare l’inaspettata colonna sonora perfetta di questa estate.

 

Psychodonna, Rachele Bastreghi: Tutte le luci erano su Francesco Bianconi e il suo primo e tanto aspettato album d’esordio. Minore attesa per l’altra parte dei Baustelle, Rachele Bastreghi, che invece scrive un lavoro di alto spessore cantautorale, ricordandoci (se ce ne fosse bisogno) la sua importanza nel terzetto toscano.

Flanerí

Libri

#ItaliaSiCura, ma si è sgretolata

Riflessioni a partire dal “Manifesto della cura” di The Care Collective

di Anita Fallani / 15 luglio

Al terzo anno delle medie gli insegnanti ci fecero partecipare a un progetto sulla scuola di Barbiana, alla fine del quale era prevista una visita alla minuscola frazione di Vicchio. In cima alla salita c’erano solo una chiesa e un campanile, sembrava assurdo che l’insieme di così poche architetture potesse addirittura avere un nome proprio. Tre cose mi colpirono molto quando arrivammo: l’isolamento del luogo, la piscina che Don Milani aveva costruito per insegnare a nuotare a bambini cresciuti tra le montagne e la scritta «I CARE» sulla porta dell’aula. Michele Gesualdi, che della scuola fu allievo, ci accolse entusiasta e ci spiegò che ogni bambino di dieci anni che segua quel monito è un alunno di Don Milani. «Capite?» ci diceva indicando la scritta, «significa “mi sta a cuore”, “ho caro qualcosa”, “prendermene cura”. Lo si usa quando ti importa di qualcosa come a lui importava dei suoi alunni figli di contadini. Ma per lui era anche e soprattutto quell’energia trascinante che ci doveva distinguere nella vita, l’interesse per la causa e per gli altri». Don Milani utilizzava quella parola inglese intraducibile, che richiamava un affetto descrivibile italiano solo attraverso la somma semantica di più parole, come se per restituirne l’intensità si potesse solo lavorare per aggiunte.

La parola care è tornata al centro del dibattito in Gran Bretagna con l’avvento del Covid-19: in quante delle declinazioni del termine ha fallito il governo di Boris Johnson? È quello che si propone di capire, in termini costruttivi, il Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza firmato da The Care Collective e pubblicato in Italia da Alegre. Sono tre le accezioni principali della parola: caring for che si riferisce agli aspetti più concreti della cura, caring about che descrive l’investimento emotivo e il nostro attaccamento agli altri e infine caring whit che si riferisce al nostro «piano politico» per trasformare il mondo.

Partendo proprio dal caring for, e quindi osservando il modo in cui il governo inglese si è occupato dei suoi cittadini, il Manifesto annuncia un primo paradosso: chi più dipende dal bisogno della cura altrui sono i ricchi, che delegano ad altri, in quasi tutti gli ambiti, la cura della loro vita e dei loro affetti, dalla gestione domestica alla crescita dei figli. In un mondo in cui indipendenza e autonomia sono diventati pilastri su cui si valuta lo status del soggetto, è chiaro perché si ambisca a essere indipendenti dagli aspetti della cura. Questo avviene proprio perché il concetto di cura è per sua natura relazionale, e alimenta inoltre atteggiamenti, quali la tenerezza e l’attenzione, da sempre accostati alla sfera femminile, in contrasto con i dettami comportamentali della virilità. Per questo motivo la cura è stata patologizzata, assegnata a terzi o a strutture specializzate che gestiscono i relativi ambiti della vita in parallelo rispetto allo spazio pubblico in cui le nostre vite si svolgono.

Il caring about richiama allora una “debolezza” che si manifesta in ognuno di noi in forme e modi variabili, ma che riusciamo a gestire solo entro appositi spazi in cui non mostriamo al mondo intero il bisogno dell’altro. La richiesta di aiuto è ritenuta “femminile” perché presunto segno di scarsa forza d’animo, ma lo è anche nella misura in cui sono storicamente le donne a rispondere a questa necessità: sono soprattutto loro, infatti, a prestarsi là dove c’è bisogno di sostegno. Ma come sottolineano gli autori la parola care esprime la nostra parte tenera, una sfera che, come il libro mette in luce, è fonte di fragilità sia quando si reclama un aiuto sia quando l’aiuto viene dato. Non è un caso che il femminismo della seconda ondata denunciasse la fatica fisica e psicologica che le casalinghe provavano, estenuate dal lavoro di cura. Tutto ciò racconta del grande vuoto culturale che abbiamo nei confronti della cura personale e altrui. Se da una parte è demonizzata come un difetto, dall’altra la cura è stata relegata a soggetti considerati inferiori e per questo considerati adatti a gestire le “degradazioni” della nostra vita: le donne, i neri e la servitù.

Da qui il chiaro bisogno di costruire un’immagine sana e genuina della cura attraverso una risignificazione culturale: un caring whit che racconti come la politica possa inserirsi in questo spazio. Non è difficile cogliere come lo spirito culturale dell’indipendenza sia stato assunto quale indirizzo politico dai governi, nel scegliere le modalità amministrative con cui curare. Delegata al privato e taciuta per vergogna, la cura si svolge quasi sempre entro un rapporto uno a uno: il bisogno di cura nasce dalla consapevolezza che da soli non resistiamo, ma la soluzione rimane confinata allo spazio del singolo, che da solo chiederà aiuto e da solo potrà uscirne.

Vivere questa fase storica segnata dalla pandemia è stato come assistere a un film dai colori saturati tratto da un romanzo distopico: un primario del più celebre ospedale della capitale ha trovato la ricetta dell’elisir di lunga vita e perché la pozione funzioni deve tagliarsi le braccia, ma tutto il film si incentra sulla lotta fisica per tentare di berlo. Un film sulla solitudine, sulla contraddittorietà del valore dell’autonomia, un film che suscita rigetto, non ti è bastata la lezione? Perché non chiedi aiuto? Abbiamo vissuto la metafora fisica di un’atomizzazione già presente a livello emotivo che è diventata palese quando il distanziamento ha aggravato la solitudine che fin da prima caratterizzava le nostre vite. Al contrario, in filigrana a tutto il libro viene ribadito il principio annunciato nel titolo: dobbiamo percepirci in un sistema organico in cui si abbracci come valore l’interdipendenza reciproca. Per questo motivo curare è azione politica: valorizzare gli spazi pubblici, le piazze, le biblioteche, le società di mutuo soccorso.

Jennifer Guerra ha curato la postfazione del Manifesto offrendo una lettura italiana della parola “cura”. Come nota giustamente, il decreto legge n. 18 del 17 marzo 2020, quello del primo lockdown pandemico, è stato chiamato #CuraItalia, un nome che doveva esprimere l’intenzione di rafforzare il servizio sanitario e aiutare famiglie, lavoratori e imprese. Allora la parola cura sembrava la risposta più ovvia a un’emergenza del calibro di una crisi pandemica globale, un farmaco politico unico e necessario per rispondere a esigenze collettive. I decreti successivi hanno però sostituito “cura” con “ristori”, e dai suoi beneficiari sono state eliminate le famiglie. Nessuna cura, ma una benefica compensazione a fronte della fatica sostenuta, qualcosa che assomiglia più a un premio fedeltà che a un aiuto concreto e sistemico.

Il lavoro del Care Collective rischia di limitarsi a un’orazione ricca di buoni intenti che però non scende in un’analisi profonda dei sistemi di cura imperanti, e che si rivelano semplici palliativi. Né offre risposte concrete su come potrebbe funzionare una società che si fa carico della cura e si realizza nella sua interdipendenza. Sicuramente, però, aiuta a riflettere sulla società in cui viviamo. Per esempio a scoprire che no, l’Italia non si è curata, e non è nemmeno sicura nel modo a cui vorrebbe alludere l’hashtag #ItaliaSiCura promosso dall’attuale governo. Forse, come diceva Susan Sontag, la malattia è una metafora, e noi possiamo coglierla nella scelta delle parole con cui è stata raccontata. Nel nostro caso, un paese infetto che cura i sintomi e non aggredisce il fattore patogeno.

 

(The Care Collective, Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza, trad. it. Marie Moïse e Gaia Benzi, prefazione di Sara R. Farris, postfazione di Jennifer Guerra, Alegre, 2021, pp. 128, euro 12. Articolo di Anita Fallani)

Flanerí

Libri

Spingere la vita in avanti

“E poi saremo salvi” di Alessandra Carati

di Fernando Coratelli / 12 luglio

«Ogni oggetto del mondo ha almeno due vite», diceva l’artista Alighiero Boetti, tanto da mettere in crisi la propria identità, per poi sviluppare artisticamente un’identità doppia. Questa divisione, questo frazionamento dell’unità, dà luogo a un prolungato e ineluttabile processo di separazione all’infinito che alla lunga rischia di non permettere più la riunificazione, la ricomposizione delle scissioni avvenute. C’è questo concetto alla base di E poi saremo salvi, il romanzo d’esordio di Alessandra Carati (Mondadori, 2021).

La storia inizia in quel maledetto 1992 in Bosnia, quando prende il via la disgregazione della ex Jugoslavia che fu di Tito, e che portò a una guerra devastante, a un genocidio incomprensibile nel cuore dell’Europa orientale. L’autrice fa una scelta coraggiosa: entra narrativamente in Aida, una bambina bosniaca cinquenne costretta a fuggire dal suo piccolo villaggio con la madre incinta, in un’orribile e interminabile notte nella quale raggiungerà il padre: con lui, passeranno il confine per arrivare in Italia.

La condizione di profughi resterà loro attaccata per anni, per sempre, una condizione che sembra assumere quella di apolide, che si riverbera in modo differente su ciascun componente della famiglia. Fatima, la madre, dopo avere partorito Ibro, il figlio di cui era incinta al momento della fuga, diventa abulica, dimagrisce, «si rifiutava di spingere la vita in avanti», fino a mettere a rischio la salute del neonato. Damir, il padre, un uomo forte, un comunista convinto ai tempi di Tito, tanto da vivere con una gigantografia del generale, in questa seconda vita «non riusciva a essere un vincente», forse perché dentro si porta il tormento di essere scappato dal suo paese e «di non essere un buon patriota». Così, agli occhi della figlia finisce col diventare «cattivo, e il suo odio si spandeva come olio su chiunque fosse a tiro». Come non bastasse, il padre prova a salvare l’identità perduta attraverso la religione; lui che era sempre stato ateo, improvvisamente segue i precetti del Profeta e pretende che facciano altrettanto i figli, Aida in particolare.

Lei, dal canto suo, vuole integrarsi, vuole scrollarsi di dosso quella non-appartenenza a qualsiasi luogo; già, perché non è italiana, ma non è più neanche bosniaca, se è vero che comincia a dimenticare la sua lingua madre. Ibro invece, nato in Italia, porta il nome del fratello maggiore del padre, morto quando aveva due anni – e per Aida questa scelta suona come sinistro presagio. È un bambino vivace, anche troppo, che solo la protagonista riesce talvolta a calmare. Il suo è un disagio innato, un’eco ancestrale che ha assorbito forse in quella notte di fuga.

Nella prima metà del romanzo, Alessandra Carati si addentra in una realtà di rado raccontata dalla letteratura mainstream, quella guerra di Bosnia che sembra sia stata in parte cancellata dalle nostre memorie. Qualche anno fa era uscito per Bompiani un altro grande esordio, quello di Ismet Prcić, Schegge (Bompiani, 2015), che descriveva quel contesto terrificante, e che con E poi saremo salvi condivide parecchi punti: dalla fuga alla perdita di identità, dalla guerra che ti porti dietro, anzi addosso come un tatuaggio indelebile, al senso di colpa per avere lasciato ad altri il compito di lottare per il tuo paese.

Non c’è nostalgia di casa, c’è invece una presenza costante dello sradicamento, che in Aida si percepisce perfino nella sua volontà di farsi adottare da Emilia e Franco, i volontari che li hanno aiutati, per diventare cittadina italiana a tutti gli effetti. Come nel romanzo di Prcić, la Bosnia è in ogni cosa, metafora sinistra di un secolo – il Novecento – che si è aperto con la Grande guerra scatenata a Sarajevo e lì si è concluso con l’ultima guerra su territorio europeo. Quando Aida ormai sedicenne torna nella sua Bosnia, si rende conto della distanza che si è creata dal giorno della fuga, tanto da dire che «tutta la nostra vita era divisa tra un prima e un dopo», cosa che la spinge a uno straniamento, così che «la vita prima della guerra era una dimensione parallela, a volte mi domandavo se fosse davvero esistita».

Questa instabilità territoriale, accompagnata da uno straniamento identitario, si riflette a pieno sulla fragilità emotiva dei personaggi, tanto che nella seconda parte di E poi saremo salvi il focus si sposta sulla malattia mentale di Ibro. Aida vede pian piano precipitare suo fratello in quella che poi verrà diagnosticata come schizofrenia paranoide. È un crollo verticale, lo sfaldamento inarrestabile di una vita come lo era stato di un paese. Lei le prova tutte, si laurea perfino in medicina, come se solo questo potesse bastare a guarire quelle ferite profonde che ciascuno di loro reca in sé.

Quello di Alessandra Carati non è un romanzo consolatorio, non prova a rimettere in ordine i tasselli come un puzzle. Racconta una verità drammatica e, come tale, non tutti i pezzi possono andare al proprio posto, soprattutto perché rispecchia la vita che talvolta ci scivola via «di dosso e non sapeva come trattenerla, perciò piangeva, s’infuriava».

È un romanzo crudo, scritto con una lingua piana e ritmata, che riflette a pieno il senso della guerra, della perdita, dell’incurabilità dell’io. Eppure, in quella crudeltà, c’è una compostezza autoriale che rende ancor più vivido il racconto, che non lascia via di fuga al lettore, che si ritrova a fare i conti con Aida di quella separazione iniziale, e che non potrà più tornare all’unità originaria.

 

(Alessandra Carati, E poi saremo salvi, Mondadori, 2021, 276 pp., euro 18, articolo di Fernando Coratelli)
Flanerí

Libri

La crisi della critica

I pericoli per la letteratura di un’intellighenzia settaria

di Claudia Cautillo / 10 luglio

L’impotenza della critica letteraria italiana contemporanea, schiacciata dall’autoreferenziale clan mediatico di un panorama culturale tanto più anonimo e massificato quanto meglio, è ormai un triste dato di fatto. Si fa un gran discutere, e a ragione, del senso che possa ancora avere battersi per interpretare e giudicare una letteratura svilita al rango di merce, subalterna al mercato e incapace di farsi ciò che per sua natura dovrebbe invece anzitutto essere, vale a dire ricerca e comprensione del senso integrale del mondo attraverso il linguaggio, sfida costante della parola scritta all’opacità inattingibile dell’esistenza. Come e perché infatti continuare a scovare nei suoi testi, oggi, quel quid invisibile «dietro cui sentiamo vibrare l’infinito», si domanda Giulio Ferroni in La solitudine del critico (Salerno Editrice, 2019), se tale compito ermeneutico ha perduto funzione civile e prestigio, sostituito com’è dalla pubblicità, da valutazioni basate sul flusso delle vendite e declinate in sondaggi, statistiche, classifiche al servizio del pensiero unico dominante dei cliché letterari alla moda.

Interrogativo sui suoi destini che, già posto con preveggente anticipo in Notizie dalla crisi di Cesare Segre (Einaudi, 1993) – sia pure ponendo il focus soprattutto sulle scelte metodologiche piuttosto che sugli ostacoli relativi all’orizzonte sociale – è ormai, più che grido d’allarme, amara constatazione dello stato di indifferente accessorietà nel quale sono relegati  quanti hanno ancora a cuore una letteratura contro «il troppo e il vano», sideralmente diversa cioè da quella che «collabora allo scarto, che non fa altro che ruotare intorno alla comunicazione già data, che non fa che cercare occasioni di presenza, producendo materiale da consumare», come osserva lucidamente Ferroni in Scritture a perdere, (Laterza, 2010).

La marginalizzazione della figura del critico, infatti, ha negli ultimi decenni assunto proporzioni di tale gravità che il suo dibattito non verte nemmeno più sulla necessità di rivederne gli assunti relativi al metodo, ma proprio sulla sua stessa ragion d’essere in quanto tale. Basti pensare a un libro come Sottotiro di Enzo Golino, pubblicato nel 2002 da Piero Manni Editore e rieditato nel 2013 da Bompiani, raccolta di quarantotto stroncature di altrettanti scrittori nata nel 1988 come rubrica del mensile Millelibri, rimasta prezioso e raro caso nella prospettiva critica recente, eccezion fatta per alcune perle come Sul banco dei cattivi di Ferroni, Onofri, La Porta e Berardinelli (Donzelli, 2006), dall’eloquente sottotitolo A proposito di Baricco e altri scrittori alla moda, o del già citato Scritture a perdere.

Come difatti scrive lo stesso Golino nell’introduzione alla prima edizione, sono via via andate perse le figure tanto del recensore che dello stroncato, appiattite entrambe da un’omologata, pacificata informazione a largo raggio che, aumentando la quantità delle recensioni, inversamente abbassa il peso specifico del giudizio positivo o negativo delle medesime.

L’attuale atrofia del discorso critico è data, in sostanza, perché la società delle lettere non esiste più, questo è il punto. Al di là dell’intenderne l’essenza in quanto strumento di intervento sociale o politico piuttosto che corpo autonomo di regole, strutture e meccanismi di indagine filologica e stilistica, è in sé proprio il suo fine di interrogazione del mondo che appare incomprensibile e fuori luogo nel contesto epocale della spettacolarizzata vacuità di un sapere alla deriva. Di fatto, nel nostro presente sfiancato dalla progressiva discesa agli inferi del sistema scolastico delle tre “i” – informatica, inglese, impresa – delle università dei crediti formativi, delle lauree brevi e dei settori disciplinari, non meno che avvilito dallo squallido parametro secondo il quale il valore dei prodotti artistici debba essere determinato dal volume delle vendite e dalla diffusione sui salotti social e nei media, la scomparsa dell’effettivo peso ponderale della letteratura e della discussione intorno a essa appare quantomeno inevitabile, oltre che prevedibile. Tuttavia il pericolo maggiore, per chi abbia contezza di ciò, è quello di rinchiudersi nelle consorterie intellettuali che ne offuscano ulteriormente l’orizzonte, nella passiva visione rinunciataria e manichea che contrappone il proprio salvifico status a quello di chi è perso nel rutilante, volgare nulla della pseudo cultura.

Perché, per paradosso, mai come oggi si assiste a un entusiastico proliferare a macchia d’olio di festival, fiere, saloni, reading, riviste, contest, corsi, lezioni e quant’altro, de visu o moltiplicati in rete attraverso una sorprendente parcellizzazione di blog, interventi, video di tavole rotonde, conferenze da remoto in tempo reale e così via. Si discute con passione di resistenza del critico e dell’intellettuale, del valore oppositivo del professore accademico, dello scrittore indenne al circo mediatico, della solitudine dell’editore coraggioso, dell’improcrastinabile necessità di combattere l’analfabetismo funzionale, ecc. Eppure spesso tutto questo assume le parvenze e i metodi di una roccaforte aristocratica che, al di là delle pur sacrosante intenzioni, divide i giusti dai peccatori con salomonica certezza, rintracciando le cause dell’incalzante barbarie dell’incultura di massa in qualcosa d’altro esterno a sé, astratto e inafferrabile: la globalizzazione, la generale decadenza dei tempi, la spinta dell’imperativo al consumo, l’onnipotenza della logica del profitto.

Certamente la crisi della critica, come osserva Francesco Muzzioli in Le teorie della critica letteraria (Carocci, 2019) è una crisi generale della criticità, dunque a più ampio spettro dell’intero universo sociale, culturale e letterario, ma quella del sentirsene al di sopra è una falsa prospettiva che non può portare a soluzioni concrete. Magari la sua eclisse si annidasse unicamente nella logica che muove le recensioni asservite del giornalista di turno, nell’elogio sperticato dei dimenticabili romanzetti di onnipresenti personaggi televisivi o nell’invadente imporsi delle dittature mediatiche. Affinché cambi l’esterno da noi occorre agire dal di dentro.

Il web pullula di riviste di alto profilo e acclarata militanza letteraria apparentemente aperte a collaborazioni esterne, entrare nelle quali è impossibile se non si fa parte di una ristretta cerchia di iniziati. Le case editrici più colte e controcorrente, quelle che mai pubblicherebbero un romanzo mainstream in odore di best seller commerciale, hanno al loro attivo editor incredibilmente ignari di chi sia Roland Barthes, o che con amabile disinvoltura etichettano E. A. Poe tra i giallisti. Gli stessi che, giustamente in guardia rispetto a certo facile dannunzianesimo decadente, in compenso selezionano i manoscritti col metro di un’intellighenzia settaria e tranchant chiusa nei canoni delle ultime tendenze dell’editing editoriale, per il quale ad esempio «qualsiasi eccedenza rispetto al linguaggio scorrevole viene stroncata», senza capire che quell’assenza di stile alla quale attribuiscono innovazione, modernità e qualità «nasconde, tutto sommato, uno stile, sia pure di tipo standardizzato e banale», come acutamente nota Muzzioli.

Se davvero vogliamo salvare la letteratura, è necessario comprendere che il compito svolto dalla critica non solo è ancora e sempre fondamentale ma che è addirittura diventato indispensabile. In uno scenario in cui perfino le case editrici più impegnate si limitano a combatterne pavidamente il degrado con la pubblicazione di vecchi classici di sicura vendita, o che con miope provincialismo preferiscono affidarne le sorti alle novità oltreoceano, concedendo col contagocce nulla o poca manovra agli esordienti italiani, una solida, motivata funzione in chiave interpretativa ed esplicativa anzitutto di riconoscimento – di scouting, diremmo oggi – nonché approfondimento, supporto e propagazione del testo letterario, è quanto di cui si sente maggiormente il bisogno. Occorrono in sostanza gli strumenti per l’acquisizione di una coscienza della scrittura e delle sue ragioni che, a fronte del non trovare legittimazione nel macro circuito dello scorrevole niente di una letteratura come super produzione e immediato consumo, svolga però il proprio esercizio al di dentro delle case editrici, dei premi letterari, dei blog, delle scuole di scrittura e di editing proprie a quel condiviso panorama culturale che, pur lottando contro la sua deriva, non è sempre all’altezza di un’opposizione strumentalmente adeguata.

Affinché dunque torni ad affermarsi una scrittura – e di conseguenza una critica – che non cerchi di piacere, ovvero svincolata dalle modalità sia del network culturale di matrice consumistica sia però da quelle di una sua sistematizzazione in canoni che finiscono loro malgrado per uniformarla, è utile ricordare che «un testo narrativo implica che infinite cose si possono scrivere in infiniti modi», come sottolinea Vanni Santoni in La scrittura non si insegna (Minimum Fax, 2020). Perché di fatto, insieme alla certezza che non esistono regole assolute in grado di scomporre la letteratura in algoritmi matematici, oggi è di primaria importanza che la figura del critico ricompatti la propria centralità in chiara opposizione a qualsivoglia aurea mediocritas, vale a dire tanto quella che si trova nell’illusoria comunicazione del vuoto quanto – e a maggior ragione – all’interno di quell’universo letterario che fa, sì, i conti con le contraddizioni del presente e ne interroga il destino, ma spesso vi impone i propri modelli e saperi con inconsapevole e pericolosa sicumera.

Flanerí

Cinema

Nessun posto dove riposarsi

Su “The Father” di Florian Zeller

di Elisa Scaringi / 9 luglio

Il cinema non è nuovo al racconto della vecchiaia. The Father – Nulla è come sembra affronta l’argomento in maniera singolare, orientando la macchina da presa sulle allucinazioni di un malato di Alzheimer, un Anthony Hopkins da Oscar, vincitore della sua seconda statuetta come miglior attore protagonista.

L’attore gallese veste i panni di Anthony, un anziano diviso fra le preoccupazioni della figlia Anne, alla ricerca di una nuova badante che lo assista; l’ostilità del genero, un uomo non proprio compassionevole; il ricordo dell’altra figlia, Lucy, resa presente attraverso un quadro. Per tutto il film, e alla fine soprattutto, nulla è come sembra: i volti, i nomi, la casa, le parentele, gli avvenimenti. La storia non è altro che una continua fantasia del protagonista: la realtà è quella vissuta dallo sguardo di un malato di Alzheimer, che confonde e dimentica, perso nelle sue allucinazioni.

The Father ricorda molto la pellicola italiana Tutto quello che vuoi, nell’affermare che una patologia non può cancellare del tutto la vita vissuta, gli affetti e i sentimenti. Anche in quel caso il protagonista è un anziano alle prese col proprio presente labile e confuso, accompagnato per mano da un giovane badante che, grazie a lui, entra nel mondo con un tesoro nelle scarpe. Come si sa, però, ogni malato di Alzheimer indossa la patologia a modo proprio: se Giorgio è bloccato nei ricordi di un passato lontanissimo (la seconda guerra mondiale), Anthony si sente al sicuro tra le mura di quella che pensa essere la sua casa, coccolato dal pollo che gli prepara Anne e dal quadro della giovane Lucy, con l’unica preoccupazione di ritrovare l’orologio che puntualmente non indossa al polso.

Entrambi non mostrano alcuna indole all’angoscia, come invece accade in Still Alice, dove la protagonista vive il dramma di una forma precoce della malattia. Anthony e Giorgio sono due anziani inconsapevoli del proprio stato, che considerano come una cosa normalissima vivere nel passato oppure dimenticare elementi di nessuna importanza. Sembrano quasi non sentire il peso della malattia: mentre chi li circonda è afflitto dalla pena di una situazione incomprensibile, loro stanno “beati”, nell’innocenza di una vecchiaia che trascorre tra gli oggetti sicuri di una vita che ormai si è conclusa, nel bene e nel male. Se Alice si prepara, e con lei tutta la famiglia, a trascorrere un futuro pieno di dimenticanze, Anthony non vuole rinunciare al suo passato: perché accettare una badante quando ha una figlia amorevole che si prende cura di lui? Perché abbandonare una casa sicura per accontentare un genero poco compassionevole? Perché rinunciare al proprio orologio quando il tempo degli altri non corrisponde al suo?

The Father inizia quasi come un thriller, si trasforma in una commedia amara, per concludersi con il senso di vuoto legato alla verità. In mezzo, i segnali di una malattia invadente: l’orologio perennemente in giro per la casa, la forchetta dimenticata nella giacca, l’incapacità di distinguere un sogno dalla realtà.

L’opera prima del francese Florian Zeller, adattamento cinematografico della sua pièce teatrale del 2012, è davvero ben riuscita, soprattutto nel passaggio finale del bambino interiore che si sente abbandonato: «Mi sento come se stessi perdendo tutte le mie foglie. I rami e il vento e la pioggia. […] Non ho più nessun posto dove riposarmi. Ma so che il mio orologio è al polso. Per il viaggio».

The Father ci insegna a guardare la demenza senile, e l’Alzheimer in particolare, con tenerezza e compassione, andando al di là della fatica che essa può suscitare nelle persone che si prendono cura degli anziani. Tutto parte da una domanda, che è la stessa alla quale ogni famiglia dovrebbe tenere a mente nella tutela dei nonni: «Mi stai abbandonando. Cosa ne sarà di me?».

(The Father – Nulla è come sembra, di Florian Zeller, 2020, drammatico, 97’)

LA CRITICA - VOTO 9/10

Flanerí

Premio Strega 2021: vince Emanuele Trevi

di Redazione / 9 luglio

Emanuele Trevi ha vinto la LXXV edizione del Premio Strega con Due vite, pubblicato da Neri Pozza.

Con 187 voti, Trevi ha superato Borgo Sud (Einaudi, 2020), di Donatella Di Pietrantonio. Seguono Il pane perduto di Edith Bruck, che ha vinto il Premio Strega Giovani (La Nave di Teseo, 2021), L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito (Bompiani, 2021) e Il libro delle case di Andrea Bajani (Feltrinelli, 2021).

Il seggio di voto è stato presieduto da Sandro Veronesi, vincitore del Premio Strega 2020.

Flanerí

Libri

Scegliere l’amore non è un pranzo di gala

“Il capitale amoroso” di Jennifer Guerra

di Giulia Marziali / 8 luglio

La bella che impalma il principe azzurro. Lui renderà lei – che è già ricca dentro e dunque se lo merita, questo amore-premio – ricca fuori; e lei lo aiuterà a riscoprirsi ricco soprattutto dentro.

La sentite la musichetta tananananà di Pretty Woman? Riuscite a visualizzare tananananà Julia Roberts vestita da gran signora che fa shopping nei negozi più costosi, scagliando elegantemente sassolini dalla scarpa contro le commesse snob che l’avevano maltrattata?

Quello che non riuscite a ricordare, scommetto, è il finale del film. No, non Richard Gere arrampicato sulla scala, con La Traviata in sottofondo, che supera le sue fobie, tutte le sue fobie, per andare a dichiarare alla bella Vivian che, sostanzialmente, la «proteggerà dalle paure delle ipocondrie e dalle ingiustizie e dagli inganni del suo tempo e dai fallimenti che per sua natura normalmente attirerà».

Il vero finale è il carrello indietro sul bacio degli innamorati e una voce fuori campo che dice: «Benvenuti a Hollywood! Qual è il vostro sogno? Tutti vengono qui: questa è Hollywood, la città dei sogni. Alcuni si avverano, altri no, ma continuate a sognare! Questa è Hollywood: si deve sognare! Perciò, continuate a sognare!»

Jennifer Guerra, nel suo Il capitale amoroso. Manifesto per un eros politico e rivoluzionario (Bompiani, 2021), ammette che, in effetti, neanche lei se lo ricordava. E così nessuno dei suoi compagni del corso di letteratura a cui era stata fatta questa domanda.

È invece fondamentale tenere presente che gran parte dell’immaginario sull’amore è strutturato su una sua narrazione stereotipata e zuccherosa, e tutto il rapporto marcio, malato e narcisistico che la società sembra avere con l’amore deriva dalla sua exploitation romanzesca, hollywoodiana e pubblicitaria.

La società, infatti, dice Guerra, si comporta come «un amante dal cuore spezzato: cinica e sprezzante nei confronti dell’amore considerato un sentimento stupido, inutile e noioso, una fantasia per adolescenti, un ripiego per chi non sa stare da solo, un lusso per pochi». La narrazione dettata dalla saturazione dell’immaginario è funzionale alla costruzione di quell’individualismo su cui la logica del capitale punta tutto per renderci più soli, più deboli, più in lotta gli uni contro gli altri. Divide et impera, insomma.

D’altronde, che l’amore dopo i vent’anni fosse una cosa da cameriere, lo pensava, o perlomeno così si dice, il più stilosamente cinico dei grandi imprenditori italiani.

Guerra sposta invece i termini del discorso, attingendo all’idea della teorica femminista Bell Hooks: considerare l’amore come azione invece che come sentimento.

Un campo d’azione sul quale si può e si deve lavorare per produrre un antidoto alla società della prestazione, recuperando il concetto di amore per la collettività, l’agape, e orientandosi sull’idea di «comunità amorevole» di cui parlava Martin Luther King, basata sull’accoglienza delle singolarità e sull’abolizione di quelle che Hooks chiama le «false frontiere», cioè l’interessarsi soltanto al destino e alla felicità di chi è simile a noi.

Un compito per niente facile, immersi come siamo in questo brodo di attivismo performativo e ultracompetitività.

In questo senso l’amore – non solo quello che pensiamo di meritarci, che ci voglia tutte spettinate, ma soprattutto quello che dovremmo imparare a dare senza aspettare una contropartita, utilitaristicamente intesa – rischia di metterci in discussione molto più seriamente di quanto vorremmo.

Il cinismo nei confronti dell’amore nasconde il cinismo nei confronti della società, il tradimento della politica si riverbera nella disillusione amorosa che diventa una vera e propria forma di propaganda dei «profeti di sventura», come li chiama sempre Bell Hooks: i dettami neoliberisti dell’autosufficienza, dell’autoregolazione del mercato, del perseguimento dell’interesse del singolo, e il mito americano del self made man, sono esattamente ciò che serve al sistema per tenere attivo il meccanismo di competizione.

Trionfa l’amore come pragma (secondo la distinzione del sociologo John Alan Lee, alla cui opera, Colours of Love: An Exploration of the Ways of Loving, Guerra ricorre intelligentemente come criterio di classificazione), cioè come convenienza della relazione. Quel tentativo di massimizzazione del profitto e ammortizzazione dei rischi che il filosofo Alain Badiou definisce «amore securitario».

Mentre invece l’amore che Guerra ci invita a prendere in considerazione come allenamento alla costruzione di un mondo migliore per tutti è un concetto che ha molto a che vedere con quello di cura, un valore universale e fondante, di cui tutti dovremmo ripartirci la fatica (storicamente addossata alle sole donne).

Un anelito condiviso con un altro interessante manifesto, scritto dal collettivo inglese Care Collective, recentemente tradotto da Marie Moïse e Gaia Benzi e pubblicato da Alegre con una postfazione della stessa Jennifer Guerra, Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza: «Per risolvere il problema della crisi della cura, la soluzione è solo una: cambiare. Cambiare il sistema, cambiare i paradigmi del lavoro, del tempo, della condivisione dei ruoli e dei compiti. E possiamo partire proprio da ciò che suggerisce Martin Luther King: la libertà individuale porta a una liberazione collettiva, tenendo a mente che non c’è liberazione se il lavoro di cura – necessario agli esseri umani, non al sistema – non diventa carico della comunità».

Scegliere l’amore non è certo un pranzo di gala.

L’ultimo capitolo di Guerra è dedicato ad Aleksandra Kollontaj – figura chiave della Russia rivoluzionaria, poi marginalizzata per le critiche mosse alla mentalità ancora patriarcale della Russia bolscevica e oggi quasi dimenticata – e alla sua definizione di amore nell’accezione più alta del termine, a cui Guerra guarda come modello. Eros alato, qualcosa che «porta a riconoscere i diritti e l’integrità della persona altrui, a favorire un rapporto di sostegno reciproco, di simpatia, partecipazione e comprensione per i bisogni dell’altro».

Sebbene ogni tanto, durante la lettura, venga da pensare – sulla scorta dello psicologo russo Aron Zalkind, critico proprio delle teorie della Kollontaj – che con il culto dell’Eros alato «non si possano costruire aeroplani», il punto è che in questo Manifesto non si parla di meccanica dei velivoli, ma di prove di volo. Come si diceva? Siate realisti, chiedete l’impossibile.

 

(Jennifer Guerra, Il capitale amoroso. Manifesto per un eros politico e rivoluzionario, Bompiani, 2021, pp. 120, euro 15. Articolo di Giulia Marziali)
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Libri

Il popolo dei luoghi comuni

“Volti d’Italia” di Gaia van der Esch

di Giovanna Nappi / 6 luglio

Una vecchia 600 azzurra, un intero paese da esplorare per quattro mesi, decine di persone di ogni età, sesso, professione, estrazione sociale e 46 quesiti da sottoporre loro per rispondere a un tutt’altro che semplice interrogativo: «Che cos’è l’identità italiana?»

Sono questi i presupposti che hanno accompagnato, a partire dal maggio 2019, Gaia van der Esch in quel viaggio poi culminato in Volti d’Italia, saggio on the road pubblicato nel 2021 da il Saggiatore.

Alla base un’ammissione di appartenenza ed estraneità allo stesso tempo: van der Esch nasce da madre milanese e padre olandese-canadese, trascorre l’infanzia in un «paesino arroccato su un lago nella provincia romana», poi si trasferisce all’estero per studiare a Harvard.

Non si cade in errore quando si ritiene che la distanza da un luogo, da una persona o da una situazione sia quasi propedeutica a una più fedele osservazione dei fatti. Come ricorda la stessa autrice nell’introduzione al volume, «più sono all’estero, più vedo l’Italia con una prospettiva quasi esterna, i suoi pregi e difetti mi diventano subito evidenti, così come il suo mosaico di paure e speranze».

Per trasformare quel sentimento informe in riflessione cosciente e rivelatrice su un tema decisivo come quello dell’identità è però necessario un approccio che non può esaurirsi alla mera raccolta di testimonianze e di luoghi comuni. L’impresa è ancor più difficile se si considera l’estrema complessità della materia: Italia è sinonimo di esasperato soggettivismo e grandi contraddizioni, di arretratezza, di assenza di civiltà, di chiusura mentale, di mancanza di valori; ma è anche culla della cultura, della generosità dei suoi abitanti, della bellezza incondizionata dei paesaggi, delle tradizioni centenarie.

L’operazione di Volti d’Italia è senz’altro originale: il topos del viaggio, caro alla letteratura, qui si piega a una causa nobile, restituire agli italiani quel binomio di bellezza e complessità per fare chiarezza in un periodo storico di non facile interpretazione. Ne emerge una diapositiva del territorio e delle sue persone che, come una cartolina ricordo che si spedisce al compagno di classe da una località balneare in estate, rimane impressa in chi è rimasto in città, finché non ricomincia la scuola a settembre.

A tratti esilarante, a tratti commovente, ogni racconto riportato è lo specchio della persona che legge. Ma, al primo quasi spontaneo moto di immedesimazione da parte del lettore, subentra poi la sensazione di un generale rabbonimento dell’autrice attraverso considerazioni legittime ma già ascoltate tante e tante volte.

Se è vero che la mentalità italiana è spesso ancorata a determinati schemi che continuano a ripetersi, è altrettanto vero che in un viaggio tra i volti d’Italia si cerchino spunti di riflessione inediti o, perlomeno, analizzati da un’altra prospettiva. Nonostante le tematiche emerse in ogni intervista siano vere (l’Italia è un paese in cui chiusura mentale e mancanza di civiltà hanno spesso occasione di agire), l’impressione è che il problema sia banalizzato.

Le principali considerazioni dell’autrice non aggiungono valore alla questione. Ad esempio:

«Cambiare si può – per i più pessimisti, sì, questo vale anche per l’Italia – e cambiare si deve; per i nostri figli e nipoti, per chi non è ancora nato ma anche per chi ci ha già lasciati, con la responsabilità di portare avanti le loro storie, la loro eredità, a testa alta».

O, ancora:

«Il nostro è un orgoglio antico, legato agli antenati, alla storia, che rimane ancora oggi il motore del paese: ogni persona con cui ho parlato condivide questa consapevolezza di discendere da un passato glorioso e, ancor più, la speranza di ritrovare, un giorno, questa grandiosità. Insomma, il nostro passato ci rende fieri ed è la scintilla che fa muovere milioni di persone: ci dà la voglia di alzarci la mattina, di lavorare, di mettere al mondo figli e costruire un futuro che ci oltrepassi».

Ne emerge un ritratto sicuramente caratteristico e veritiero all’interno di una struttura letteraria interessante, un ritratto guidato da un’intuizione intelligente che, però, non si è tradotta in qualcosa di più e non spinge alla riflessione.

 

(Gaia van der Esch, Volti d’Italia. Viaggio nei nostri pensieri, desideri e paure, il Saggiatore, 2021, 214 pp., euro 19, articolo di Giovanna Nappi)
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Libri

Di fili, esistenze e inafferrabilità

Su “Acari” di Giampaolo G. Rugo

di Giulia Eusebi / 5 luglio

Acari (Neo Edizioni, 2021), esordio di Giampaolo G. Rugo, è un romanzo di racconti connessi da una sottile trama nascosta. Tredici racconti come tredici stanze che si illuminano giusto il tempo di scorgere che cosa c’è all’interno, chi vi abita, quali sentimenti albergano tra quelle pareti. Il veloce assaporare una storia, il cercare con lo sguardo qualche dettaglio che possa raccontare qualcosa in più del protagonista che popola quelle pagine e si è già altrove, spaesati dal cambio repentino, con domande che restano appese a possibili mancate risposte.

Eppure, qualcosa del precedente racconto resta, quasi fosse l’immagine evanescente che si sovrappone al fotogramma successivo. E il lettore si chiede quanto questo gioco di intersezioni sarà in grado di raccontargli del filo sotterraneo che lega ogni cosa.

Con Acari, Giampaolo G. Rugo vuole mettere in scena – lui che per il teatro e il cinema scrive da anni – un gioco di specchi per parlare dell’inafferrabilità delle cose. Sembra quasi un contrappasso, quindi, che il titolo del libro ruoti intorno al personaggio di Claudia, ex reginetta di bellezza che si è ritrovata a vendere aspirapolveri porta a porta. Elettrodomestici in grado di afferrare l’invisibile, quella moltitudine silenziosa che si ciba delle nostre scorie epiteliali, gli acari che si annidando sotto di noi e inquinano i nostri letti, disturbando metaforicamente e non il nostro riposo.

La cosa che più di tutte, però, risulta inafferrabile per i protagonisti che si avvicendano nelle pagine di Acari è la capacità di venire a patti con i propri fallimenti, o meglio con i propri mancati successi, quelli che sono scivolati di mano. Un senso di perenne inadeguatezza si srotola lungo tutta la narrazione e assume le fattezze di una voragine. C’è la vecchia ultracentenaria incapace di morire, il disabile che deve affidare alla mano degli altri ogni suo pensiero, chi attende seduto in poltrona di rielaborare un’assenza. Le vite descritte da Rugo appaiono segnate e ogni tentativo di riscatto si coagula nel ragionamento di uno dei personaggi, Mario, che con un nodo che serra gola e mente si sente sopraffatto dalla sua stessa affermazione: «il libero arbitrio di cui tutti cianciano, è solo la possibilità di scelta tra le poche opzioni che la vita ci permette».

Le storie prendono a intersecarsi tra loro come la tangenziale di una Roma gigantesca, ipertrofica, sfondo narrativo sempre un po’ appannato, seppur presente. I racconti di Rugo sono svincoli, sopraelevate, strade che possono congiungere o allontanare. Ci sono tanti mancati incontri nelle pagine di Acari. I protagonisti di queste storie sembrano costretti da un destino malevolo a perdersi e a perdere continuamente: perdere un amore, perdere l’occasione per svoltare la propria vita, perdere se stessi. Tuttavia, sebbene un sottofondo malinconico accompagni tutto il libro, non mancano lampi di cinica ironia realista a mitigare il sapore amaro che resta in bocca.

Nel leggere il libro di Rugo si avverte come le storie si siano generate in tempi differenti, per poi disporsi pian piano una accanto all’altra, sostanziandosi vicendevolmente. Voci e lessici diversi trovano posto in una narrazione che spazia nel tempo, e così il presente asfittico di una mancata promessa del calcio è messo di fianco alla leggerezza abbagliante di giovani liceali degli anni Ottanta travolti dall’ebbrezza di sentirsi vivi davanti a un letto d’ospedale.

Ogni racconto non è altro che la possibilità di guardare da una diversa prospettiva, spaziale e temporale, ciò che le altre storie hanno già raccontato o stanno per raccontare. Forse un tale gioco narrativo non è subito comprensibile e per questo motivo le prime storie di Acari possono apparire sconnesse, claudicanti. Si tratta solo di pazientare e di familiarizzare con la struttura costruita da Rugo per apprezzarne poi i rimandi e ritrovarsi a seguire le vite dei protagonisti per scoprire dove e come i vari fili si sono annodati per poi proseguire il loro percorso.

In Acari Giampaolo G. Rugo racconta vite umane, umanissime, talvolta invisibili e meschine come quelle degli stessi acari, e questo narrare antieroi che scivolano apparentemente non visti lungo l’asse temporale delle esistenze proprie e altrui lo fa con una lingua schietta e ionizzata, in grado di catturare le cariche positive o negative degli universi che descrive per restituirli tutti insieme al lettore, purificati.

 

(Giampaolo G. Rugo, Acari, Neo edizioni, 2021, 192 pp., euro 15, articolo di Giulia Eusebi)

 

Flanerí

Cinema

Il ritorno del silenzio

Su "A Quiet Place II"

di Francesco Vannutelli / 25 giugno

Nel 2018 A Quiet Place era arrivato come una sorpresa nel panorama del cinema horror a sfondo distopico. Teso e concentrato, il film di John Krasinski riusciva a incollare gli spettatori allo schermo con un controllo della tensione ormai raro. Un’opera quasi perfetta, che aveva infatti conosciuto un successo quasi inatteso grazie al convinto apprezzamento di critica e pubblico. Elogi più che meritati, ma che hanno portato a un’evitabile conseguenza: la preparazione di un seguito. O forse, addirittura, alla creazione di un nuovo universo cinematografico.

Arriviamo così a A Quiet Place II, sequel sempre diretto da Krasinski che riprende le vicende della famiglia Abbott dopo la morte del padre e guida Lee. Dopo un’introduzione dedicata all’origine della minaccia aliena che arriva a sconvolgere la vita tranquilla della provincia statunitense, torniamo esattamente a dove era finito il primo film: il giorno 474 dopo l’invasione. Mamma Abbott deve portare in salvo i suoi tre figli dopo che la fattoria di famiglia è stata quasi distrutta nello scontro che conclude il primo film. I quattro trovano riparo in un edificio poco lontano, dove vengono salvati da Emmett, un amico del mondo di prima che vive lì solo e sulla soglia della paranoia. Dopo aver chiesto agli Abbott di andarsene, l’uomo si lascia convincere dalla piccola Regan – che nel primo film aveva scoperto un’arma per disorientare i nemici – a partire in missione per sconfiggere gli alieni. Nel frattempo, il fratello di Regan, Marcus, si prende cura del fratellino neonato mentre la madre è alla ricerca di preziose bombole di ossigeno.

A Quiet Place II recupera gli elementi di successo del primo film e ne prova a introdurre di nuovi senza però trovare una formula per replicarne fino in fondo l’efficacia.

Con un andamento tipico di molti seguiti – o anche di serie tv che continuano a prolungare la propria durata con stagioni superflue –, il nuovo film di Krasinski espande l’orizzonte ristretto dell’originale introducendo nuovi personaggi e nuovi spazi. Se A Quiet Place funzionava come un film di sopravvivenza collegato a una casa da difendere, qui il luogo della battaglia con l’alieno diventa il viaggio.

Questo nuovo scenario allargato disperde parte dell’efficacia del primo film, che aveva proprio nella dimensione ridotta uno dei propri punti di forza. Lo scontro con i mostri, poi,  risulta molto meno angosciante visto che ne conosciamo le debolezze.

Se nel complesso A Quiet Place II risulta un film d’azione efficace, il confronto inevitabile con quanto già visto porta a individuarne alcune dolorose debolezze.

Il titolo del 2018 si preoccupava soprattutto di andare in profondità. Era possibile leggere nel sottotesto una serie di tematiche interessanti sviluppate a dovere, dagli handicap che diventano elementi di forza al significato dell’essere genitore in un mondo in rovina. Questo seguito, invece, si accontenta di rimanere molto più in superficie. Sembra che lo sforzo di Krasinski – che di nuovo ha anche scritto e prodotto il film – sia rivolto soprattutto a gettare basi per ulteriori espansioni della sua creatura cinematografica. Un terzo titolo, del resto, è già stato annunciato per il 2023.

La continua pulsione verso l’usato sicuro di Hollywood ha portato alla cannibalizzazione di uno dei pochi film originali interessanti degli ultimi anni. Il franchise A Quiet Place riuscirà senz’altro a proporre nuovi brividi al pubblico e guadagni importanti ai produttori, ma rimane il sospetto che se Krasinski e gli altri avessero deciso di fermarsi avrebbero potuto lasciare, per una volta,  un segno con un film unico.

(A Quiet Place II, di John Krasinski, 2021, azione, 97’)

LA CRITICA - VOTO 6,5/10