“La terra desolata” di T.S. Eliot

di / 23 dicembre 2010

«Aprile è il mese più crudele, genera / lillà da terra morta, confondendo / memoria e desiderio, risvegliando / le radici sopite con la pioggia della primavera».

Un incipit magico, che fa trattenere il fiato al lettore. Parole che raccontano di sacralità ancestrale, di desiderio e memoria, di stagioni e ciclicità. E, ancora, frammenti di storia antica, di storie inventate, di narrazioni mitologiche, lampi profetici inframezzati a versi danteschi e riferimenti metempsicotici. Ma non basta, tutto ciò non basta per descrivere minimamente la grandezza di The Waste Land, la terra desolata, la città infernale, il moderno luogo di perdizione, la realtà alienante abitata da uomini e donne pulsanti di desiderio morboso e di ossessioni primitive.

The Waste Land è ciò che nasce quando due grandiosi poeti si incontrano: Thomas Stearns Eliot con i suoi versi, metalli luccicanti di uno splendore raro ma deforme, qua e là un po’ arrugginiti, un po’ storti, labirintici; Ezra Pound con la sua autorità ed esperienza, «il miglior fabbro».
Ne vien fuori una tragedia a più voci, una narrazione rapsodica che, con sapiente semplicità, unisce assieme immagini e canti appartenenti al sostrato culturale dell’intera umanità.

Non avrebbe molto senso stare qui a spiattellare stralci di esegesi o parafrasi di un poemetto complesso quanto un responso sibillino, criptico come un’insofferenza che nasce dall’inconscio e sfocia in apparenti afasie fluenti, accecante come la luce che segue al parto. I versi di The Waste Land non vanno interpretati, vanno sentiti, assorbiti, affinché possano penetrare in profondità, eludendo le difese della mente, fino ad accarezzare il cuore della memoria comune di ognuno di noi, del nostro essere uomini e, prima ancora, animali rituali. I versi di The Waste Land dovrebbero essere ascoltati.

Ascoltati, dunque, da percepire con l’udito. E magari letti da un poeta: un poeta che legge un poeta, quale migliore occasione. Edizioni Full Color Sound è riuscita in questo intento, di far declamare poesia di un poeta, uno dei maggiori del ‘900, ad un altro poeta, Stefano Benni. È così che nasce La terra desolata, audio-poesia letta in tutta la sua intensità sulle musiche di Umberto Petrin.

Attraverso un sapiente uso della voce, reso ancor più efficace dalle note di sottofondo e dagli effetti sonori, il poeta bolognese riesce a ricreare l’atmosfera ideale del poemetto, senza stancare l’orecchio di chi ascolta. La complessità del testo, altalenante per emozioni indotte e musicalità, è risolta in maniera impeccabile, alternando sottili tonalità di voce, quasi Benni volesse sussurrare i versi più intimi, a più corpose vibrazioni delle corde vocali, nei passi più ostici e drammatici.

Terminato l’ascolto de La terra desolata saranno, allora, in pochi coloro che non sentiranno il bisogno di riprendere in mano The Waste Land, magari in lingua originale, e di regalare anche agli occhi l’emozione colta poco prima con i timpani, abbandonandosi a versi  e immagini di irripetibile bellezza. 

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