5/ Kansas City Shuffle

di / 21 gennaio 2011

Una villa con colonne doriche fa capolino tra gli alberi che le si stringono attorno, isolandola dalla campagna che la divide da Milano. È notte e il cielo è scuro. Le macchine hanno preso ad arrivare dalle 7. Due Bmw e un’Audi. Hanno i vetri oscurati, ma seguendole attraverso il ciottolato che serpeggia tra statue, piramidi e fontane possiamo aspettarle davanti al portone. Inchinarci assieme al maggiordomo e con un sorriso elegante e gli occhi chiusi, accogliere in casa cinque splendide donne. Le lasciamo passare e le conduciamo fino al salone centrale. Le facciamo accomodare, gli indichiamo il bagno. Le sentiamo mentre chiamano il maggiordomo per nome, gli chiedono di Lui e il maggiordomo, lentamente, gli risponde di aspettare. Si aggirano svogliate per il salone, qualcuna va in bagno a rifarsi il trucco, qualcuna si lascia scivolare sulle poltroncine Luigi XVI che circondano la sala, disposte agli angoli come nei balli della scuola. Anche tu devi aspettare, potresti seguirle in bagno, potresti ascoltare le loro discussioni; sono tutte giovani, belle, alcune molto intelligenti, ma parlano solo di soldi: borsette, mascara, parrucchieri, vestiti, gioielli. E televisione. Parlano tutte di televisione. Tu a casa neppure ce l’hai la televisione. Una chiama il maggiordomo e gli chiede il telecomando, lui lo estrae da una sacca immaginaria da dietro la schiena e lei dice: «Ti adoro Ambrogio». Uno schermo gigantesco scende dal soffitto. La ragazza comincia a passare da un canale all’altro. Tu ti avvicini alla finestra. Fuori è buio e il vento schiaffeggia le fronde degli alberi. Senti un fruscio in strada tra i cespugli. Provi a guardare in strada ma non vedi niente. Giù alla fine del viottolo un furgone per le consegne riparte rapido. E tu pensi che è un po’ tardi per le consegne.

*

Uno studio azzurro, rettangolare, allungato verso l’angolo opposto alla telecamera; schermi piatti alle pareti. Un conduttore riccio, i capelli di un grigio che ancora lascia traccia del nero di un tempo, completo marrone, un dolcevita nero. Si rivolge ad un’ospite dai capelli bianchi, la giacca, la cravatta e una spilletta sul petto. Parla con tono serio: «Cosa c’è di più democratico di un referendum per decidere il destino di un’azienda?».

*

C’è Bruce Willis su una sedia a rotelle. Indossa un cappello marrone con la tesa stretta e dei guanti neri con le dita tagliate. Davanti siede un ragazzo con la barba incolta, Bruce gli sta raccontando una storia, parla con l’aria di chi è il più furbo di tutti, come al solito. Sono in un aeroporto, in una sala d’attesa con i seggiolini blu splendente. Il ragazzo dice: «È questa la mossa Kansas City?».
«No», dice Bruce abbassando lo sguardo, «è solo il fatto scatenante, è il catalizzatore». Un sorriso impercettibile gli balena tra le labbra. «Questa è una mossa Kansas City». Indica una fila di seggiolini vuoti. La telecamera e il ragazzo si girano di scatto. Bruce dice: «Loro guardano a destra…», il ragazzo si gira nuovamente, rapido, ma la sedia a rotelle è vuota, «…e tu vai a sinistra», dice Bruce con calma mentre arriva dietro le spalle del ragazzo, gli stringe le mani intorno alla testa, e con un colpo secco gli rompe l’osso del collo.

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Sì, già, non ti posso pagare… Sì… Sì, sai com’è, c’è la Crisi. È un periodo difficile, ma per te è un occasione.

Dichiarazione di un datore di lavoro mentre propone a un trentaduenne l’ennesimo stage.

*

Non ci piace che determinati comportamenti siano messi a confronto con un consenso – emergente dai sondaggi – che di per sé è qualcosa di inafferrabile, quasi che da questi possa venire l’avallo a scelte poco consone; così come non ci piace che sull’intera vertenza gravi il sospetto di una strumentalità mediatica, inevitabile forse ma non liberante, circa il punto di vista da cui si muovono le accuse. C’è davvero per la classe politica, ancor prima della decenza, un a priori etico che va salvaguardato sempre e in ogni caso?

Risposta di Dino Boffo a dei lettori che sollecitavano una presa di posizione dell’Avvenire rispetto al caso D’Addario. La lettera è apparsa sul giornale del 24 luglio 2009.
 

Boffo il supercensore condannato per molestie

Il Giornale 28 agosto 2009
 

Dino Boffo si è dimesso. La Cei: «Attacco inqualificabile»

Repubblica.it 3 settembre 2009
 

Il gip: «Nessuna informativa su Boffo»

La Stampa.it  31 ottobre 2009
 

Boffo. Feltri ci ripensa: «Bagatella non uno scandalo»

Affaritaliani.it 4 dicembre 2009
 

Caso Boffo, Feltri sospeso per sei mesi dall’Ordine dei giornalisti

Adn kronos 26 marzo 2010
 

Caso Boffo, sospensione Feltri ridotta da sei a tre mesi

Repubblica.it 11 novembre 2010

*

Lo studio è circolare e il pubblico è in alto come nei combattimenti con i topi. Il presentatore è faticosamente appoggiato con i pugni sul grande schermo al centro dell’arena. Gli ospiti si fronteggiano. Le voci gli scavalcano la testa, mentre lui rilegge tra sé la scaletta del programma.

Sulla destra un uomo in completo nero, un pizzetto appuntito, grida: «Lui è colpevole! È colpevole!».
Le sue parole scavalcano il presentatore; sono indirizzate a una donna che siede a qualche poltrona di distanza. È giovane, gli occhi leggermente sgranati, un completo rosso, grida anche lei: «Non è lui che è colpevole. È chi lo accusa che è in malafede».
«Ma andiamo! Ci sono le prove», dice il politico con il pizzetto.
«Certo», grida lei, «ottenute con una violazione della legge sulla privacy. Quelle prove sono state acquisite illegalmente. È chi ha intercettato che andrebbe processato».

*

Una storia italiana. Ovvero come i furbi vincono sempre

Chichibio deve cucinare una gru per il suo padrone. La sua maestria nel prepararla è eccezionale e l’odore si diffonde per le strade tanto da attirare una donna. Chichibio dopo aver a lungo protestato cede alle sue lusinghe e le dona una coscia dell’animale. Ma a tavola il suo padrone si accorge dell’ammanco e lo interroga sulla questione. Chichibio risponde che le gru hanno una sola gamba e così il padrone l’indomani lo porta a caccia per osservare gli animali. Arrivati nelle campagne i due vedono una gru, appoggiata su una sola zampa. Il padrone gli corre in contro per spaventarla, grida «oh-oh», e la gru scappando rivela entrambe le gambe. Chichibio trasale mentre il padrone gli dice: «Allora furfante?», ma lui è uno furbo, uno dalla battuta pronta e rapido risponde: «Messer sì, ma voi non avete gridato “oh-oh” a quella di ieri sera: se aveste gridato così essa avrebbe mandato fuori l’altra coscia e l’altro piede come ha fatto questa». L’ira del padrone si trasformò in riso e Chichibio fu salvo.

*

Uno studio bianco, due grandi porte bianche ai lati dello schermo. Il presentatore si contorce nel tentativo di far aderire tutte le dita alla superficie del suo viso. Ha la testa incassata e le labbra leggermente arricciate in avanti. Ai suoi lati due schieramenti compatti di poltroncine bianche si fronteggiano. La maggior parte sono vuote. Un uomo corpulento per non dir grasso sembra incastrato tra i manici della sua poltroncina. Dall’altro lato un uomo alto e magro, con un paio di occhiali rotondi sulla punta del naso, dice: «Questi sono i dati e…».
«No questi sono i dati», lo interrompe quello grasso, mentre da dietro la schiena estrae un fascio di fogli spiegazzati.
Quello magro lo guarda un secondo, incredulo, poi grida: «Lo sanno tutti che i tuoi dati te li fabbrichi da solo a suon di bustarelle…». È rosso in volto e anche l’altro non è da meno, prova a tirarsi su sulla poltroncina, ma nella concitazione non ci riesce così, sprofondando nella comodità, grida: «I tuoi li avrà fatti qualche comunista. Non sono attendibili».

*

Non ne puoi più e spengi la televisione. Fuori il vento è sparito e cumuli di nebbia si accalcano per le strade. Tua moglie, seduta sul divano accanto a te, chiude la rivista che sta sfogliando da ore e dice: «Andiamo a letto?». Ti guarda solo un istante e poi fa per alzarsi ma tu la fermi. Dici: «Be’ io avevo altri programmi» e le fai scivolare un braccio intorno alla testa mentre punti deciso sul suo collo. I ragazzi non ci sono, lei stranamente è ancora sveglia, e tu muori dalla voglia di stringerla a te. È tutto perfetto ma lei ti ferma. Tira la testa all’indietro mentre fa scivolare una mano perentoria davanti alla tua bocca. «Scusami caro, ma ho mal di testa», dice. Ma tu non demordi, sai che puoi intaccare le sue difese e devi farlo adesso prima che sia troppo tardi, così ci riprovi. Le dici: «Ma hai sempre mal di testa» con tono suadente e riparti. Lei però sembra decisa, si alza e quasi ti colpisce al mento con la spalla. Tu resti lì, la guardi mentre sul suo volto si delinea una fermezza insormontabile: «Non sono io che ho sempre mal di testa», dice, «sei tu che ci provi ogni volta che la testa mi fa male». Ti guarda un secondo, poi sparisce verso la camera da letto e chiude la porta con un tonfo, mentre tu resti solo nel tuo salotto: mentre fuori la nebbia ha ormai circondato tutto.

 

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“effe – Periodico di altre narratività” numero nove

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